Nel segno di Draghi: una ripartenza che parte male

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È il 13 Gennaio 2021, dopo settimane di clamore mediatico e di forte polarizzazione del dibattito, Matteo Renzi, leader di Italia Viva, fa dimettere le due ministre e il sottosegretario agli Esteri, aprendo una crisi di governo nel pieno di una pandemia che continua a produrre solo in Italia più di 500 morti al giorno. Per Renzi il mese prima il problema era il ruolo della task force di esperti nominata da Conte nella gestione del Recovery Plan, successivamente la critica si è spostata sui contenuti del Recovery Plan stesso, infine l’unico tema rimasto sul tavolo è stata la richiesta di accedere ai fondi del Mes sanitario. È evidente che dietro questa apparente mancanza di “scuse” per aprire la crisi, si cela la volontà di Renzi di boicottare la figura che nell’ultimo anno ha fatto da collante per mantenere vivo il nuovo “centrosinistra”, Giuseppe Conte, oltre che la volontà di garantire uno spazio maggiore agli interessi della classe padronale e imprenditoriale che Italia Viva ha sempre cercato di tutelare, anche mentre era in maggioranza. Se è vero che negli scorsi mesi il governo non ha costruito le risposte alla crisi seguendo le indicazioni e i suggerimenti delle parti sociali e del terzo settore (tolto il blocco dei licenziamenti, che è comunque una misura pensata per evitare il collasso sociale), lo stesso atteggiamento lo si è avuto nei confronti delle parti datoriali e Confindustria che, tolte alcune vittorie, non è riuscita a imporre del tutto la sua agenda al governo.

L’ex sindaco di Firenze, ben cosciente che nel nuovo dualismo emerso negli ultimi due anni, quello tra il nuovo centrosinistra Pd-M5S e la nuova destra Salvini-Meloni-Berlusconi, per lui non c’era spazio, ha fatto saltare una delle due coalizioni, mirando l’uomo che ne garantiva la tenuta, con la speranza di creare nel tempo una nuova forza politica che funga da alternativa alla destra reazionaria, reincarnando il modello liberale macroniano su cui intercettare pezzi del Partito Democratico liberato dai 5 Stelle e di Forza Italia. 

Riemerge, nell’elite del nostro paese, la necessità di liberarsi di un qualsiasi mediatore politico, anche quelli poco scomodi come Giuseppe Conte, per governare l’Italia e mettere al primo posto i loro interessi soprattutto in questa fase così delicata in cui si deciderà la destinazione dei 209 mld provenienti dall’Europa. La pandemia ha messo in luce le contraddizioni del nostro sistema, dando rilevanza a temi cruciali come il welfare, l’intervento pubblico in economia e in generale il ruolo dello Stato, scelte che hanno a tratti fatto sembrare il governo Conte II un argine al neoliberismo, anche se nei fatti non c’era da parte della compagine di governo la volontà di tracciare un’alternativa di sistema (la legge sul salario minimo è ancora impantanata in parlamento, per non parlare delle tante scelte fatte a metà e delle occasioni perse, dalla scuola alla sanità agli ammortizzatori sociali, sulle quali difficilmente si procederà in una direzione positiva con la maggioranza attuale, o della bocciatura della pur modestissima proposta di Leu sulla patrimoniale). 

In seguito a una delle crisi più lontana dalla realtà e dalla società, il 2 Febbraio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, comprendendo il fallimento del tentativo di ricostruire un’alleanza di governo, ha dato l’incarico di formare il nuovo governo a Mario Draghi, narrando della necessità di «un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica». 

 

Chi è Mario Draghi?

Mario Draghi come figura risulta molto complessa e la sua apparizione all’interno del dibattito pubblico italiano avviene dopo quasi quarant’anni dal crepuscolo della cosiddetta Prima Repubblica.
L’analisi della figura di Draghi può partire dal suo percorso accademico che si compie nella facoltà di economia de La Sapienza di Roma dopo la maturità classica; all’università Draghi ha modo di formarsi con Federico Caffè, considerato uno dei più influenti keynesiani nel panorama economico italiano. Questi fu anche il relatore della sua tesi di laurea, nella quale attraverso l’analisi del Piano Werner (il primo tentativo di unione monetaria europea) perveniva alla conclusione che al tempo non c’era possibilità di costruire un’unione monetaria.

Lo sviluppo di Draghi come studioso continua in America al MIT dove prosegue gli studi sotto 5 premi nobel: Paul Samuelson, Bob Solow, Franco Modigliani (che supervisionerà la sua tesi dottorale), Peter Diamond e Bob Engle. È qui che, in uno dei saggi della sua tesi di dottorato, Draghi affermerà che le politiche di stabilizzazione a medio termine, anche qualora dovessero raggiungere il loro obiettivo non garantiscono una stabilità sul lungo periodo, preludendo nella teoria quello che poi Draghi affronterà nelle sue esperienze successive e che si trova ad affrontare in questo momento.

