I giovani non hanno voglia di lavorare, la povertà è una colpa e altre cazzate da smontare

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    L’estate è sempre stata una stagione di grandi proclami. E di grandi bugie, come dimostra il dibattito delle ultime settimane. È arrivato il momento di smontare alcune delle enormi falsità che riempiono le pagine, i profili e i siti web di giornali e canali vari di “informazione”. 

    Numero uno: cosa ci dicono davvero i dati sulla povertà? 

    Il dato è che la povertà è ovunque nel Nord e nel Sud e andrebbe misurata tenendo in considerazione il contesto di ogni Paese evitando comparazioni e generalizzazioni poco utili e falsamente positive. 

    Alcune testate online stanno riprendendo dati del 2015 che mostrano come nel mondo la povertà assoluta (definita come la popolazione che vive con meno di 1,90$ al giorno) sia effettivamente diminuita. Analizzare oggi quel dato è totalmente fuori dalla fase storico-politica: è da un anno e mezzo che viviamo una condizione di crisi sanitaria ed economica e il dato aggiornato è, come ci si aspetta, opposto: la povertà assoluta sia mondiale, sia nel nostro paese è in crescita. Dato che, se disaggregato per età, mostra quanto siano lз giovani ad essere lз più colpiti dalla crisi che stiamo ancora attraversando, le persone under30 infatti sono quelle che perdono il lavoro, che vedono il loro contratto non rinnovarsi e nessun investimento in nessun settore per l’inserimento di figure nuove, tipicamente lз under30. 

    L’altro dato da prendere in esame è quello della povertà relativa, che inquadra la povertà nel contesto socio-economico dei vari Paesi: con questo dato emergono tutte quelle fasce della popolazione del Nord del mondo che nonostante vivano con più di 1,25$ al giorno sono considerati popolazione povera in Paesi come USA, UK o anche nel stesso nostro Paese. In particolare, emerge con più forza la categoria dei cosiddetti working poor, persone che nonostante lavorino non riescono a garantire a se stesse e ai loro familiari una condizione dignitosa: esempio più classico quello degli USA dove il solo ammontare delle spese minime alimentari (togliendo affitto, vestiti, ecc..) è di 4,8$ al giorno, risulta evidente che se anche queste persone non sono sotto la soglia della povertà assoluta non sono in grado di sostentare né di avere una vita dignitosa. 

    Sulla povertà esiste poi un altro discorso da affrontare necessariamente: essere poveri non è una colpa. La retorica di quellə che “ce l’hanno fatta” perchè si sono impegnati forte, posti in contrapposizione ai poverз sfigatз, che evidentemente hanno scelto di non darsi da fare e che quindi “si meritano” la loro condizione di indigenza, non ha solo stancato, ma ha fatto e continua a fare danni. Fa danni su chi vive una condizione di povertà, perché mette in moto dei meccanismi di autocolpevolizzazione a lungo andare distruttivi, ma ne fa anche e soprattutto in relazione alla possibilità che vengano messe in campo delle misure di contrasto e lotta alla povertà e all’ingiustizia sociale, perché spostando sull’individuo quella che è una responsabilità sociale, automaticamente si deresponsabilizza la politica. 

    Quale possono essere quindi delle politiche che vadano a limitare questo fenomeno ed invertire realmente il trend? Il Reddito di Cittadinanza fu uno degli strumenti introdotti in Italia (e in forme diverse anche in altri Paesi) per contrastare l’aumento della povertà ed è evidente come sia fortemente limitato e che non stia portando i risultati sperati (basti pensare che il RdC massimo è di 780€ mensili mentre la soglia di povertà assoluta al Nord è di 753€ mensili).

     

    Ma se il Reddito di Cittadinanza è entrato nuovamente con forza nel dibattito pubblico non è stato nell’ottica di ragionare un’estensione e un aggiornamento della misura, anzi. Tutt’altro: è tornato agli onori della cronaca a seguito delle lamentele di alcuni albergatori e ristoratori rispetto alla difficoltà di trovare lavoratori durante la stagione estiva e del conseguente emendamento al dl Sostegni, presentato da Valentina D’Orso (M5S) che prevedeva, “pena decadenza del beneficio”, offerte di lavoro stagionali entro 100 km dalla propria residenza per i beneficiari del Rdc. L’emendamento è stato respinto, ma non è mancata, da più parti, la pressante retorica del “siete poveri per scelta, il lavoro c’è, voi scegliete i sussidi”, il Reddito di cittadinanza vituperato e additato come causa del rifiuto da parte dei disoccupati delle offerte di lavoro proposte.  E con questo arriviamo alla balla numero 2.

