FESTA DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI: UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA

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“Quando un uomo ti dice che è diventato ricco grazie al duro lavoro, chiedigli: di chi?”

A chi difende il posto di lavoro, a chi lo cerca, a chi lo ha perso, a chi è precario, a chi è sfruttato, a chi è sottopagato: un primo maggio di lotta.
A chi nel luogo di lavoro fino ad oggi ci ha garantito tutti i servizi essenziali, stringendo i denti nonostante i tempi durissimi della corsia d’ospedale o del supermercato. A tutte quelle Partite IVA, ristoratori, artigiani che ad oggi non sono garantiti e spesso si vedono mancare anche i 600 euro promessi. A chi sta aspettando la cassa integrazione, a chi lavora in nero e non ne ha diritto , a tutti i precari che il lavoro rischiano di perderlo.

La giornata del primo maggio rappresenta il simbolo delle lotte operaie nel mondo. Il primo Maggio 1886 un gruppo di operai scioperava per le assurde condizioni di Lavoro a Chicago, furono uccisi tutti dai padroni perché scomodi.
Oggi sappiamo bene a chi dedicare questo primo maggio diverso dal solito, e sappiamo perché è ancora necessario lottare.

Siamo la generazione nata nella crisi, quella per cui l’incertezza del futuro è sempre stata una difficoltà quotidiana. Quella per cui la competizione, le skills, la fretta, sono state le parole d’ordine a cui adeguarsi, nella promessa di un lavoro che non c’è, o è sottopagato, o è povero. Siamo quelli che durante gli studi lavorano sfruttati nei bar e nei ristoranti, che fanno le consegne e i fattorini per pochi euro l’ora. Che hanno visto questa crisi portarsi via le uniche loro fonti di sostentamento, e sanno che, quando finirà il lockdown, le loro condizioni saranno ancora peggiori.
Dopo dieci anni di crisi, la realtà ci dice che chi lavora è sempre più povero e i diritti sono sempre più messi in discussione.
Non vogliamo pagare una nuova crisi, non vogliamo che la fuga da questo Paese sia nuovamente l’unica alternativa possibile, non vogliamo che siano i più deboli a dover portare sulle spalle le conseguenze della crisi sanitaria, ma vogliamo lottare per ricostruire un futuro migliore.

Per costruire un altro futuro serve rivendicare oggi un lavoro che sia sicuro, in cui ci sia garanzia di salute, in cui non possa esistere lavoro povero. 

Dobbiamo cambiare questo sistema, fatto di ricatto tra lavoro e salute, che in questi giorni esplode sempre più forte, nella battaglia senza quartiere per anteporre i profitti al benessere dei lavoratori e le lavoratrici, e a quello dei loro cari. Tutto questo, nonostante sia sempre più chiara la correlazione tra luoghi di lavoro non sicuri e la diffusione del contagio. Tutto questo con la complicità e lo sciacallaggio di forze politiche e grandi imprenditori che gridano alla riapertura e ignorano la sicurezza. 

Questa giornata di festa non è per tutti: non la dedichiamo a chi, in questi giorni, specula sulla vita delle persone in cerca di consenso. A chi parla a nome dei morti delle provincie Lombarde, chiedendo di tornare tutti a lavoro, quando è stato il ritardo del lockdown a mietere tutte quelle vittime. Non la dedichiamo neanche a tutti quegli imprenditori che prima si chiamavano padroni e che non hanno cambiato la loro natura. A chi si sì è arricchito con le mascherine, a chi ha spremuto i suoi lavoratori fino all’ultimo secondo consentito dal Governo. E non la dedichiamo a chi crede che il reddito sia una mancetta per la quale dire grazie, e non uno strumento di emancipazione sociale. 

Dobbiamo cambiare un sistema fatto di compressione dei diritti per operai e lavoratori, mentre le imprese ricevono miliardi per sostenere la produzione, in cui il mercato del lavoro non ha mai visto un così alto tasso di precarietà, in cui si ripropongono i voucher per continuare a precarizzare il lavoro, per non pagarne i costi.
Dobbiamo cambiare un sistema in cui lo smartworking è la scusa per eliminare i tempi di vita, in cui non esiste diritto di disconnessione, in cui non viene riconosciuto il lavoro riproduttivo, non salariato, il lavoro di cura che è aumentato in questa fase e che ricade sulle donne.

Dopo più di dieci anni dalla crisi economica del 2008 non possiamo permettere che gli effetti delle misure economiche e dei provvedimenti ricadano ancora una volta su lavoratori e lavoratrici, su giovani a cui per più di un decennio è già stato negato un futuro. Non possiamo permettere che accada di nuovo, per noi, per le generazioni a venire, per il paese tutto.  

Nulla potrà andare bene senza la sicurezza di un lavoro stabile, ben retribuito, con orari di lavoro ridotti e non sfiancanti; nulla potrà andare bene se non si metterà al primo posto la vita delle persone contro i profitti dei pochi. Nessun affetto stabile potrà essere realmente coltivato finché non ci saremo liberat* dal ricatto della precarietà, della competizione, della promessa di un lavoro che non c’è.

Andrà tutto bene solo se ci libereremo di questo, tutte e tutti assieme!
Buon primo maggio di lotta!

 

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