Lavoro, precarietà, economia

26 maggio La meglio gioventù scende in piazza!

Giovedì 03 Maggio 2012 22:21 Riccardo Laterza
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La meglio gioventù del nostro tempo.

 

Sostiene questo Paese con idee, desideri, progetti, volontariato, azioni concrete, scopre nuovi mondi e inventa il futuro eppure è sempre disoccupata, in cerca di lavoro, precaria, senza stipendio.

Studia per dare il meglio di sé e migliorare le vite di tutti e di tutte, ma una volta laureata è costretta ad andarsene.

E’ composta di giovani donne che vivono in un Paese ancora a misura di vecchi modelli maschili, giovani donne che non trovano alcuna opportunità.

Produce ricchezza e non ha niente in cambio: i giovani operai perdono il lavoro; i piccoli imprenditori sono costretti a chiudere l'attività.

Lavora ma in nero e sul lavoro rischia la propria vita e a volte la perde, perché non ci sono tutele e perché allo Stato e alle imprese spesso non interessa investire in sicurezza.

L’arricchiscono ragazzi nati in Italia da genitori immigrati in Italia e che non sanno se in futuro saranno riconosciuti italiani.

 

Questa è la meglio gioventù del nostro tempo, la gioventù detiene in Europa il primato come Neet, l’acronimo inglese in cui si ingabbia una generazione a cui non viene riconosciuto quel che già fa o che non può più studiare, lavorare, che non ha mai avuto l’opportunità di contribuire al cambiamento del proprio Paese, mentre la disoccupazione giovanile sfiora il 36%.

In nome di questa generazione il Governo Monti propone una riforma sbagliata, una truffa per tutti e in primo luogo per i giovani. In nome di questa generazione le politiche di austerity del Governo e della BCE cancellano il futuro di tutti, perpetuando lo stesso modello che ha alimentato le disuguaglianze, che ci ha condotto alla crisi economica e al fallimento di un intero continente.

 

Il disegno di legge sul mercato del lavoro presentato dal governo non risponde ai problemi principali che affliggono la vita di una generazione intera:

  • lascia intatta la giungla delle 46 forme contrattuali, comprese quelle che il Governo aveva annunciato di voler eliminare;

  • non estende gli ammortizzatori sociali, visto che l'assicurazione per l'impiego lascerà fuori buona parte dei lavoratori precari;

  • non prevede nessuna forma di reddito minimo;

  • scarica l'aumento di costo dei contratti a progetto sulle buste paga dei collaboratori;

  • rappresenta una beffa per le reali partite iva che dovranno pagare di tasca loro l'aumento dei contributi.

     

Le tante promesse del Governo non sono state mantenute, così i giovani sono diventati il pretesto per precarizzare chi ha ancora un contratto stabile, altro che tutelare i precari!

Si è cercato, in questi anni, di dividere i padri dai figli, le madri dalle figlie, i "garantiti" dai "non-garantiti". Noi pensiamo che ci siano oggi, come ieri, i ricchi e i poveri, chi vive di sfruttamento e speculazione e chi vive di lavoro. Per questo vogliamo mobilitarci assieme ai nostri padri e alle nostri madri, perché vogliamo unire due generazioni nella difesa dei diritti e nella lotta contro la precarietà, perché non è vero che non c'è alternativa alla disperazione attuale. I suicidi di questi giorni ci parlano di questo: quando si parla di "salva Italia" bisognerebbe pensare a quelle vite spezzate e alle tante solitudini che la precarietà e le disuguaglianze hanno creato.

 

La precarietà non è un'emergenza del mercato del lavoro, è il più grande attacco alla democrazia italiana degli ultimi decenni. La precarietà significa essere costretti a sopravvivere e si manifesta nella fotografia del diritto allo studio negato, delle scuole che crollano, dell'aumento delle tasse all'università, dell’impossibilità di scioperare o dire no di fronte a un sopruso sul lavoro, di non poter amare la nostra compagna o il nostro compagno, di pagare un affitto o comprarsi una lavatrice ed essere indipendenti, così come lo sono i giovani nel resto d'Europa.

Per noi la precarietà è il messaggio che da vent’anni una classe dirigente ci trasmette: andatevene. Noi vogliamo restare, cambiare le nostre vite e dare un presente al nostro Paese.

 

Vogliamo poter dire che il nostro problema è la precarietà e l'impossibilità di costruirci un futuro. Ancora prima del posto fisso e dell'articolo 18, ci interessa costruire un paradigma diverso, un altro modello di sviluppo e un welfare diverso, che ricomponga le sue basi sui principali diritti di cittadinanza.

