Buoni propositi per la gestione della pandemia: tamponi gratuiti, informazione di qualità, risorse alla sanità pubblica, cura collettiva

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    Il 23 dicembre, giusto un momento prima della vigilia di Natale e con centinaia di migliaia di persone già in isolamento o quarantena, il governo ha comunicato le nuove disposizioni per la gestione della pandemia. Con la solita dose di confusione, sicuramente. E senza rispondere a tantissime necessità, economiche ma non solo. Sono misure forse meno drastiche rispetto a quelle che si paventavano sui giornali, nonostante il boom di casi degli ultimi giorni. Ma ormai si sa: è più importante garantire i consumi che la salute.  E così, si riduce la durata del green pass (dal 1 febbraio passerà da 9 a 6 mesi) e l’intervallo tra seconda e terza dose (da 5 a 4 mesi). E, sempre sul green pass: per bar, ristoranti, musei, piscine e palestre serve il super green pass (seconda dose), mentre per le discoteche servirà il mega green pass (terza dose), ma riapriranno solo il 31 gennaio: fino a quella data, sono vietati eventi e feste, anche all’aperto. Poi, si reintroduce l’obbligo di mascherina all’aperto e si passa all’obbligo di FFP2 in alcuni luoghi pubblici e nei mezzi di trasporto, per la prima volta in Italia (a differenza di altri Paesi europei, dove è così già da mesi). E restano in vigore le zone colorate, da determinarsi a seconda dei dati. Insomma, sembra essere ancora fermi a come eravamo un anno fa. Certo, grazie ai vaccini abbiamo dati molto più confortanti su ospedalizzazioni e decessi, se ne sta piano piano uscendo. Ma davvero non si poteva fare meglio di così sulla gestione della pandemia? Davvero queste sono le uniche scelte che si possono compiere? E, infine, siamo certз che siano scelte sostenibili? 

     

    La gestione della pandemia: dalle chiusure al green pass

    Dopo il lockdown della primavera 2020 e un’estate in cui il Covid sembrava una cosa lontana, forse non ci si aspettava misure come quelle a cui siamo andati incontro. Sono bastati pochi mesi, invece, perché partisse una guerra senza quartiere alla socialità e alla vita notturna in primo luogo: i lockdown notturni in alcune regioni prima, poi le chiusure di bar e ristoranti la sera e di cinema, locali, club e teatri (con un settore, quello dello spettacolo, tra quelli che ha subito maggiormente le conseguenze della pandemia) il coprifuoco generalizzato a tutto il Paese poi. L’istituzione di zone gialle, arancioni e rosse ha provato a evitare il lockdown totale, anche se in alcuni periodi ci si è andati vicini. Con la differenza, però, che la produzione non si è fermata. L’imperativo sembrava essere solo questo: tuteliamo produzione e profitto, tutto il resto si può sacrificare. Mentre si bandiva qualsiasi possibilità di incontrarsi, condannando milioni di persone alla solitudine e lasciandoci senza nessuno strumento valido per il supporto psicologico, si continuava scientemente a non investire in trasporti, sicurezza sui luoghi di lavoro e in scuole e università, e, ovviamente, sulla sanità. I luoghi della formazione sono stati i primi a fare le spese di queste politiche. Tutto quello che aveva a che fare con i consumi restava aperto e intanto si chiudevano scuole e università: si è tornati alla didattica a distanza, perché gli spazi per garantire il distanziamento non esistevano, perché i mezzi di trasporto erano pochi e sovraffollati, perché non si faceva un danno economico così – ma poi, ne siamo davvero sicuri? 

