Sul futuro decidiamo noi: verso e oltre G20 e PreCop, prendiamo parola!

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    Riaperture, zone bianche, vacanze, vaccini: da qualche settimana a questa parte sembra che finalmente si stiano facendo dei passi fuori dall’emergenza sanitaria che caratterizza la nostra quotidianità da ormai un anno e mezzo. Il ritorno alla normalità è sempre più evocato e pare sempre più visibile, e sembra che si tratterà proprio di quella normalità a cui non volevamo tornare, perchè era il problema. Lo testimonia la scelta del governo di procedere allo sblocco dei licenziamenti, continuando a dare spazio alle aziende che vogliono scaricare su lavoratori e lavoratrici i costi della crisi, ma anche il folle dibattito dell’ultimo mese sul lavoro stagionale, arrivato puntuale come ogni estate ma che quest’anno sta toccando vette nuove. A detta degli imprenditori e di una parte consistente dell’apparato mediatico del nostro Paese, il problema dell’Italia sono i e le giovani non più disposti a farsi sfruttare per pochi spicci l’ora, è una politica “dei sussidi” che fermerebbe l’economia: ci chiediamo se si riferiscano ai pochi sussidi elargiti alle cittadine e ai cittadini oppure ai miliardi che lo Stato continua a consegnare ai privati senza alcun tipo di ritorno, ma la risposta sembra scontata. D’altro canto, anche una parte consistente dei finanziamenti del PNRR finiranno nelle tasche dei privati, attraverso progetti scritti nelle segrete stanze del governo senza alcun tipo di coinvolgimento di popolazione e parti sociali

    Questo è il contesto nel quale il nostro Paese si prepara ad essere teatro di importanti appuntamenti internazionali, i G20 e gli incontri preparatori della COP26, che mai come quest’anno disegneranno la direzione da percorrere per uscire dalla crisi che stiamo attraversando. O almeno dovrebbero. Il G7 che si è svolto il mese scorso Cornovaglia ci dà in questo senso alcune indicazioni: mentre i leader mondiali non ci hanno messo troppo a trovare una quadra sulla necessità di contrastare l’avanzata cinese nell’economia globale, non sono stati altrettanto risoluti nelle scelte riguardanti il contrasto all’emergenza climatica, ad esempio lasciando nel vago le risoluzioni sulla decarbonizzazione. E se l’approvazione della global tax al 15% è stata presentata come un grande passo in avanti verso equità e giustizia sociale, non è che l’ennesima dimostrazione dell’enorme potere che i grandi capitali continuano a rivestire nel condizionamento della politica: come sottolineato dall’economista Piketty, si tratta di una tassazione inferiore a quella prevista per piccole e medie imprese oltre che per la stragrande maggioranza dei cittadini. Salutare come una vittoria l’ennesima concessione ai colossi dell’economia significa palesare l’ingiustizia intrinseca ad un sistema costruito sugli interessi dei pochi a discapito dei molti: non basta passare “dallo 0% al 15%”, insomma, ma serve ripensare un modello in cui non esista la possibilità per una multinazionale di sfuggire a qualsiasi tipo di regolamentazione. 

     

    Cosa aspettarci quindi dagli appuntamenti dei prossimi mesi? E facendo un passo indietro, di cosa parliamo quando parliamo di G20 e Pre CoP? 

     

    Il G20 è il forum che riunisce le 20 principali economie del mondo: Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Turchia e Unione Europea (con la Spagna invitata permanente). Questi Paesi rappresentano, complessivamente, più dell’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio globale e il 60% della popolazione del pianeta. Il “gruppo dei 20” è chiamato annualmente a condividere linee di indirizzo globali su economia, finanza, ma anche ambiente, sanità, lavoro, istruzione e tanti altri settori di interesse generale. Difficilmente queste si traducono in impegni concreti e non ci aspettiamo che quest’anno sarà diverso, soprattutto date le premesse lasciate dal G7 (in particolar modo circa le frizioni con Russia e Cina) e da altri luoghi internazionali (come il WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, in cui continua ad essere bloccata – anche dall’UE – la richiesta di liberalizzazione dei brevetti sui vaccini Covid). Vuol dire che questi incontri sono del tutto inutili? Dipende dalle prospettive. Dal punto di vista geopolitico, possono rappresentare dei momenti di consolidamento o frattura di determinate relazioni, o essere utili palcoscenici internazionali.