Abbiamo proposte migliori di quelle del Governo. Noi chiediamo di investire su Università e Ricerca, di riconvertire ecologicamente il nostro sistema industriale per creare buoni e nuovi posti di lavoro.

Chiediamo un modello di welfare universale, finanziato dalla fiscalità generale e da una patrimoniale che colpisca chi finora non ha mai pagato la crisi: rendite parassitarie, profitti finanziari, grandi capitali. Un welfare che si faccia promotore e fattore di crescita, personale prima che economica, e insieme garanzia di diritti e tutele.

Chiediamo che venga bandita sul serio la truffa della precarietà. Ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile e i diritti fondamentali devono essere estesi a tutte le forme di lavoro: l'equo compenso, il diritto universale alla maternità/paternità e alla malattia, i diritti sindacali, il diritto ad una pensione dignitosa, la continuità di reddito nei periodi di non lavoro, la formazione continua.

Chiediamo infine un reddito minimo, fatto di sussidi e servizi, per garantire la dignità della vita e del lavoro com'è in tutti i paesi europei (e come definito nella risoluzione del Parlamento europeo 2010/2039, approvata  - a larghissima maggioranza - il 20 ottobre 2010).

 

E’ necessaria una grande mobilitazione contro la precarietà, per il reddito, per i saperi e per l’estensione dei diritti e delle tutele: per un Paese diverso e per una nuova idea di cittadinanza, fuori e dentro il lavoro.

L'alternativa è il cambiamento, non il mantenimento di pochi diritti e o la versione soft ma non meno triste della precarietà.

Vogliamo un altro Paese e un’altra politica. E vogliamo dirlo noi, non lasciamo più che siano altri a farlo.

 

Scendiamo in piazza il 26 maggio. Per riprenderci il nostro Paese.

Noi, la meglio gioventù del nostro tempo precario.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Maggio 2012 16:08
 

Altro che spending review: diamoci un taglio!

Giovedì 03 Maggio 2012 12:29 Riccardo Laterza
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Il Governo ha attivato a questo indirizzo un form per comunicare 'direttamente' con il Consiglio dei Ministri e suggerire le spese inutili da tagliare attraverso la Spending Review.

"Tutti i cittadini, attraverso il modulo Esprimi la tua opinione, hanno la possibilità di dare suggerimenti, segnalare uno spreco, aiutando i tecnici a completare il lavoro di analisi e ricerca delle spese futili", si legge sul sito del Governo.

Naturalmente non ci siamo mai fidati di chi crede che la democrazia partecipata sia un semplice form su un sito internet. Ciononostante abbiamo alcune idee su cosa si possa scrivere al Governo, se non altro per riattivare il dibattito pubblico intorno ad alcuni capitoli di spesa delle ultime Finanziarie che spesso non sono semplici sprechi, ma addirittura violazioni dei diritti e dei principi costituzionali, come il finanziamento alla guerra o alle scuole private.

 

  • Fondi a scuole private:

    La Costituzione all'art. 33 vieta il finanziamento pubblico alle scuole private. Ormai da anni lo Stato e le Regioni aggirano questo vincolo 'incentivando' le famiglie che iscrivono i propri figli alle scuole private attraverso meccanismi come il 'buono scuola'. Tutto questo ci costa ogni anno 732 mln di €, a fronte del miliardo di € che il Governo vorrebbe recuperare intervenendo nuovamente sulla scuola pubblica con la Spending Review. (fonte: Sbilanciamoci.org)

     

  • Spese militari:

    In questa voce si possono citare non solo gli ormai celeberrimi 131 velivoli EuroFighter per un costo totale di 15 mld di €, ma anche le 10 Fregate Europee FREMM (5,6 mld di €), i 100 elicotteri di trasporto tattico NH-90 (3,9 mld di €) e tante altre spese - non solo una tantum, visto che queste cifre non comprendono i costi di manutenzione -. Se sommiamo a queste spese quelle sostenute per le cosiddette 'missioni di pace', come quella in Afghanistan, una guerra vera e propria che secondo PeaceReporter.it ci costa 50 mln di € al mese, otteniamo una cifra veramente esorbitante.