    Si sono prese scelte emergenziali, ancora e ancora, e oggi continuiamo a fare i conti con la totale incapacità di prendere le decisioni giuste in quei mesi. Intanto cadeva il governo Conte e iniziava il governo Draghi, con premesse tutt’altro che positive. La gestione della pandemia si è sbilanciata ancor più a favore di Confindustria. I ristori sono diminuiti o scomparsi, le misure di sostegno per chi pagava le conseguenze della pandemia e della sua gestione non arrivavano – dal sostegno economico a quello psicologico. Si raccontava una ripresa economica che aveva ben poco a che fare con la realtà del nostro Paese, in cui aumentano le famiglie in povertà assoluta, l’occupazione che si crea è solo a termine – molto a termine – e, in generale, stiamo praticamente tuttз molto peggio di due anni fa. 

    Arriviamo a quest’estate, quando – una volta che si aveva chiaro che la pandemia, ancora una volta, non era finita – si è introdotta una nuova misura, differente dalle precedenti e ancora più volta a scaricare sui singoli le responsabilità della gestione della pandemia: il green pass. Uno strumento tra i più contestati, che pone dei problemi evidenti sotto diversi punti di vista. Utilizzato come strumento di ricatto per spingere la popolazione a vaccinarsi, ha contribuito al consolidamento di una contrapposizione tra vaccini e tamponi, alla confusione sull’utilità dei vaccini, alla polarizzazione. Mentre non si faceva niente per sensibilizzare davvero la gente sull’importanza dei vaccini, si condizionava la possibilità di accedere a dei diritti (il lavoro, l’istruzione) a quella di pagare un tampone: e non solo per chi non voleva vaccinarsi, ma anche per chi, per svariati motivi, non poteva, o non vedeva il suo vaccino riconosciuto. È il caso di tantз migranti, vaccinati con vaccini diversi da quelli approvati in Europa. O di fuorisede che non avevano avuto modo di vaccinarsi durante l’estate, o di giovani a cui erano state rimandate le dosi a causa della carenza delle stesse in alcune regioni. 

    L’abbiamo detto con forza già da quest’estate: limitare l’accesso a luoghi come le università a chi fosse sprovvisto di green pass senza mettere tuttз nelle condizioni di averlo era profondamente sbagliato. Per questo già prima dell’inizio dell’anno accademico abbiamo rivendicato non solo l’apertura di hub vaccinali nelle università, per consentire a noi studentз di vaccinarci direttamente nel luogo di studio, ma anche la garanzia di tamponi gratuiti per l’accesso a spazi universitari e residenze. Richieste rimaste inascoltate, tanto quanto quelle, simili, avanzate dalle organizzazioni sindacali per quanto riguarda il green pass nei luoghi di lavoro. 

    Il governo, al contrario, ha continuato a procedere imperterrito in questa direzione. Mentre il green pass diventava necessario per un numero sempre maggiore di attività e i tamponi continuavano ad essere a pagamento – disincentivando vaccinatз e non dal farne – si accelerava sulla stretta repressiva. A novembre, il Ministero dell’Interno ha rilasciato una direttiva in cui consentiva di vietare cortei e manifestazioni nei centri cittadini, con una pesantissima limitazione delle libertà democratiche a favore della tutela di interessi commerciali – oltre che del silenziamento di qualsivoglia forma di dissenso, come abbiamo denunciato insieme a tante altre realtà all’indomani della decisione.  

    E infine, a inizio dicembre si è fatto un ulteriore passo nel rafforzamento del green pass e dei vincoli, rendendolo obbligatorio, tra le altre cose, anche per i mezzi pubblici. Quindi: non si è investito minimamente per aumentare il numero di mezzi e di corse nell’ottica di limitare il sovraffollamento, ma si è reso obbligatorio il green pass per ogni tipo di spostamento, anche urbano. Una scelta, quest’ultima, particolarmente problematica per milioni di studentз medi, sprovvisti di green pass, che non possono scegliere se vaccinarsi in quanto minorenni e che per recarsi a scuola dovrebbero affrontare una spesa per tantз insostenibile.

    Davvero l’unico modo per incentivare le vaccinazioni è il ricatto? 