    Ma più di tutto, summit internazionali come G7 e G20 rappresentano plasticamente l’idea per cui sono i più ricchi, i più industrializzati, i più potenti a dover decidere le sorti del pianeta. Rappresentano un sistema in cui questo modello decisionale è l’unico possibile, quando sappiamo che sono proprio le scelte fatte “dai grandi” ad averci condotto nelle crisi che continuiamo ad attraversare. Lo testimoniano la violenza con cui si manifesta la repressione di qualsivoglia movimento di protesta contro i vertici, la compattezza di un pezzo di sistema mass-mediatico che dipinge i contestatori come pericolosi terroristi (e a breve inizieranno anche sulla nostra stampa), la sostanziale sordità dei leader mondiali a qualsiasi voce venga dal di fuori dei palazzi in cui i vertici hanno luogo. 

     

    E la CoP? La Conferenza delle Parti è un incontro organizzato ogni anno dall’ONU per individuare strategie efficaci e condivise per contrastare il riscaldamento globale. Vi partecipano, quindi, tutti i Paesi membri dell’ONU. Almeno teoricamente: come sottolineato da Greta Thunberg, quest’anno la partecipazione di chi proviene dai paesi più poveri potrebbe essere messa seriamente a rischio dall’andamento fortemente diseguale della campagna vaccinale a livello globale. Tra le CoP più celebri ricordiamo quella del 1997, che ratificò il Protocollo di Kyoto e, in tempi ben più recenti, quella del 2015 a cui si devono gli Accordi di Parigi. La CoP che si svolgerà il prossimo autunno a Glasgow sarà chiamata ad aggiornare proprio gli Accordi di Parigi, oltre che delineare le nuove strategie di contrasto al cambiamento climatico nel post pandemia. L’Italia non ospiterà la CoP vera e propria (di cui però condividerà la presidenza con il Regno Unito), ma gli incontri preparatori, previsti dal 28 settembre al 2 ottobre a Milano. 

     

    Crisi diverse, un unico sistema da cambiare

     

    Gli appuntamenti del G20 ambiente di Napoli e della PreCOP di Milano potrebbero essere decisivi: come la comunità scientifica (e non solo) ripete ormai da anni, è troppo tardi per prendere altro tempo, servono risposte urgenti e radicali.  Come sappiamo, gli scorsi appuntamenti internazionali sono stati molto deludenti sia sulle discussioni sia rispetto a cosa nel pratico è stato fatto dai governi e dalle istituzioni internazionali. 

    Ma Napoli e Milano non saranno solo la sede degli appuntamenti istituzionali: in quelle giornate, attiviste e attivisti si ritroveranno lì per rimettere al centro la lotta per la giustizia climatica e sociale, contro la devastazione ambientale e il disastro climatico. 

    Dal 20 al 23 luglio Napoli ospiterà l’Ecosocial Forum e l’EcoParade, per giornate di dibattito e mobilitazione in cui comitati e realtà nazionali e internazionali si incontreranno per discutere delle vere strategie di contrasto alla crisi climatica, a partire dalle proposte dal basso di chi ogni giorno combatte e affronta in prima persona le devastazioni ambientali causate da questo modello economico e i cambiamenti climatici. 

    A fine settembre, anche Milano sarà teatro di un EcoSocial Forum, durante le giornate di Youth4Climate (l’appuntamento istituzionale che vedrà la partecipazione di pochissimi giovani selezionati senza alcun tipo di processo davvero democratico) e della Pre COP e di due giornate di piazza, il 1 e il 2 ottobre, lanciati dalla rete Climate Open Platform a cui aderiscono decine di realtà nazionali e locali. 


    Mentre andrà in scena teatrino delle decisioni da rimandare all’infinito e degli interessi privati da tutelare, nelle strade delle città si condivideranno idee, pratiche, proposte, dalle quali far partire una reale ripresa che non guardi solo a superare le problematiche causate dal Covid ma anche a tutti quei problemi che già da prima della pandemia mettevano in pericolo il futuro e le speranze della nostra generazione e non solo.

