Nel piano per la “Next Generation”, il futuro non esiste

0 Flares 0 Flares ×
Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

La pandemia ha generato una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti che ha attraversato tutto il mondo e tutta l’Europa, colpendo il nostro paese in maniera particolarmente drammatica, con oltre 120 mila morti, milioni di persone che si sono ritrovate senza lavoro, la povertà che è aumentata a dismisura, con donne e giovani che più di tutti hanno pagato il prezzo di questa crisi.

Per superare questa emergenza e stimolare la ripartenza la Commissione Europea ha varato il NextGenerationEU, un programma pluriennale di aiuti agli stati membri per mettere in campo misure per la ripresa che passino da transizione ecologica, coesione territoriale, istruzione e politiche a sostegno dell’occupazione giovanile e femminile, finanziato con 750 miliardi di euro in fondi diretti e prestiti a tassi agevolati: al nostro Paese è spettata la parte più grossa, 191 miliardi di euro, ai quali si aggiungono i 30 già stanziati con il ReactEU, per una cifra totale di oltre 220 miliardi. Soldi con i quali il nostro Paese deve non solo ripartire ma anche mettere in campo politiche per risolvere alcuni dei problemi strutturali del paese: un mondo del lavoro escludente nei confronti di donne e giovani, un divario tra Nord e Sud e città e aree interne che continua ad aumentare, un sistema di formazione sempre meno accessibile, una transizione ecologica che non arriva con l’Italia che continua a investire sul fossile, un futuro che per i giovani di questo paese appare sempre più buio e con meno spazi per incidere e avere parola.

Per questo l’approvazione del NextGenerationEU aveva rappresentato una speranza per tante e tanti che vedevano in questo piano la possibilità per poter ridare slancio al paese e poter costruire un futuro diverso, più giusto, verde e per tutte e tutti. Pensavamo che con questo piano sarebbe stato possibile riaffermare che lo stato ha un ruolo fondamentale all’interno dell’economia del paese nel garantire uguali possibilità e diritti, nel pensare al futuro di tutt* e non agli interessi di pochi, uno stato che mette la salute del paese prima del profitto di pochi. 

 

Purtroppo all’interno del piano che ha presentato il governo Draghi non c’è nulla di tutto questo. Nessuna capacità di programmare il futuro, anche se di questo ci si sarebbe dovuti occupare. 

 

Rischiamo così di perdere non solo un’opportunità per il presente ma soprattutto per il futuro. Sappiamo che 220 miliardi, pur essendo tanti, non sono sufficienti al giorno d’oggi per cambiare da soli le sorti di un paese grande e ricco di contraddizioni come l’Italia. Pensavamo però che con queste cifre potesse partire nel paese un dibattito sulla situazione nella quale ci troviamo, sul perché la pandemia ci ha colpito così tanto e su come insieme, dal basso, coinvolgendo parti sociali, associazioni, organizzazioni sindacali si potesse scrivere una pagina diversa per il futuro della nostra generazione. Un futuro nel quale la crisi climatica, una delle più gravi minacce alla nostra sopravvivenza sul pianeta, venisse affrontata mettendo da parte gli interessi di multinazionali e grandi gruppi di affari per mettere al centro l’ambiente e la giustizia climatica, un futuro dove tutt* hanno la possibilità di accedere a un’istruzione di qualità e gratuita, dall’asilo nido all’università, un futuro senza sfruttamento sui posti di lavoro e con salari giusti. 