    Natale 2021: tra quarantene di massa, FFP2 e tamponi impossibili

    Arriviamo a questi giorni. Abbiamo visto tuttз le file infinite fuori dalle farmacie, per pagare 15€ un test antigenico sperando nella sua affidabilità – sempre che una volta in cassa non ti dicano che sono finiti e di ripassare il giorno dopo. Abbiamo provato tuttз a cercare un test fai da te in supermercati, farmacie e parafarmacie, spesso senza successo, o pagandolo quanto uno refertato. Ci siamo sentitз dire da privati e ASL che non c’erano più posti per fare un molecolare. E a provare tutto questo non sono, ovviamente, solo persone non vaccinate: è chiunque stia tornando a casa per Natale, con la prospettiva di vedere parenti che magari non vede da mesi, almeno per le vacanze. A quasi due anni dall’inizio della pandemia, continuiamo tra mille difficoltà a pagare di tasca nostra ogni singola precauzione. La spesa per i tamponi in farmacia il 21 dicembre ha sfiorato i 13 milioni di euro a carico degli utenti. Il costo di una FFP2 difficilmente è inferiore a 1€: considerando che una mascherina andrebbe tenuta su al massimo 8 ore, è facile constatare come si tratti di una spesa non certo indifferente. 

    C’è poi un altro elemento importante: la contrapposizione tra tamponi e vaccini è inutile, dannosa, pericolosa. Ci hanno ripetuto per mesi che era sufficiente vaccinarsi e che i tamponi erano il male e che se volevi fare un tampone eri contro i vaccini. A farne le spese è stato ed è il tracciamento. In tantissimi Paesi europei i tamponi gratuiti hanno consentito di controllare meglio l’andamento dei contagi, da noi sono stati dipinti come un attentato alla salute collettiva. Mentre veniva portata avanti quest’opera di criminalizzazione dei tamponi, non si faceva assolutamente niente per incentivare la gente a vaccinarsi. Oltre a mettere in campo strumenti come quello del green pass, si intende. Oggi, con più di 50mila casi al giorno, il tracciamento è del tutto saltato: chi si mette in quarantena lo fa per senso di responsabilità e di cura collettiva (e per fortuna!), ma non ha nessun tipo di contatto o informazione dalle ASL – che continuano a lavorare in condizioni folli, sotto organico, con direttive confuse e contrastanti. 

     

    Vaccini: perché sono importanti, cosa non è andato nella campagna vaccinale

    Facciamo un passo indietro. Di cosa parliamo quando parliamo di vaccini?
    La vaccinazione è uno strumento medico attualmente usato a scopo preventivo (vaccinoprofilassi) e terapeutico (vaccinoterapia). Il vaccino è composto da un agente patogeno attenuato o di una sua subunità, che, introdotto nell’organismo umano, permette a questo di sviluppare gli anticorpi necessari alla difesa della malattiaLa loro invenzione si deve al lavoro del medico inglese Edward Jenner, vissuto tra 700 e 800. Jenner fu il primo a notare come tra i mungitori di vacche, che nel loro lavoro venivano a contatto con i vaiolo vaccino, una forma molto leggera di vaiolo, davano all’infezione di vaiolo umano, che invece rappresentava una forma di malattia molto grave, una risposta più forte e una più alta possibilità di guarigione. Da qui l’idea che il contatto con una forma di virus o batterio nelle sue forme lievi, permetta all’organismo di sviluppare l’immunità alle sue forme più gravi.

    Da allora fino ad oggi, sono state innumerevoli le epidemie che sono state sconfitte o tenute a bada grazie a questo strumento medico. 

    Lo scoppio della pandemia COVID SARS 2 nel gennaio 2020 ha portato ad una profonda crisi non soltanto sanitaria, ma anche sociale, economica e psicologica, determinando la messa in discussione dei modelli di vita in precedenza assunti come normali.