    Per questo nell’andare a costruire delle proposte si dovrà partire dal riconoscere come questo modello di sviluppo, basato sull’estrazione e il consumo senza limiti di risorse e lo sfruttamento di territori e di popoli, non sia più sostenibile e vada cambiato, mettendo le persone e il futuro prima del profitto di pochi che da anni ormai vanno arricchendosi sempre di più a scapito di miliardi di persone che vivono sulla propria pelle nei percorsi di formazioni, nei luoghi di lavoro, nelle città, nelle fabbriche, nelle aree interne la violenza intrinseca di questo sistema e i danni che questo sta causando all’ambiente e alla vita di tutt*.

     

    Un sistema che va cambiato e ribaltato a partire dai luoghi della formazione, dove già si insegnano e si replicano i modelli di consumo e di vivere del sistema estrattivista, con una pervasività sempre maggiore da parte di grandi multinazionali del fossile e inquinanti all’interno di scuole, università e ricerca. Non è più possibile pensare che ENI possa formare i docenti che insegnano educazione ambientale nelle scuole e investire decine di milioni di euro nei corsi di studio e nella ricerca scientifica: scuole e università devono essere i luoghi nei quali far crescere e coltivare saperi critici per andare poi ad affrontare la crisi climatica in ogni suo aspetto all’interno della società, dai luoghi accademici alle piazze fin dentro i salotti delle nostre case. I milioni di giovani che si sono mobilitati negli scorsi anni con Fridays For Future non vogliono più vedere nei loro luoghi di studio politiche di greenwashing e di riproduzione del modello esistente, praticato da ENI&co con il benestare e la complicità del governo.

    Bisognerà anche fin da subito attivare un reale processo di riconversione ecologica all’interno dei luoghi di lavoro e di produzione, chiudendo i luoghi di lavoro insicuri e inquinanti portando avanti l’idea di giustizia climatica per cui non sono le lavoratrici e i lavoratori a dover pagare lo scotto di questa crisi, perdendo il proprio posto di lavoro, ma devono essere le aziende inquinanti, le multinazionali del fossile, le grandi piattaforme, i gruppi bancari e finanziari a pagare la riconversione. Sono loro che per inseguire il profitto hanno inquinato per decenni il pianeta e le nostre città, anche quando la scienza ha portato loro le prove inconfutabili che quello che stava facendo metteva a repentaglio la vita del pianeta e di tutt* noi. Per questo sarà fondamentale che nei prossimi mesi la lotta ambientale viva non solo nelle scuole, nelle università e nelle piazze del paese ma anche nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro e nelle assemblee sindacali, perché solo dall’unione e dalla costruzione di una campagna comune tra student* e lavorat* si può cambiare il sistema e costruire insieme un futuro migliore.

     

    Questi processi nazionali e internazionali potranno avere successo solo se sarà presente contemporaneamente un grosso lavoro su tutti i territori del paese, che coinvolga grandi centri e aree interne nell’andare a definire proposte e momenti di attivazioni coi quali incalzare il governo e chi a questi summit parteciperà e avrà un ruolo importante. Questo non solo per l’importanza della battaglia ma anche perché gli effetti disastrosi dell’emergenza climatica li viviamo proprio a partire dalle nostre città e dai nostri paesi, con ampi territori che continuano ad essere devastati dalle aziende del fossile e non solo, estraendo da quelle zone le risorse necessarie a generare profitti e lasciando indietro ecosistemi distrutti, paesaggi devastati e morte e malattie per la popolazione del luogo: basta pensare in questo alla Basilicata, alle terre dei fuochi in Campania fino alla città di Gela, vittima da anni di una raffineria ENI. Una questione quella della dimensione territoriale delle battaglie ambientali che riguarda non solo il Sud del paese ma anche il Nord, con la Pianura Padana che da anni è una delle zone più inquinate d’Italia, soffocata da smog e agenti inquinanti prodotti da fabbriche e aziende inquinanti e che causano ogni anno migliaia di morti, una situazione che a seguito del Covid è ulteriormente peggiorata.

     

    Una formalità o una questione di qualità? La centralità della questione democratica.

     

    Mettere al centro la realtà e le storie dei territori, smontando l’idea di città vetrina che si consolida in occasione di summit come quelli di cui stiamo parlando, significa mettere al centro una questione democratica sempre più urgente. Soprattutto in un Paese che sta attraversando una profonda torsione antidemocratica, portata avanti ancora una volta nel nome della tecnica.