Il rientro di Draghi in Italia è segnato dal suo assumere nel 1983 il ruolo di consigliere economico di Giovanni Goria, Ministro del Tesoro del Governo Craxi I, oltre a vari impegni accademici che lo portano ad essere professore universitario nella penisola già dagli anni Settanta. Il ruolo di Draghi si afferma però definitivamente nel 1991 quando Guido Carli, già governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 e presidente di Confindustria dal 1976 al 1980, lo chiama per ricoprire la carica di Direttore Generale del Tesoro.  Il ruolo di Draghi in quel momento si rivela cruciale per quella che sarà la grande ristrutturazione del capitalismo italiano alla volta del nuovo millennio, sia affiancando Carli nell’operazione che porta al trattato di Maastricht sia coadiuvando Ciampi nelle trattative per la moneta unica europea.

Il ruolo di Draghi può essere interpretato come quello di un civil servant, definizione inglese con la quale si può tentare di categorizzare il personaggio, dal momento che quello di funzionario pubblico italiano non riesce ad avere in pieno la visione di questo altissimo burocrate che non è mero esecutore ma anche anima che interpreta idee politiche nel suo ruolo.

Draghi in quel periodo si fa interprete, in modo addirittura più convinto di altri suoi colleghi, di quella che è la stagione delle privatizzazione dell’immenso patrimonio pubblico, creditizio ed industriale italiano: egli tratteggia la portata di tale indirizzo di privatizzazione nel contestatissimo discorso sul panfilo Britannia, recuperato da poco nella sua versione integrale all’interno della Biblioteca del Tesoro da Alessandro Aresu  e pubblicato, dove pone come necessità per lo stato italiano il dotarsi di nuovi strumenti, anche normativi, per poter fare politica industriale e di sviluppo territoriale, dal momento in cui viene disarmata quella che era la potenza delle imprese e delle banche partecipate dallo Stato.

Dopo il ruolo di direttore generale del Tesoro dal 2001 interpreta prima quello di membro influente di Goldman Sachs e poi dal 2006 va a ricoprire il ruolo di Governatore della Banca d’Italia e in questo vi si colloca, nonostante provenga dall’esterno dell’istituto di Via Nazionale cosa molto insolita, con un bagaglio culturale legato al rapporto con Donato Menichella, che fu governatore negli anni della ricostruzione, coltivato per motivi familiari, e quelli con Carli e Ciampi. Il ruolo di Draghi si colloca sempre più in quello di civil servant  con la politica che intraprende da governatore per incentivare il consolidamento del sistema bancario italiano e poi quando affronta il difficile mandato di Presidente della Banca Centrale Europea nel 2011.

Draghi si comporta già da banchiere centrale quando nell’agosto 2011 invia la famigerata lettera, controfirmando sotto il presidente in carica Trichet , al Governo Berlusconi IV in cui si chiede una politica di durissime misure neoliberiste, privatizzando ed esternalizzando servizi e riformando in senso liberista i mercati del lavoro e pensionistico  in completa discordanza rispetto a quelle considerazioni finali, che dal punto di vista accademico sono quasi lectio magistralis, in cui chiedeva forti sistemi di protezione dei lavoratori.
Lo stesso Draghi si premura di supervisionare anche le durissime politiche dettate dalla UE in Grecia questione che viene però dimenticato spesso nel dibattito pubblico davanti a quello che viene ritenuto il “discorso che ha salvato l’euro” ossia quello del “whatever it takes”.
Il discorso del whatever it takes si colloca in quello che è l’orizzonte politico/europeo secondo Draghi ossia quello di un’unione economica e politica maggiormente stretta senza però vagheggiare superstati europei, come disse nel discorso del 2012 Per uno spazio pubblico europeo, ma creando luoghi di discussione politica europea alla base del quale sta l’Euro vista come operazione politica irreversibile.

Di Draghi nell’ultimo anno è stato scritto molto ma resta, nella migliore delle tradizioni dei banchieri centrali, un personaggio che parla oscuramente e di cui non si riesce a capire quella che è l’idea completa del sistema ma emerge che ritiene auspicabile per l’uscita dalla crisi una ristrutturazione del capitalismo con un pesante investimento in formazione per creare le professionalità del domani. Si apre quindi una nuova stagione della vita di Mario Draghi, se e quando il suo governo prenderà la fiducia, che non ci è dato sapere come sarà dato il suo essere un civil servants polimorfo di cui, in Italia, abbiamo avuto forse come unico esempio proprio quello che fu un esempio per il giovane Mario Draghi ovvero Donato Menichella.

Governo tecnico? Forse, non si sa, assolutamente no.