    Pressata dalla necessità di dare una risposta sanitaria quanto prima, la comunità scientifica ha da subito tentato di dare una risposta in termini di cure e di prevenzione della sindrome da COVID. La velocità con cui i vaccini anticovid sono stati prodotti non deriva dall’aver sorvolato su protocolli di sicurezza. 

    Si è potuti arrivare a vaccini efficaci e sicuri tanto presto grazie all’adozione di sistemi di produzione più veloci, a finanziamenti enormi che hanno permesso alle aziende farmaceutiche di eseguire più fasi di studio contemporaneamente, e al fatto che le agenzie regolatorie internazionali hanno potuto utilizzare procedure di emergenza. Ma soprattutto grazie ad anni di ricerche precedenti sui virus simili: gli studi sui vaccini a base di DNA hanno avuto il via almeno 25 anni fa, e i vaccini a base di RNA hanno di 10-15 anni di intensa ricerca di base, allo scopo di sviluppare un vaccino contro il cancro.

    Ad oggi i dati ci restituiscono un’immagine chiara: il vaccino ha permesso di evitare le ondate di ricoveri e decessi che hanno caratterizzato l’inizio della pandemia. Parliamo di una diminuzione del 93%  delle ospedalizzazioni e del 95% dei ricoveri in terapia intensiva. Ma il virus Sars-Covid-2 non è stato debellato, perché il vaccino non garantisce di non prendere il virus o di eliminare la contagiosità, ma diminuisce la carica virale e fa crollare drasticamente la possibilità di sviluppare sintomi gravi. Non si tratta quindi di scegliere se vaccinarsi o sottoporsi a tamponamento periodico, la distribuzione dei vaccini su larga scale deve essere accompagnata dalla garanzia di accessibilità anche dei tamponi, per permettere un corretto tracciamento della diffusione del virus e quindi della diminuzione dei contagi. 

    Informazione di qualità? Non pervenuta.

    Nel corso dell’ultimo anno, la campagna di informazione sui vaccini è stata nel migliore dei casi inesistente, nel peggiore disastrosa. Mentre si continuava a discutere di Green Pass, obbligo vaccinale e restrizioni, non si faceva assolutamente niente per rispondere ai dubbi, legittimi, che tante persone hanno sviluppato, complice la campagna terroristica condotta dai media soprattutto nei primi mesi di vaccinazioni. Ricordiamo tuttз il caso montato su Astrazeneca, le prime pagine iper allarmistiche, poi quelle sui lotti ritirati, sui mix prima-seconda (e ora terza) dose…qual è il risultato? Confusione, paura, sfiducia. Da due anni ci ripetono che dobbiamo “seguire la scienza”, Draghi ha dichiarato recentemente che “ogni decisione è guidata dai dati, non dalla politica”: ma la politica sta in ogni scelta che viene presa in merito alla gestione di questa pandemia. È politica l’incapacità (o la mancanza di volontà) nel realizzare una campagna di sensibilizzazione convincente, portandola anzi ben oltre il ridicolo (il jingle sì sì sì vacciniamoci dovrebbe servire a qualcosa? Veramente?) e l’inutile. È politica la scelta di dare adito alle narrazioni allarmistiche e alle polarizzazioni, dipingendo ogni dubbio o paura come un attacco al sacro tempio della scienza, senza dare alcun tipo di spazio ad opinioni discordanti che di complottista hanno poco, e che invece sono il sale della democrazia. Perché non si parla dei profitti che le aziende farmaceutiche stanno facendo dai vaccini? Perché, se si osa toccare l’argomento, si viene additati come matti complottisti no vax? Come si è arrivati, nel Paese che proprio pochi giorni fa festeggiava i 43 anni dall’istituzione di un Servizio Sanitario Nazionale pubblico e di qualità, a poter anche solo permettere che figure istituzionali paventino la possibilità che “i novax si paghino le cure da soli”? 

    Nessuno si salva da solo. 