     

  • Spese INVALSI:

    Gli INVALSI sono un meccanismo di valutazione meramente numerico di studenti e scuole di ogni ordine e grado in tutta Italia. Secondo le intenzioni del Governo, sarà questo sistema a determinare la distribuzione di almeno parte dei fondi statali per la scuola, privilegiando quelle migliori e lasciando indietro quelle più in difficoltà. Tutto ciò senza prendere in considerazione le differenze territoriali, i livelli di conoscenza in entrata, le peculiarità di ogni alunno, contribuendo all'opera di mercificazione ed economicizzazione del sapere in atto ormai da anni. Ma le prove INVALSI non sono solamente metodologicamente sbagliate: esse rappresentano infatti una voce di spesa rilevante nel bilancio del Ministero dell'Istruzione, circa 80 mln di € per il triennio 2008-2011. In un periodo di tagli alla scuola pubblica come quello che stiamo vivendo, è uno spreco che diventa ancora più odioso.

     

  • Open source e free licensing nelle pubbliche amministrazioni:

    Ogni anno le nostre pubbliche amministrazioni, a tutti i livelli, dal nazionale al locale, spendono oltre 2 mld di € nel rinnovo delle licenze per i software proprietari. Eppure esistono software equivalenti open source e free licensing che addirittura presentano potenzialità maggiori rispetto ai software proprietari potendo essere modificati a piacimento. Già centinaia di amministrazioni in tutta Italia stanno scegliendo questa strada, con un notevole risparmio nei costi e un miglioramento dei servizi offerti. (fonte: Sbilanciamoci.org)

     

Fatte queste proposte, non possiamo però esimerci dall'affermare, per l'ennesima volta, che la strada per uscire da questa crisi economica non è il raggiungimento - peraltro utopistico - del pareggio di bilancio, peraltro recentemente inserito come obbligo costituzionale, e la situazione greca è l'emblema del fallimento di questa politica economica. Tagliare la spesa pubblica a discapito dei diritti di cittadinanza non solo non è un meccanismo economicamente insostenibile, ma è anche la negazione del ruolo dello Stato quale garante dei diritti di tutti. Per questo motivo, pur ritenendo i casi citati sopra come reali sprechi che si stanno perpetuando ormai da anni, siamo convinti che i mld di € così risparmiati andrebbero reinvestiti in diversi capitoli di spesa oggi marginalizzati: dall'edilizia scolastica alle borse di studio, dall'assetto idro-geologico del territorio all'integrazione culturale.

 


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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Maggio 2012 11:40
 

Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi

Giovedì 19 Aprile 2012 16:58 Riccardo Laterza
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Siamo lavoratrici e lavoratori della conoscenza, dello spettacolo, della cultura e della comunicazione, della formazione e della ricerca, autonomi e precari del terziario avanzato. Lavoriamo con la partita IVA, i contratti di collaborazione, in regime di diritto d'autore, con le borse di studio, nelle forme della microimpresa e dell'economia collaborativa. Siamo cervelli in lotta, non in fuga, ovunque ci troviamo. Ci occupiamo di cura della persona, della tutela del patrimonio artistico. Ogni giorno produciamo beni comuni intangibili e necessari: intelligenza, relazioni, benessere sociale.


Siamo il grande assente nel dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, tutto concentrato sullo strumentale dibattito sull'articolo 18. Questa riforma sta facendo passare, in sordina, la decisione di aumentare l’aliquota previdenziale per le partite IVA di 6 punti, dal 27 al 33%. Una scelta gravissima, che inciderà sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla gestione separata INPS. Già dal prossimo settembre almeno un milione e trecentomila persone vedranno il proprio reddito nuovamente tagliato, senza alcuna speranza di percepire in futuro una pensione dignitosa.


Ecco l’anomalia scandalosa del mondo del lavoro italiano: dove di fatto, a chi non ha un contratto da dipendente a tempo indeterminato, non viene riconosciuta piena cittadinanza costituzionale. In questo stato di discriminazione vivono almeno altri quattro milioni di persone la cui condizione di precarietà, tanto nella pubblica amministrazione quanto nel privato, non viene affrontata dal ddl in discussione in Parlamento se non mediante un contratto di apprendistato valido fino ai 29 anni di età. Ossia con una misura che da una parte complica il panorama delle forme contrattuali atipiche – già oggi 46! - dall’altra tenta di occultare una realtà ineludibile: nei prossimi vent’anni la nostra società sarà sempre più fondata sul lavoro indipendente.