Venerdì sera il presidente incaricato ha sciolto la riserva sui nomi del governo e sabato è avvenuto il giuramento dei nuovi ministri, con il nuovo governo che andrà a incassare con tutta probabilità una rapida e ampia fiducia nelle due camere. Il governo che vediamo nasce si fa portatore di svariati interessi particolari, un elemento che salta all’occhio guardando i profili di chi occuperà posti chiave all’interno del governo, con molti manager e dirigenti di grande aziende, da Leonardo a Telecom, che porteranno all’interno di palazzo Chigi quelle posizioni che negli ultimi mesi non sono state prese troppo in considerazione, da Confindustria ai grandi gruppi industriali. Rispetto ai ministri politici vediamo come, nonostante le prospettive di rilancio dell’azione di governo di cui Draghi si è fatto portatore, siano presenti molti nomi che in passato già hanno ricoperto incarichi importanti, facendosi portatori di riforme che non solo non hanno aiutato a risolvere i problemi del paese ma li hanno addirittura peggiorati: pensiamo ai ministri forzisti, con Brunetta che torna alla Pubblica Amministrazione dopo una delle riforme più disastrose nel settore e i molteplici attacchi agli impiegati statali e ai precari, quasi un decennio dopo la sua ultima esperienza di governo, o la Gelmini che nei suoi anni da ministra ha contribuito allo smantellamento del sistema d’istruzione; ma non sono solo i componenti di Forza Italia a dare prova di questo ritorno a vecchi meccanismi, con molti dicasteri ricoperti da personaggi che hanno sempre rappresentato nei loro anni in politica gli interessi della classe produttiva del paese.

La pandemia e l’emergenza economica e sociale scaturite da essa hanno messo a dura prova la tenuta del sistema politico del nostro Paese, con una gestione che negli scorsi mesi è stata fortemente centralizzata da parte del governo e degli organi da esso delegate circa specifici piani dell’emergenza. Subito dopo la rottura con Renzi, il governo sembrava aver aperto alcuni spazi di confronto con le altre forze politiche presenti in parlamento e alle organizzazioni sociali e sindacali, nell’ottica di risollevare le sorti dell’esecutivo giallorosso. L’affidamento dell’incarico a Draghi va in forte controtendenza rispetto a questo: un governo con un’ampia maggioranza e con un raggio di manovra politica amplissimo, con il benestare del Parlamento, del Quirinale e dell’UE. 

Si è parlato molto di Draghi come di un tecnico, una persona che ha acquisito grande esperienza nel corso della sua carriera che abbiamo provato a riassumere nelle righe precedenti. La verità è che anche se non viene da alcun partito il suo governo non potrà in nessun caso essere considerato “tecnico”, visto che ogni decisione di qualsiasi governo è strettamente politica: erano politiche le scelte del governo Monti quando si decise di tagliare indiscriminatamente sulla spesa pubblica e di agevolare ancora di più il processo di precarizzazione del mondo del lavoro e liberalizzazione del mercato e dei servizi pubblici, saranno politiche le scelte che Draghi, in una fase profondamente diversa rispetto a quella di dieci anni fa, farà rispetto a come spendere i 209 miliardi di euro del Recovery Plan. 

Serve un piano: per la nostra generazione, per il futuro del Paese.

Rispetto a questo piano abbiamo bisogno in questo momento di un profondo dibattito che coinvolga tutto il paese, dall’associazionismo alle organizzazioni sociali e sindacali, un dibattito nel quale i giovani e la nostra generazione, che sono i protagonisti del piano europeo, costruiscano e siano gli artefici della realizzazione di questo piano ambizioso, che come può rappresentare un momento di svolta per il nostro paese può anche diventare un boomerang che, in forme diverse rispetto al passato, riproduce i meccanismi di produzione e accumulazione del mercato neoliberista, con le conseguenze che questo ha avuto e continua ad avere sul mondo del lavoro, l’aumento della povertà e delle diseguaglianze, la crisi ecologica e ambientale.

Vogliamo che con questo piano venga rimesso al centro del dibattito il ruolo dei saperi e il mondo della formazione, slegati da un’ottica di subordinazione al mercato, che si affronti il tema del lavoro e della precarietà (lavorativa ed esistenziale), che contribuisce a fare della nostra generazione la prima ad essere più povera della precedente, mentre le condizioni psicologiche e materiali peggiorano vertiginosamente.

Vogliamo che la redistribuzione delle ricchezze diventi davvero una priorità in un Paese che ha visto dalla crisi del 2008 aumentare a dismisura le diseguaglianze, tra nord e sud, tra grandi città e aree interne, tra centro e periferia.

Chiediamo che davvero questo piano sia quello della prossima generazione, della nostra generazione, su come affrontare il presente per rendere il futuro migliore per tutte e tutti.

 

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