Il Recovery Plan presentato dal governo sembra invece, più che un piano con una chiara idea di futuro, un insieme di riforme e misure che vanno a vantaggio soprattutto delle imprese e che più che contrastare le diseguaglianze mirano a incrementare i consumi e quindi le tasche di chi durante la pandemia si è già arricchito. Una riproduzione di tutti i problemi che ci hanno portato fino a qui, la totale mancanza di coraggio anche rispetto alle misure più piccole, nessuna volontà di mettere in discussione un modello sbagliato, anzi. All’interno di questo piano di giovani  si parla poco e male, sempre in termini strumentali rispetto alla crescita del settore produttivo e delle imprese, senza mai mettere in discussione questo modello di sviluppo e gli  indirizzi politici, sociali ed economici del paese. Il problema non è tanto la mancanza di un “pilastro giovani” all’interno del Piano, anche perché sarebbe difficile includere in un solo pilastro tutte le misure che riguardano le giovani generazioni: il problema è la totale incapacità (o mancanza di volontà) nel comprendere che se si vuole dare un futuro a chi ha visto un presente di miseria e incertezza, si deve cambiare qualcosa rispetto alla direzione intrapresa negli ultimi vent’anni.

O forse, si deve cambiare tutto.

 

Senza conoscenza non c’è futuro

 

 

Il governo ha scelto di non ascoltare nessuno per la scrittura di questo Piano. Se avesse scelto di consultare le studentesse e gli studenti, invece che dare adito esclusivamente alle richieste del mondo delle imprese, ecco cosa gli avremmo detto sui luoghi che viviamo ogni giorno, le nostre scuole e le nostre università. 

  • Le scuole e le università in cui studiamo cadono a pezzi. La pandemia ha evidenziato quanto alcuni spazi fossero inadeguati, ma i problemi esistevano già prima. Con meno di 6 miliardi, quello che il PNRR stanzia, non si possono neanche mettere in sicurezza tutte le scuole non a norma: di certo non basteranno mai anche per l’efficientamento energetico e per la realizzazione di scuole innovative.
  • Il sovraffollamento delle classi non è una novità della pandemia, lo denunciamo da anni. Il PNRR poteva essere l’occasione per dare delle risposte reali nella direzione della riduzione di alunni per classe, attraverso anche un incremento di organico dei docenti. Anche in università la prospettiva dopo la pandemia è che più studenti dovranno poter accedere agli studi, e saranno necessari investimenti e ampliamenti degli spazi universitari per consentire di superare il sistema di numero chiuso che ancora impedisce a tanti e tante di frequentare l’università.
  • Il grande assente? Il diritto allo studio. Sembra paradossale, ma proprio nell’anno in cui per tantissimɜ studentɜ le condizioni economiche sono drasticamente peggiorate, il governo sceglie di non fare niente. Anzi, di fare peggio. Sono scomparsi infatti dall’ultimo piano i finanziamenti per la no tax area, previsti dalle bozze precedenti, e sono stati dimezzati i fondi per le borse di studio. Quello che serve invece è un’inversione di rotta, nella direzione dell’istruzione gratuita, a partire dall’innalzamento della no tax area e delle soglie ISEE per le borse di studio a 30000€  l’eliminazione dell’ISPE come criterio di valutazione.
  • La scuola che emerge da questo PNRR è sempre più utile a soddisfare le necessità nel mercato e sempre meno a formarci come cittadinɜ critichɜ. Si sarebbe potuti invece partire dal superamento dei PCTO a favore dell’Istruzione integrata, per ripensare completamente il sistema produttivo a partire dalla conoscenza.
  • Un anno di didattica a distanza non ha cancellato i problemi per decine di migliaia di studentɜ fuorisede: per questo se da una parte sono positivi gli investimenti per le residenze universitarie, dall’altro continuiamo a rivendicare l’istituzione di un contributo affitto nazionale.
  • E infine: a scuola e all’università in qualche modo ci si deve arrivare. Se davvero crediamo nell’urgenza della transizione ecologica, vogliamo poterlo fare attraverso un trasporto pubblico, gratuito, efficiente, esteso ed ecosostenibile che garantisca non solo lo spostamento per studio e lavoro, ma anche per quelli relativi allo sviluppo della propria vita culturale e sociale. Parlare di mobilità sostenibile non basta: vogliamo chiarezza su come si intenda realizzarla, a partire dal trasporto locale. 

 

Il PNRR poteva essere un punto di partenza, ma in ogni caso non bastano investimenti una tantum: per questo vogliamo che a partire dalla prossima legge di bilancio si preveda di destinare il 5% del PIL all’istruzione! 