    Al Reddito di cittadinanza, così come introdotto ad inizio 2019, si potrebbero fare molte critiche, in primis evidenziando come questo pacchetto di sostegni economici, se non accompagnato da delle riforme strutturali del mondo del lavoro e della rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori, finisca per essere causa del rafforzamento e della perpetuazione di un mercato del lavoro precario, instabile e che non garantisce il sostentamento del lavoratore o della lavoratrice.
    È questo mercato del lavoro la causa del rifiuto, non il Reddito di cittadinanza. 

    Ad oggi infatti, non basta lavorare per non essere poveri. Secondo i dati ISTAT 2020, la povertà riguarda 5,6 milioni di persone, oltre 2 milioni di famiglie, tra cui non soltanto disoccupati, ma working poors, ovvero le persone che pur lavorando non riescono ad assicurare una vita dignitosa a se stesse e alla propria famiglia. Ad oggi i lavoratori poveri sono soprattutto quelli inseriti sotto la contrattazione Multiservizi, che riguarda numerose categorie lavorative: addetti alle pulizie, lavoratori nei centri di prenotazione ospedaliera,  operatori della cultura e molti altri, che si ritrovano a fare i conti una paga oraria che non supera i 7 euro lordi all’ora, oppure le lavoratrici e i lavoratori inquadrati nel contratto dei Servizi Fiduciari, a cui spettano salari che si aggirano intorno ai 5 euro l’ora lordi. 

    Secondo i dati dell’Inps, relativi al 2019, sono 4,3 milioni i rapporti di lavoro – su 14 milioni, il 28% – che prevedono un salario inferiore ai 9€ lordi l’ora e, quindi, al di sotto delle soglie minime di retribuzione oraria. 

    Ad oggi il mondo del lavoro non è visto con diffidenza a causa della svogliatezza di chi vuole vivere di sussidi, sussidi che spesso neanche esistono o che sono temporanei, ma in quanto è il mondo del lavoro in primis a voltare le spalle alle fasce più deboli e soggette a discriminazioni e sfruttamento. 

    Ma a quanto pare, per una buona parte della classe politica, del ceto imprenditoriale e del sistema mediatico italiani, basterebbe soltanto “mettersi in gioco”. Indovinato: questa è la cazzata numero 3. 

    È una frase che abbiamo sentito spesso ripetere, per ultimo da Guido Barilla (che si è dovuto senza ombra di dubbio mettere in gioco per entrare a 24 anni nell’azienda di famiglia ed ereditarla, insieme al suo fatturato da diversi miliardi di euro), e che si accompagna ai vari “dovete fare gavetta”, “alla vostra età è normale”, “cosa pretendete senza esperienza”, “smettetela di lamentarvi continuamente” eccetera eccetera. La variazione sul tema è quella dз giovani mammonз, bamboccionз, che a trent’anni non vogliono andar via di casa. Forse però se noi giovani italianз restiamo a casa dei genitori fino a 31 anni, 5 in più della media europea, la colpa non è proprio nostra.

    Da un recente rapporto del Consiglio Nazionale dei Giovani è emerso che il 58,9% del campione (960 giovani tra i 18 e i 35 anni) dichiara di guadagnare meno di 10mila euro annui. Non siamo neanche più la generazione mille euro, anzi: i mille euro al mese sono visti spesso come un traguardo spesso irraggiungibile, per chi è costrettə a barcamenarsi tra tre diversi lavori per poter pagare l’affitto e le spese. E questo, per chi un lavoro ce l’ha: oltre il 30% dз giovani nel nostro paese non riesce a partecipare al mondo del lavoro, a causa di un’economia che da anni tende a escluderci dal trovare un impiego, stabile o anche a tempo determinato; questa non partecipazione è particolarmente grave nel Sud del paese, dove il dato è tre volte tanto quello del Nord Italia. 

    Secondo i dati Istat, nell’ultimo anno il tasso di occupazione ha registrato un crollo del 4% per giovani tra i 20 e i 24 anni e del 3,5% per chi ha dai 25 ai 34 anni anni. E se anche la disoccupazione è calata (-2,9% tra i 18-29) è solo perché il tasso di inattività è aumentato del 6,3% (tra i 18-29, contro il +3,6% della popolazione attiva).

    Lo testimonia l’impennata di NEET che ha registrato i massimi storici con quasi un giovane su quattro che non studia, non lavora e non è alla ricerca di un impiego. 

     

    Ma se questa è la situazione per la maggior parte della popolazione, chi è che continua a credere (e ripetere) alla favoletta del “mettersi in gioco”? Semplice, chi non ne ha (e non ne ha mai avuto) alcun bisogno. 