    Se il governo italiano ha impostato come sappiamo la gestione del risanamento sociale (in primis di scrittura del PNRR) è difficile pensare che darà al G20, in quanto paese ospitante, un’impostazione che sappia cogliere la dimensione democratica che i processi di programmazione dovrebbero avere. In questo contesto quindi questo evento risulta un passo ulteriore verso la monopolizzazione dell’orientamento del futuro globale da parte delle classi dirigenti internazionali. Ma anche tutta la buona volontà del nostro governo  (che comunque non vediamo all’orizzonte) non basterebbe. 

     

    Rispetto alla contrazione degli spazi decisionali a livello globale è emblematica la distribuzione dei vaccini, che ha determinato una forte disparità rispetto alla speranza che diverse regioni del pianeta possono permettersi nell’immaginare la data di uscita dalla pandemia. Se gli stessi paesi che hanno determinato questa pesante diseguaglianza e privatizzazione di un bene come i vaccini si riuniranno al G20, non è immotivato pensare che i paesi non industrializzati verranno nuovamente lasciati indietro nelle decisioni economiche e  geopolitiche. 

     

    La parole chiave che questo G20 ha posto come la base delle discussioni a cui darà spazio sono “persone, pianeta, prosperità”. Già qui, i primi problemi: cosa intendiamo per prosperità? In una società votata al dogma della crescita a tutti costi, la prosperità e il progresso assumono una connotazione specifica e per niente neutrale, quella compatibile con la razionalità neoliberista. Poco importa che queste si scontrino con l’impossibilità di una crescita infinita in un mondo finito. 

    Ma guardando oltre, a chi compone il G20, non possiamo fare a meno di chiederci: quale fiducia possiamo avere nella reale possibilità di prospettive politiche radicali su questi tre temi? La lista dei paesi partecipanti non ci fa ben sperare.  Quale contributo possono infatti dare paesi come  la Turchia, l’Arabia Saudita e la Russia su argomenti come il valore della democrazia, della salvaguardia dei diritti umani e della crescita individuale e collettiva? 

    Senza portare l’esempio di questi paesi che quotidianamente calpestano i processi democratici e la cui violazione continua dei diritti umani è sotto gli occhi di tutti, anche paesi più democratici porteranno ai tavoli di lavoro la difesa di un sistema economico che ha prodotto le disuguaglianze sociali che dominano la nostra società. Se la democrazia diventa una bandiera da sventolare per difendere una diversa forma di oppressione, resta in ogni caso un vessillo dei potenti. Se crediamo invece che democrazia significhi giustizia sociale, partecipazione, lotta alle diseguaglianze e alle ingiustizie, allora questo è il momento per prendere parola.

     

    Non abbiamo bisogno dell’ennesima occasione per i governi di mettersi la maschera dei salvatori vicini al popolo, non possiamo tollerare l’ennesimo momento in cui le nostre città diventeranno “città vetrina” in cui si toglie spazio a tutto il dissenso e a tutte le sofferenze sociali per fare posto alla narrazione dell’ “andrà tutto bene”.

    Non andrà tutto bene finché non riformeremo una struttura economica e sociale che pone la ricchezza in poche mani, che ci costringe alla precarietà, che distrugge il pianeta fino a destinarlo a collasso. La nostra generazione non ha bisogno di vecchie ricette ormai dimostratesi fallimentari per l’uscita dalle crisi che ciclicamente e con sempre più frequenza si abbattono su di noi. Per un cambiamento veramente totale che non miri a risolvere questa crisi per poi semplicemente aspettarne un’altra, partiamo dalla redistribuzione: delle ricchezze, degli spazi di partecipazione, dei saperi e dei diritti. 

    Vent’anni fa, a Genova, in una fase ben diversa da quella odierna, decine di migliaia di persone urlavano con forza che un altro mondo era possibile. Sappiamo come finirono quelle giornate, in quella che Amnesty ha definito la più grande violazione di diritti umani in un paese occidentale. Ma sappiamo anche che negli anni successivi il mondo che si è costruito non era quello che giovani come noi rivendicavano a gran voce, ma proprio quello che i potenti chiusi nei loro palazzi difendevano reprimendo duramente chiunque provasse a sognare un futuro diverso. Oggi sono cambiate tante cose, ma non la necessità di lottare per quell’altro mondo possibile, per un futuro veramente di tutte e di tutti.

     

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