    E ovviamente, è politica il non aver voluto insistere sulla necessità di eliminare i brevetti sui vaccini. Nonostante il vaccino si sia stato pensato come un’arma imprescindibile per l’uscita dalla pandemia e per la salute di tutt3, la sua produzione non ha implicato l’immediato accesso a questo strumento per tutta la popolazione globale. Le campagne vaccinali sono state portate avanti in maniera diseguale, perché l’attuale sistema dei brevetti fa dipendere l’uscita dalla pandemia dalla possibilità economica dei paesi di sostenere il prezzo imposto per i vaccini dalle case farmaceutiche.

    A marzo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha rifiutato la proposta di India e Repubblica Sudafricana di far rinunciare alle aziende il monopolio sui brevetti, permettendo la produzione libera di altre dosi. Questa rinuncia avrebbe portato ad avere più vaccini più velocemente e a prezzo minore. In sede di votazione, la maggior parte dei Paesi europei, si è espressa contraria, sostenendo che si arriverebbe ad una abbassamento delle entrate delle aziende farmaceutiche causando un disincentivo alla ricerca e all’innovazione. 

    Il guadagno non può essere messo prima della salute e della vita delle persone: la necessità sarebbe  dovuta essere da subito vaccinare il maggior numero possibile di persone.

    Più a lungo il virus rimane in circolazione, maggiore è la probabilità di mutazioni più contagiose e resistenti ai vaccini, con rischio di ritornare al punto di partenza. Le conseguenze di scelte economiche tali, quindi è oggi causa del proseguimento della pandemia.  In un sistema come quello vigente guadagnano solo i grandi colossi del mondo farmaceutico e ne perde la salute di ogni persona.

    Chissà, forse se in Africa non fosse vaccinato solo il 2% (scarso) della popolazione non staremmo passando il Natale con più conoscenti in quarantena che fuori a causa della variante Omicron. O se nei Paesi dell’est Europa fosse stata garantita una copertura superiore, non sarebbe stata così rapida questa quarta ondata. Nessuno si salva da solo, insomma, oggi come non mai. Dovremmo ricordarcelo tuttə, a ogni livello. 

    Serve una netta opposizione al sistema di brevetti e aziendalistico che sta alla base della ricerca per i vaccini: è necessaria una liberazione dai brevetti della ricerca, che dovrebbe essere svolta dagli enti di ricerca degli Ospedali italiani, dai Centri di Ricerca e dalle Università.

     

    Cosa servirebbe fare di fronte all’aumento dei contagi?

    Non è più possibile parlare di gestione della pandemia e dell’aumento dei contagi solo in ottica emergenziale, e quindi ragionando solo di restrizioni. Serve mettere in campo strategie che guardino tanto alla pandemia quanto a necessità pregresse.

    Tamponi gratuiti

    Come dicevamo, la contrapposizione tra vaccini e tamponi è folle. I tamponi sono utili al tracciamento e all’individuazione dei positivi anche laddove asintomatici o paucisintomatici. Per questo, dovrebbe essere possibile per chiunque accedere ai tamponi senza che questo rappresenti una spesa spesso insostenibile. In tanti paesi europei è così già da mesi: vogliamo tamponi gratuiti per tuttз! 

     

    Mascherine: se sono obbligatorie, non possono essere un costo

    Le FFP2 sono diventate obbligatorie in tantissimi luoghi. Il loro costo continua ad essere alto e oscillante a seconda di quanto decide il mercato. All’inizio della pandemia si è fissato il prezzo massimo delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi, oggi serve forse fare qualcosa di più: nazionalizzare la produzione di dispositivi di protezione individuale e garantire la loro gratuità e accessibilità per tuttз.