    Quelli che hanno visto la loro ricchezza crescere anche durante la crisi, quando la ricchezza di 36 miliardari della Lista Forbes è aumentata di oltre 45,7 miliardi di euro.
    Quelli che pur rappresentando il 5% della popolazione possiedono oltre il 40% della ricchezza complessiva nazionale.
    O anche quelli che hanno deciso di fondare il loro modello di impresa sulla massimizzazione dei profitti a scapito di salari, diritti, sicurezza. E che magari dichiarano solo una minima percentuale di quello che guadagnano.
    Quelli che non si sono mai scontrati con la difficoltà di pagare un affitto esorbitante per una stanza singola fuori dal centro, quelli per cui i costi dell’istruzione non sono mai stati un problema. 

    Sono una minoranza, ma una minoranza che prova a fare rumore, a suon di ricatti (“senza di noi il Paese si ferma!”), bugie (“siamo tutti sulla stessa barca”) e la tutela indiscriminata dei proprio interessi a discapito di quelli dei molti (come ci ricorda ogni giorno Confindustria, ad esempio). 

    Quindi? Da dove ripartire per ripensare un mondo del lavoro che (soprattutto per la nostra generazione, ma non solo) non funziona, esclude, impoverisce, sfrutta? Sicuramente da due pilastri: diritti e salario. Nel nostro Paese a mesi alterni si apre il dibattito sul salario minimo, ma ad oggi siamo più indietro che un anno e mezzo fa, quando il Ministero del Lavoro stava davvero lavorando su un progetto relativamente avanzato. Intanto sui giornali trovano spazio proposte vergognose come quella di Ichino, che vuole evidentemente proseguire la sua opera di devastazione del mondo del lavoro, lanciando l’idea di un salario minimo sotto i 7€ in ticket con le gabbie salariali. Limitare il dibattito sul lavoro alla sola questione salariale sarebbe probabilmente riduttivo, ma eluderla è altrettanto problematico. Non possiamo parlare di lavoro senza parlare di eliminazione del lavoro povero, non possiamo accettare che un salario decente continui ad essere un miraggio ed uno strumento di ricatto. La battaglia urgente e necessaria per il salario minimo, d’altro canto, non può guardare alla sola questione salariale, ma alla garanzia di tutta una serie di diritti per le lavoratrici e i lavoratori. Né va interpretata come una riduzione degli spazi di contrattazione sindacale, al contrario: rappresenta piuttosto una base di partenza per poter conquistare di più, uno strumento in più nelle mani di lavoratrici, lavoratori e organizzazioni per sfidare i padroni senza poter in ogni caso scendere sotto un’asticella che garantisca a tutte e tutti la dignità del lavoro.

    Il salario minimo come strumento di contrasto al lavoro povero, al part-time involontario, ai contratti pirata, ma anche alla frammentazione estrema del mondo del lavoro (tra appalti, somministrazioni etc), come strumento di presa di potere maggiore per lavoratrici e lavoratori e di aggiustamento della distribuzione primaria a favore dei salari e non dei profitti. Certo, non basta. Senza un aggiornamento degli strumenti di inserimento nel mercato del lavoro, che scongiurino l’utilizzo di manodopera gratuita mascherata da apprendistati o tirocini, senza una lotta seria al lavoro nero, senza il riconoscimento dei nuovi diritti necessari in un mondo del lavoro che cambia, non sarà sufficiente una misura come il salario minimo per ribaltare la situazione. Ma sarebbe sicuramente un buon punto di partenza.

     

    Se agire sul mondo del lavoro garantendo salari, diritti e un’occupazione dignitosi è fondamentale, crediamo che non basti questo. Ogni volta che partono gli attacchi incrociati al Reddito di Cittadinanza non facciamo che chiederci una cosa: davvero questo è tutto quello che c’è da dire su questa misura? Le critiche da porle, semmai, dovrebbero andare nella direzione opposta: durante la pandemia il governo è stato costretto ad estendere la platea dei beneficiari del reddito, introducendo il reddito di emergenza (Rem) e superando alcune delle criticità del reddito di cittadinanza, come la sostanziale penalizzazione di famiglie con più figli a carico, oppure lз cittadinз non italianз. Soprattutto, con il Rem sono venute meno le condizionalità previste dal RdC, legate all’obbligo di accettare al massimo la terza offerta di lavoro (che potrebbe essere ovunque in Italia, a prescindere dalla residenza del beneficiario). Ma l’ha fatto, appunto, ribadendo che si trattava di una misura puramente emergenziale. Servirebbe invece ripensare davvero il Reddito di Cittadinanza, interpretandolo davvero come uno strumento di potenziale emancipazione e di lotta alle diseguaglianze, e quindi svincolandolo dall’approccio di controllo che lo caratterizza. Una misura di questo tipo dovrebbe partire da due paletti: incondizionalità e individualità. Serve oggi un intervento coordinato che guardi al mondo del lavoro e allo spazio del welfare, riconoscendo l’urgenza di un vero reddito per tuttз e allo stesso tempo rifiutando qualsiasi contrapposizione tra reddito e servizi, tra misure di welfare diretto e il diritto ad avere istruzione, sanità, trasporti gratuiti e di qualità. Vogliamo un welfare che non ci liberi dalla povertà condannandoci però ad altri ricatti, ma che sia davvero strumento di liberazione ed autodeterminazione. Per la nostra generazione, condannata più di altre a subire le conseguenze di decenni di politiche antisociali, ma non solo. 