Invece di tutelare un terzo della forza lavoro attiva in Italia, oggi si preferisce trattare sei milioni di persone a mo’ di bancomat per tenere in vita un sistema fallimentare. Si continua a non prendere in considerazione la possibilità di un reddito di cittadinanza, una delle forme di welfare in grado di contrastare l’enorme processo di esclusione sociale in corso. L'Italia resta l'unico Paese europeo, insieme alla Grecia, a non garantire protezioni sociali per tutti i lavoratori. La “nuova” assicurazione sociale (ASPI) non è che il vecchio sussidio di disoccupazione, praticamente inaccessibile a chi svolge un'attività indipendente.


Non vogliamo restare i paria di questa società e riteniamo fondamentale fermare, e ridiscutere radicalmente, le misure contenute nel ddl del Ministro Fornero. Perché oggi è in gioco molto più di una legge: si tratta – è impossibile non vederlo – del futuro del nostro Paese e della nostra civiltà. Per questo sentiamo la necessità di creare una coalizione del lavoro indipendente e precarizzato, tra chi è a rischio di povertà e le persone alla permanente ricerca di occupazione. Questo è il momento di promuovere, oltre i confini delle singole categorie, la consapevolezza di un obiettivo comune: creare il diritto effettivo e universale di cittadinanza e un dovere di solidarietà sociale.


Accanto alla regolazione dei rapporti contrattuali, qualsiasi riforma deve prevedere la tutela di tutte le persone nel cosiddetto “mercato” del lavoro. È necessario riconoscere nuovi diritti sociali fondamentali per le lavoratrici e i lavoratori autonomi in maternità o paternità, in malattia, nella transizione tra impieghi; diritti che garantiscano una retribuzione adeguata «e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa», com’è sancito dall'art. 36 della Costituzione.


Ciò impone scelte coraggiose nelle politiche economiche, sociali e culturali, improntate alla democrazia e alla trasparenza, al rispetto della vita e della dignità di tutti i cittadini e di tutte le persone che vivono e lavorano nel nostro Paese. Richiede una visione generale della società, una visione di cui avvertiamo drammaticamente l’assenza.


Invitiamo tutte le associazioni di categoria, le reti e i movimenti, oltre a tutti i singoli interessati, a sottoscrivere questo appello e a partecipare alla nostra campagna di mobilitazione, che avrà inizio con un'assemblea nazionale il prossimo 5 maggio alla Città dell'Altra Economia di Roma.


Se chi ci governa non sa immaginare il futuro, proveremo a farlo noi.


Per adesioni: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.



Hanno aderito:


Amate l'architettura-movimento per l'architettura contemporanea

Asilo della conoscenza e della creatività (Napoli)

Associazione Consulenti del Terziario Avanzato-Acta

Associazione design della comunicazione visiva-Aiap

Associazione Nazionale Archeologi-Ana

La Balena-collettivo di lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale (Napoli)

Cantieri che vogliamo (Palermo)

CLAC – Centro Laboratorio Arti Contemporanee (Palermo)

Consorzio Città dell’Altraeconomia 2.0 (Roma)

Coordinamento Cultura Bene Comune-Roma

Errori di stampa, coordinamento giornalisti precari

Diversamente Occupate (Roma)

Generazione TQ

Iva sei partita- architetti e ingegneri in viaggio con Iva

Laboratorio Zeta (Palermo)

La ragione del restauro

Lavoratori dell’arte (Milano)

Lavoro culturale

PrecarieMenti

Il Quinto Stato

Rete redattori Precari (Rerepre)

Rete della conoscenza

Sale Docks- spazio indipendente per le arti visive e sceniche (Venezia)

Scrittori Precari

Strade-sindacato dei traduttori editoriali

Teatro Coppola-Teatro dei cittadini (Catania),

Teatro Garibaldi occupato (Palermo)

Teatro del Lido di Ostia Occupato

Teatro Valle Occupato (Roma)

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Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Aprile 2012 19:16
 

Approvato il pareggio di bilancio: ennesimo attacco alla democrazia

Martedì 17 Aprile 2012 19:31 Riccardo Laterza
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Oggi il Senato ha approvato l'introduzione del pareggio di bilancio nella nostra Costituzione con 235 sì a 11 no e 24 astenuti, una maggioranza schiacciante che preclude la possibilità di svolgere un referendum confermativo come normalmente avviene per le leggi che modificano la Costituzione.

Ci stupisce la superficialità con cui questa decisione è stata presa e la mancanza di un dibattito pubblico sul tema: si tratta di una norma che impedirà, soprattutto nelle fasi recessive, ogni investimento sulla spesa pubblica (istruzione, sanità, ammortizzatori sociali, welfare).