 

Per un lavoro degno, per tuttɜ

 

Ci hanno raccontato che le donne e i giovani sarebbero stati una priorità, soprattutto per quello che riguardava il lavoro. Non è stato così, e se da un lato non ci aspettavamo certo che questo piano sarebbe stato rivoluzionario dal punto di vista del contrasto alla precarietà e allo sfruttamento, dall’altro quello che ci ritroviamo davanti è davvero ben poca cosa. Giovani e donne vengono evocatɜ spesso, ma non esistono numeri e stime sui benefici che le misure previste produrranno su queste categorie: il rischio maggiore è che si continui su una strada che conosciamo, quella degli incentivi e dei bonus, che fa bene alle imprese più che a chi lavora. 

Mentre anche la timida proposta di salario minimo presente nelle bozze del governo Conte scompare nel testo definitivo, ad uscirne vincitrici infatti sono ancora una volta le imprese. Ad essere esaltata è la flessibilità, che altro non è che una bella parola per mascherare la precarietà e lo sfruttamento resi ancora più pesanti dallo smart working. 

Cosa si poteva fare?

  • Se veramente si riconoscono come prioritari sia il lavoro che la transizione ecologica, si sarebbe potuto ragionare di come programmarla per tutelare davvero l’ambiente e i lavoratorɜ. E lo si sarebbe dovuto fare confrontandosi con chi rappresenta i lavoratori e le lavoratrici, invece che chiudere tutto nelle segrete stanze dei palazzi di governo. Invece quello che abbiamo nel piano del governo sono idee confuse, contraddittorie, non bastevoli e non tutelanti. Ma, soprattutto, non è possibile dire raggiungibile una “transizione ecologica” senza un’idea chiara dei settori strategici che come paese si ha il dovere di tutelare e rifinanziare.
  • Si poteva ragionare davvero di come far assumere al pubblico un ruolo di volano per il rilancio del Paese, programmando le assunzioni necessarie a rilanciare il Paese e ragionando coerentemente a questo anche i progetti del PNRR, senza giochi al ribasso: resta necessario un milione di assunzioni a tempo indeterminato in settori chiave come sanità, istruzione, cultura, ricerca, servizi, enti locali. E serve farlo con un concorso giusto, non continuando a buttare fuori chi non è abbastanza ricco da aver frequentato un master o non ha abbastanza anni per poter aver maturato esperienza professionale.
  • Dato che, giustamente, si affronta  a più riprese il tema del passaggio da formazione e lavoro e dell’inserimento lavorativo dei giovani, si poteva fare una scelta tanto coraggiosa quanto banale: dire definitivamente basta ai tirocini extracurriculari gratuiti, dando piena attuazione alla risoluzione del Parlamento Europeo che li vieta, e garantendo un’indennità adeguata, non inferiore a 800€ mensili, a ogni tirocinante. Perché se lavoro dev’essere, sia pure in ottica formativa, allora dev’essere pagato. 

 

Il benessere psicologico non può essere un lusso

Sulla salute ci sarebbe tanto da dire, soprattutto dopo questi mesi, ma ci limitiamo ad una riflessione. Nel testo del PNRR, non appaiono mai le parole “benessere psicologico”. Neanche una volta. Nell’anno in cui i disagi psicologici sono aumentati vertiginosamente, soprattutto per noi giovani, il governo sceglie di non muovere un dito, di continuare a relegare la salute mentale a questione privata e per quei pochi che possono permettersela. Dopo un anno di pandemia, il 40,2% dei giovani dichiara di aver avvertito disagi psicologici, più di uno su tre afferma di avere sintomi depressivi, i suicidi sono in aumento così come i disturbi alimentari, che hanno visto una crescita del 30%. Ci sarebbero due proposte, tanto piccole quanto potenzialmente rivoluzionarie, per iniziare a dare delle risposte: 

  • sportelli di assistenza psicologica all’interno dei luoghi della formazione e di lavoro, gratuiti, che garantiscano privacy e professionalità;
  • l’istituzione in tutta Italia e con piena dignità di una figura ad oggi inesistente come quella dello psicologo di base.