    Il tema del futuro dellз giovani torna a fasi alterne nel dibattito, ma sembra che esistano solo due modi per affrontarlo: o come abbiamo appena descritto, quindi scaricando su di noi le responsabilità del fallimento di politiche fatte da altri, oppure con una vena pietista. In entrambi i casi, siamo sempre oggetto, e mai soggetto, delle decisioni che dovrebbero riguardarci. L’ultimo caso è sicuramente quello della proposta della dote per lз giovani avanzata da Enrico Letta e rapidamente caduta nel nulla. Una proposta che già di suo non era certo rivoluzionaria, anzi: una revisione al ribasso (per almeno due ragioni) dell’eredità universale (proposta in Italia dal Forum Diseguaglianze e Diversità). Perché al ribasso? In primo luogo per una questione di numeri, 10000€ contro i 15000€ del FDD; e poi perché priva di una condizione fondamentale, quella dell’universalità. Ma i limiti della proposta del segretario del PD non si fermano qui: davvero pensiamo che 10000€ una tantum possano bastare a un neodiciottenne, se intanto non si rende gratuita l’università, non si argina la speculazione sfrenata sugli affitti, non si garantiscono condizioni di lavoro dignitose, non si assicurano servizi pubblici e accessibili? O forse servirebbe ripensare complessivamente un Paese che allз giovani taglia le gambe, ma con il resto della popolazione non si comporta troppo diversamente?

     

    Arriva a questo punto l’ultima questione, la quarta falsità da smontare: per fare tutto questo non ci sono soldi.

     

    Mettiamo momentaneamente da parte il fatto che il nostro Paese si appresta a spendere quasi duecento miliardi di euro senza aver coinvolto in alcun modo la cittadinanza e le parti sociali. I soldi per il futuro del Paese non si trovano solo nei finanziamenti europei del PNRR, perché non possiamo accontentarci di investimenti una tantum. 

    Il merito della proposta di Letta stava, probabilmente, nell’aver risollevato (senza alcuna volontà di andare avanti, come dimostra la scelta di lanciare la sua “sfida” ai giornali e non all’interno del suo Partito, nè tantomeno facendola approdare in Parlamento o in governo) una questione che già questo autunno aveva conquistato il dibattito pubblico: a pagare devono essere i più ricchi. La dote andrebbe finanziata infatti da un incremento aumento della tassa di successione, per eredità e donazioni superiori ai 5 milioni di euro. Un passo minimo, ma che ciononostante ha scatenato subito le dichiarazioni di quasi tutto l’arco parlamentare, oltre che di Draghi e di una parte consistente dei media, che subito hanno accusato il segretario del PD di voler mettere le mani in tasca agli italiani e togliere soldi ai cittadini. Come se ad accusare il colpo di un prelievo su somme superiori ai 5 milioni fosse la gente “normale”, insomma. Ma non è una novità: già qualche mese fa, in sede di discussione di legge di bilancio, la proposta di alcuni parlamentari aveva fatto scattare un dibattito surreale, in cui sembrava che si stesse proponendo un’enorme rapina ai danni della popolazione. Peccato che anche in quel caso si sarebbe andata a toccare una percentuale minima, il 5% più ricco, con prelievi progressivi sui patrimoni superiori a mezzo milione di euro. Una fascia più ampia di quella proposta da Letta, ma composta comunque solo da super-ricchi. Ad entrare nelle casse dello Stato sarebbero circa 10 miliardi di euro l’anno, una somma che, ad esempio, consentirebbe di rendere totalmente gratuita l’istruzione superiore e universitaria. Per tuttз (e avanzerebbe anche qualche miliardo).

     

    Agire sulla fiscalità generale, dicendo una cosa tanto semplice quanto di buon senso, chi ha di più paghi di più, è una necessità sempre più urgente. Non siamo più dispostз a sentire le lamentele di chi dall’alto del suo attico mentre conta le rendite accusa un’imposta patrimoniale di essere un furto. Il furto vero è quello fatto dai miliardari ai danni di tuttз noi, è quello fatto da chi si arricchisce sullo sfruttamento e sul lavoro gratuito, è quello di chi fonda la sua ricchezza sulla rendita e sulla speculazione e non contribuisce in alcun modo al rilancio del Paese. Il vero furto è quello ai danni del nostro presente, inchiodato a sfruttamento e ingiustizie, e del nostro futuro, barattato con la certezza della precarietà. 

    Adesso è il momento di riprenderci tutto quello che ci hanno rubato. 

     

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