In questi mesi abbiamo visto il governo presentarci riforme, leggi, decreti regressive e distruttive di qualunque forma di stato sociale presentate come necessarie, come le uniche possibili. Introdurre il pareggio di bilancio in costituzione significa cristallizare questa situazione: sarà sempre possibile per un governo dire di non avere risorse sufficienti per rispettare il vincolo costituzionale.

Si tratta di una legge che sarebbe assurda in qualunque luogo o contesto, come spiega un nostro articolo di alcuni mesi fa, ma appare ancora più grave in Italia nel 2012, in un paese che sta attraversando una profonda crisi per affrontare la quale sarebbero necessari investimenti sull'istruzione, sul welfare, sugli ammortizzatori e sull'innovazione. Invece il nostro parlamento ha scelto di prendere una strada fatta di austerity, di tagli, di poco stato e tanto mercato, una strada che favorisce l'1% più ricco a sfavore del restante 99%.

Per questi motivi esprimiamo la nostra totale contrarietà alla legge costituzionale approvata al Senato e ne chiediamo l'abrogazione.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Aprile 2012 16:23
 

Bologna 14/04: Assemblea studenti, precari e lavoratori contro la precarietà

Giovedì 12 Aprile 2012 17:56 Riccardo Laterza
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La Riforma Fornero ha riaperto con forza nel nostro Paese il dibattito sulla precarietà e sulla difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il dibattito sulla riforma è stato caratterizzato dalla volontà del Governo Monti di contrapporre i cosiddetti lavoratori “non garantiti” ai non garantiti. I primi costretti al precariato a causa dei secondi, che avrebbero goduto, a detta del Ministro Fornero, di un eccesso di garanzie e che pertanto dovrebbero rinunciare ai diritti e alle tutele, nella logica di un’estensione del precariato a tutti i lavoratori e le lavoratrici del nostro Paese.

Abbiamo ribadito più volte “Not in our name” , ovvero che questa riforma non si farà nel nostro nome, perché siamo convinti che diritti come l’articolo 18, il diritto di sciopero e altre tutele debbano essere estesi ai lavoratori non garantiti e non eliminati per tutti e tutte.

La Riforma Fornero sancisce e peggiora una condizione che già ad oggi, con la scusa della crisi, sta divenendo prassi: non ci sono più garantiti e non garantiti, ma la condizione di precarietà diventa la cifra comune della condizione lavorativa del nostro paese. Ci chiediamo infatti in che modo si possa decantare la fine del precariato senza l’abolizione delle 46 forme contrattuali precarie esistenti nel nostro paese, senza l’introduzione di un reddito di base, senza investire sugli ammortizzatori sociali.

Le politiche di austerity, infatti, hanno palesato più volte la volontà dell’UE di rassicurare i mercati attraverso le politiche di maggiore flessibilità del mercato del lavoro e l’esperienza delle politiche imposte alla Grecia ci inducono a pensare che la risposta alla crisi economica sarà sempre più incentrata su politiche di riduzione dei diritti e di abbassamento dei salari. L’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione e provvedimenti come il fiscal compact sancirebbero inoltre la fine di qualsiasi investimento in politiche di welfare.

Per questi motivi la battaglia in difesa di scuola e università pubbliche sono ancora una volta strettamente connesse alle battaglie contro la precarietà e la difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. I provvedimenti portati avanti dal Governo Monti come l’abolizione del valore legale, la liberalizzazione delle tasse, i tagli al diritto allo studio ed edilizia scolastica e il numero chiuso: limitare l’accesso al sapere e privatizzare l’università vuol dire favorire una precarizzazione diffusa dei soggetti in formazione e il loro inserimento all’interno del mercato del lavoro precario.

Per questi motivi parteciperemo all’assemblea promossa dalla Fiom a Bologna il 14 aprile convinti che sia fondamentale promuovere la costruzione di percorsi territoriali e nazionali in difesa dei diritti e contro la precarietà, insieme ai lavoratori e ai precari, per opporci alla Riforma Fornero e promuovere un’altra idea di lavoro e di welfare per tutti e tutte.

Bologna - Sabato 14 aprile 2012 - ore 10

Piazza Maggiore, Palazzo Re Enzo - salone del Podestà

qui il volantino della Fiom: http://www.fiom.cgil.it/eventi/2012/12_04_14-assemblea/12_04_14-volantino.pdf

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 18 Aprile 2012 14:23
 


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