Vogliamo una sanità davvero pubblica e accessibile a tuttɜ, che metta al centro il benessere nella sua interezza, da quello fisico a quello psicologico. 

 

La digitalizzazione o è per tuttɜ o non serve

La digitalizzazione è un altro degli elementi centrali del piano. Dopo l’anno appena trascorso, sembra quasi scontato. L’obiettivo dell’UE è quello di aumentare la competitività su un terreno rispetto al quale l’Europa è rimasta indietro per troppo tempo, e farlo a partire dall’innovazione e dalla digitalizzazione negli Stati membri. Non stupisce, quindi, il fatto che tanti dei finanziamenti previsti per questa missione vadano alle imprese, proprio per incrementarne la produttività. Ma parlando di digitale ci sono alcune domande che ci sembra restino ancora senza risposta. 

 

  • Come si pensa di rendere davvero la connessione un diritto per tuttɜ? Non basta implementare l’infrastruttura di rete e far arrivare la connessione ovunque, anche se sarebbe già un grande passo in avanti, dato che ci sono intere aree del tutto isolate da questo punto di vista. Ma come la pandemia ci dimostra, oggi non basta avere potenzialmente un accesso alla rete: serve la disponibilità economica per l’allaccio e per i devices, per citare i primi due ostacoli. Non avere accesso a Internet e non avere gli strumenti per lavorare online oggi significa essere esclusi dalla formazione, dal lavoro, dalla società. Per questo serve ragionare oltre l’esistente, perché la cittadinanza digitale diventi un diritto e non un privilegio per pochi.

 

  • Come si intende combattere le diseguaglianze che vivono nel web? Nel momento in cui tutta la nostra vita si è spostata sul web abbiamo iniziato ad essere un po’ più consapevoli della quantità enorme di dati che ogni giorno regaliamo ai colossi del web. Senza alcun tipo di tutela, il più delle volte. Pensare a una società iperconnessa senza dare delle risposte dal punto di vista della tutela degli utenti, non come singoli ma come collettività che si contrappone ai grandi del web, significa pensare a una società ancor più fondata sulle diseguaglianze. Serve dare spazio ai nuovi diritti che riguardano la dimensione digitale, in particolar modo per quanto riguarda il mondo del lavoro (ma non solo), anche attraverso l’attacco ai grandi monopoli che oggi governano incontrastati.

 

  • Come si vogliono garantire a tuttɜ gli strumenti per capire davvero di che si parla quando si parla di digitale? Una transizione digitale incomprensibile per la popolazione è una transizione digitale sbagliata. Non basta avere un computer, uno smarphone o un tablet per avere davvero accesso al digitale: servono gli strumenti e i linguaggi per capire che cosa succede. Il Servizio Civile Digitale potrebbe essere un primo passo, ma non basteranno iniziative spot: o si immagina un piano generale di alfabetizzazione digitale, che coinvolga tutta la popolazione e si ponga l’obiettivo di fornire strumenti critici, oppure si rischia di lasciare indietro una fetta consistente di Paese.

 

Oltre il PNRR: la sfida per il futuro non finisce qui

La stesura di questo piano ha rappresentano un momento politico per il complesso per il paese: sul come stenderlo e portarlo avanti si è consumata gran parte della crisi di governo che ha portato alla caduta del Conte II e la nascita del governo di supertecnici di Mario Draghi, sostenuto dall’Unione Europea e da una maggioranza parlamentare amplissima, la più grande dall’inizio della Seconda Repubblica.

Nonostante i problemi e le preoccupazioni sui contenuti del piano che abbiamo rilevato e provato a riassumere in queste poche pagine, la sfida per il futuro del paese e della nostra generazione rimane quanto mai aperta e con diverse occasioni per incidere all’orizzonte e sfide che il nostro paese deve ancora affrontare.