     

    Campagna vaccinale

    Oggi la stragrande maggioranza della popolazione è vaccinata. La retorica che vede ogni mese una diversa categoria di persone come genericamente “novax” è, appunto, retorica – anche profondamente dannosa. Prima gli insegnanti, poi i giovani… senza che nessun dato la confermasse. Se ci sono dei problemi sui vaccini, non stanno sicuramente nel campo delle responsabilità individuali. Oggi gli stati continuano a dipendere dalla volontà di capriccio delle case farmaceutiche per la disponibilità di dosi di vaccino. Vale a livello globale, vale nel micro: lo abbiamo visto quest’estate, con il rallentamento delle vaccinazioni su alcune fasce d’età perché in alcune regioni non c’erano abbastanza dosi disponibili per i richiami. Serve in primo luogo aggredire questo piano, eliminando i brevetti e liberando i vaccini dalla fame di profitto dei colossi dell’industria farmaceutica. E poi, serve una campagna di sensibilizzazione seria, che non criminalizzi le paure e i dubbi, che non dia niente per scontato, che non punti alla polarizzazione ma, invece, ricostruisca le basi per la tutela della salute collettiva. Inoltre, anche di fronte all’avvio della vaccinazione con la terza dose, un ruolo chiave potrebbe giocare l’istituzione di hub vaccinali nelle Università, per flessibilizzare più somministrazione del vaccino, attraverso open day vaccinali rivolti anche a persone che non hanno la residenza nella regione in cui si vaccinano.

     

    Sanità pubblica

    Tutto quello che abbiamo detto fino ad ora è possibile solo tornando a finanziare veramente la sanità pubblica. Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati 37 mld di euro al Servizio Sanitario Nazionale, per rimediare ai quali non bastano misure timidissime come quelle previste dall’ultima legge di bilancio. È il momento – e lo era già due anni fa, in realtà – di restituire quanto tagliato e fare anche di più: garantire tutto l’organico che serve, eliminando numero chiuso e imbuto formativo, aggredire la precarietà strutturale combattendo le esternalizzazioni sempre più diffuse nel personale medico e sanitario e assicurando condizioni di lavoro dignitose e fuori dallo sfruttamento, potenziare la sanità territoriale. 

     

    Trasporti

    La capienza dei trasporti dovrebbe essere all’80%, la verità è che la stragrande maggioranza dei mezzi che prendiamo ogni giorno sono sovraffollati. Lo erano prima del Covid, continuano ad esserlo oggi. Serve a poco rendere obbligatorie le FFP2 (per quanto sia importantissimo) se poi sui bus stiamo ammassati come sardine. Le differenze che abbiamo visto negli scorsi mesi tra alta velocità e trasporto regionale e/o intercity, poi, non sono tollerabili: solo se paghi di più hai diritto a viaggiare in sicurezza?
    Serve investire subito nel trasporto pubblico, consentendo di aumentare il numero di corse per rispettare la capienza ridotta e il distanziamento, ma serve anche rendere il trasporto pubblico davvero sicuro, sostenibile e accessibile a tuttз. 

     

    Scuole e università: come garantire un rientro in sicurezza?

    Fin dall’inizio della pandemia, la chiusura di scuole e università doveva avvenire soltanto dopo aver provato tutti i modi possibili per tenerle aperte, ma non è assolutamente stato così. Sono anni  che denunciamo il sottofinanziamento dell’istruzione che comporta la mancanza di spazi idonei e servizi adeguati per la componente studentesca. I governi succedutisi durante la pandemia hanno scelto di non colmare questa lacuna di finanziamenti e di permettere ai luoghi della formazione di restare aperti in sicurezza. Se il problema è la presenza di troppe persone nelle aule universitarie, nelle sale studio e nelle mense, servirebbe investire in più spazi e migliorare la turnazione delle lezioni, garantendo a tutte e tutti di potere frequentare in sicurezza. Se bisogna garantire una maggiore turnazione di studenti serve sbloccare il turn-over e assumere più docenti.  Allo stesso modo per quanto riguarda le scuole chiediamo che venga risolto il problema delle classi pollaio, che vengano aggiunte aule e ristrutturati spazi che potrebbero diventare scuole, vogliamo che vengano costruite nuove scuole per garantire che si rispetti davvero il principio di territorialità, vogliamo che gli spazi siano pensati in ottica educante e che il diritto alla scuola in presenza sia garantito a tuttз.
    Nè il green pass né le varie direttive si sono rilevati utili a garantire un completo ritorno in sicurezza, resta necessario ancora oggi un grande sforzo per la prevenzione e per il tracciamento dei contagi, per i quali la gratuità dei tamponi anche per lз studentз è imprescindibile, insieme alla definizione univoca di un sistema di tracing e ad un reale  servizio di pulizia e igienizzazione che garantisca spazi sicuri. 