All’interno di questo piano infatti sono completamente assenti alcune questioni centrali per il futuro, a cominciare dalla lotta per la riduzione delle diseguaglianze da attuare attraverso la creazione di un reddito universale che, a partire dall’ingresso del mondo della formazione, garantisca a una persona salario e dignità per il resto della sua vita: una misura grande ma che in tanti paesi anche molto vicini a noi stanno già discutendo e mettendo in campo, trovando i fondi per finanziarla attraverso l’innalzamento delle tasse per i super-ricchi e l’approvazione di patrimoniali che redistribuiscono dall’1% della popolazione a tutt* il resto del paese.

Non c’è all’interno del piano un reale progetto di rilancio della cultura e dello spettacolo nel paese e di che ruolo queste dovrebbero avere. Nell’ultimo anno questo settore ha pagato più di molti altri la crisi economica derivante dal lockdown, vedendo perdersi non solo posti di lavoro ma anche competenze, intelligenze e un enorme patrimonio artistico che ha da sempre animato i teatri, gli spazi e i circoli culturali del nostro paese. C’è bisogno che oltre a un piano straordinario di investimenti per sostenere lavorat* dello spettacolo, cinema, teatri e circoli culturali, anche di una riforma del settore, che in questi mesi migliaia di persone hanno scritto, a partire da esperienze dal basso e da associazioni e organizzazioni sindacali, per combattere non solo la precarietà che attanaglia questo settore ma anche il vuoto culturale che le grandi produzione e l’intrattenimento di massa stanno creando nel paese. Per risolvere questi problemi c’è bisogno poi che si garantisca realmente l’accesso gratuito e per tutt* alla cultura, compito che finora è stato dato alla misura spot del Bonus cultura e che invece deve riguardare tutt*, finanziando non solo l’ingresso a musei, parchi archeologici e teatri ma anche l’accesso a librerie, biblioteche e archivi.

Così come non emerge dal Recovery Plan che tipo di città ci immaginiamo per il futuro: oltre a qualche riferimento a politiche di social housing, con finanziamenti insufficienti per tutto il territorio nazionale, il ragionamento sulla sostenibilità, nel presente e nei prossimi anni, dei grandi centri urbani rimane una questione centrale. Città che stanno diventando sempre più escludenti per le fasce più popolari della popolazione e per qualunque persona, realtà, associazione che non si conforma al modello di sviluppo neoliberale imposto sullo sviluppo cittadino. Il tutto considerata anche la sfida che lo smartworking e il southworking pongono al modello del grande centro finanziario, ricchi di uffici e servizi per chi lavora durante il giorno che rischiano di diventare spazi, vuoti, senza uno scopo.

 

Oltre a queste questioni ci sono ovviamente quelle già trattate all’interno del piano, che nei prossimi mesi continueranno ad essere al centro dell’agenda politica non solo perché poi quanto è stato scritto andrà fatto ma anche perché quest’anno l’Italia ospiterà grandi incontri internazionali come la PreCop e la YouthCop, che si svolgeranno a Milano e i vari summit del G20 che da Catania a Venezia a Roma discuteranno di ambiente, salute, lavoro, istruzione, il tutto in un contesto escludente non solo nei confronti dei paesi fuori da questi venti ma anche per gli abitanti di queste nazioni che di fronte a questi dibattiti si trovano esclus* e senza possibilità di incisioni all’interno del dibattito.

Questa è la logica che non solo rispetto al Recovery ma soprattutto sulla costruzione di un altro futuro dovremo essere in grado di ribaltare, ripartendo da processi dal basso e dai bisogni materiali di chi, questa pandemia l’ha sofferta di più e da chi ogni giorno vede il proprio futuro sempre più compromesso da un sistema dedito tutto al profitto e che non si fa problemi a distruggere tutto quello che si trova davanti per un pugno di dollari in più.

 

Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone
logoretebianco La Rete della Conoscenza è il network nazionale dei soggetti in formazione. Vi aderiscono l'Unione degli Studenti e Link - Coordinamento Universitario.

CONTATTI

Privacy Policy