    Infine, rivendichiamo con forza il supporto psicologico, a maggior ragione dopo questi due anni di DaD in cui problemi legati all’ansia, allo stress e alla depressione sono aumentati in scuole e università che ancora ci vedono come numeri, ci spingono a competizione e performatività e contribuiscono a tagliare ogni rapporto sociale.

    L’importanza dei luoghi della formazione nell’educazione alla cura

    Chiediamoci però quanti e quali siano i “vaccini” per la pandemia e per i problemi sociali che da anni ormai affliggono il nostro Paese. Chiediamoci quale ruolo abbiano i luoghi della formazione, le scuole, le università e la cultura sia nella risposta all’emergenza sanitaria degli ultimi due anni sia verso il futuro e i problemi che il nostro sistema malato continuerà a porre di fronte alla società tutta e alla nostra generazione in primis. All’arrivo del virus e all’alzarsi dei contagi si è deciso di chiudere scuole e università, rilegare la formazione e l’educazione a uno schermo senza mai interrogarsi su come garantire il diritto allo studio a tuttз. Da subito si è deciso di non pensare alla cultura come elemento fondamentale per rispondere all’emergenza, preferendo invece non fermare il processo produttivo garantendo il profitto di pochi in cambio della salute di moltз. Con l’inizio della campagna vaccinale lo strumento messo in atto dallo Stato per aumentare il tasso di vaccinatз è stato quello del Green Pass, la scelta rispetto al vaccinarsi o meno è stata da quel momento caratterizzata da una libertà apparente. Risulta però fondamentale interrogarci su quanto sia libera una scelta, quanto sia consapevole, nel momento in cui lo stato non offre i mezzi, gli strumenti quale un’analisi critica adeguata a partire dai luoghi dei saperi che avrebbero dovuto avere un ruolo fondamentale per consapevolizzare all’importanza del vaccino e alla necessità di renderlo accessibile a tuttз. Sarebbe stato necessario mettere in campo un cambiamento radicale a partire dalla didattica per mettere al centro la questione della tutela del benessere collettivo, svincolandosi quindi da un sistema che educa  all’iperindividualismo. Rendere scuole e università accessibili a tuttз e cambiare radicalmente la didattica risulta strumento reale per educare alla cura verso la collettività tramite progetti fatti in gruppo e un sistema di valutazione non più numerico ma che vada oltre e che valorizzi ciascunə studentə evitando dinamiche competitive. Chiediamo con forza un cambio radicale del sistema formativo, chiediamo che sia volto a cambiare la società a partire dai principi della solidarietà e della cura, invece che da quelli della competizione e della discriminazione. La cura non è un fatto neutro, scontato, dato, statico. La cura collettiva è un processo, che ci deve vedere tuttз coinvoltз. 

    Possiamo ancora invertire la rotta, uscire dalla gestione repressiva, sostituire i dogmi con l’educazione e l’informazione di qualità, rispondere ai dubbi e alle paure, combattere discriminazioni ed esclusione, ma solo se ribaltiamo le priorità. Le persone, la salute (collettiva e globale), il benessere di tuttз: questo si dovrebbe tutelare, invece che i profitti. Facciamo sì che non restino solo buoni propositi. 

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