Spillover: cosa ci dice il coronavirus su clima e salute

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Negli scorsi giorni, un video che ritraeva decine di scimmie affamate riversarsi nelle strade vuote di una città thailandese ha fatto il giro del mondo. Nelle zone dei templi questi animali sono ormai dipendenti dall’uomo: sono i turisti e i negozianti a nutrirle, e il lockdown conseguente alla pandemia di SARS-CoV-2 ha eliminato la loro fonte di sostentamento, portandole a invadere i centri abitati deserti in cerca di cibo.

Questo aneddoto apparentemente buffo, in realtà, è uno degli indizi per comprendere in che modo l’interazione tra uomo e ambiente e la progressiva antropizzazione di nicchie ecologiche precedentemente incontaminate si intersechino con la medicina e le nuove epidemie che in questi ultimi decenni i sistemi sanitari hanno dovuto affrontare.

In questo periodo un libro del 2012, ”Spillover”, dello scienziato e divulgatore David Quammen, ha visto un boom di acquisti. Il testo si occupa delle malattie infettive emergenti che hanno interessato il mondo negli ultimi decenni, da SARS a Ebola. Tutte queste patologie sono zoonosi, ossia malattie che compiono un salto interspecie – lo spillover, appunto – e diventano in grado di infettare gli esseri umani, e che risultano praticamente impossibili da eradicare, perché continueranno sempre ad avere un serbatoio all’interno della popolazione animale. Anche l’AIDS è, in un certo senso, una zoonosi: il precursore del virus che la provoca, HIV, è un virus delle scimmie che, mutando, ha acquisito la capacità di provocare malattia nell’uomo e di diffondersi per contatto interumano – altra condizione importante per la diffusione su larga scala è l’eliminazione della necessità del contatto con il vettore/animale serbatoio per contrarre l’infezione.

Questo vale anche per l’attuale epidemia di Coronavirus: non è ancora stata identificata una fonte animale con certezza, ma il sospetto che il salto interspecie sia avvenuto anche in questo caso è molto alto, sia per analogia con gli altri due virus della stessa famiglia, SARS e MERS, rispettivamente trasmessi all’uomo dallo zibetto e dal dromedario, sia perché la sequenza genetica del Sars-Cov-2 ha un altissimo grado di omologia con i coronavirus isolati in alcune specie di pipistrelli e nei pangolini. 

In questi ultimi anni, si sono susseguite diverse patologie infettive con un significativo potenziale epidemico che sembrano saltar fuori dal nulla. Non si tratta di avvenimenti casuali, ma della conseguenza delle pressioni che il comportamento umano pone sull’ambiente.

In primis, la disintegrazione di vari ecosistemi per la deforestazione, l’urbanizzazione, l’inquinamento e il cambiamento climatico sta facendo sì che l’uomo conviva con specie con cui normalmente non entrerebbe a contatto. Le foreste tropicali ospitano milioni di specie poco conosciute, e tra queste rientrano moltissime specie microbiche che hanno instaurato da tempi antichissimi relazioni parassitarie con i propri ospiti, a cui non provocano danno: se distruggiamo il loro habitat naturale, creiamo una vera e propria pressione evolutiva affinché possano riprodursi e sopravvivere all’interno di un nuovo ospite. E quale opportunità migliore di una specie di più di sette miliardi di esemplari?

David Quammen, nel suo libro, cita anche il caso delle scimmie dei templi in relazione all’Herpes B delle scimmie. L’Herpes B è una patologia rara ma molto pericolosa per gli esseri umani, mentre nelle scimmie è piuttosto diffuso e – come l’Herpes Simplex 1 nell’uomo – rimane nei gangli nervosi per uscire di tanto in tanto e provocare lesioni benigne periorali. L’effetto è ben diverso per l’essere umano: il tasso di letalità si attesta intorno al 50%. La quasi totalità dei casi ha interessato persone che lavoravano con animali in cattività.

La stessa borreliosi di Lyme – un’infezione con importanti sequele artritiche, se non trattata – trasmessa dalle zecche e causata dalla spirocheta Borrelia Burgdoferi, vede nella sua diffusione la pesante interferenza dell’uomo con gli ecosistemi dei boschi del Connecticut. I serbatoi con maggior competenza – quindi con maggior probabilità di trasmettere, quando punti, il batterio a una zecca – sono i peromischi dai piedi bianchi, una specie di roditore, e i toporagni. Nelle zone boschive dove le nicchie ecologiche non presentano elevata biodiversità – predatori di taglia media come falchi, gufi, volpi, furetti e opossum, con anche specie di taglia più piccola come scoiattoli e tamia – quali piccoli boschi incalzati dall’urbanizzazione circostante, toporagni e peromischi dai piedi bianchi sono quasi certamente predominanti e si moltiplicano in modo incontrollato, aumentando di rimando la proliferazione delle zecche e di Borrelia.

Questi due esempi ci mostrano come comprendere il rapporto tra uomo e natura sia di vitale importanza per capire quali saranno le sfide della medicina nei prossimi anni. Ci dice anche di più: ci ricorda che sebbene siamo abituati a considerarci indipendenti dalla natura e dai suoi equilibri, ne siamo parte e non agenti esterni.

L’impronta ambientale dell’uomo, infatti, sembra poter direttamente favorire l’insorgenza di un focolaio epidemico: uno studio recente ipotizza che le polveri sottili, in particolare il Pm10, abbiano fatto da boost all’epidemia di Sars-CoV-2, velocizzando e aumentando la capacità di diffusione del patogeno, il quale ha usato le polveri come “mezzo di trasporto”, percorrendo anche grandi distanze. Questo studio sembra imputare a ciò la grande diffusione nella pianura padana e nel Nord, grande zona industriale e particolarmente inquinata. Quindi, se già era accertato che le polveri sottili fossero in grado di trasportare agenti contaminanti chimici e altri virus, come ad esempio il Morbillo che sfrutta i Pm 2.5, sembra che il Sars-CoV-2 abbia trovato un prezioso alleato nell’inquinamento dell’aria dei nostri territori.


Un altro dato da sottolineare è la sempre maggiore frequenza di epidemie legate a zoonosi, legate sicuramente all’invasione o alla distruzione delle nicchie ecologiche. Prendendo come esempio le epidemie legate ai virus Ebola, dal 1976, anno della prima epidemia, ad oggi la frequenza è molto incrementata, tant’è che nel ventennio appena concluso ce ne sono state sei: tra il 1976 e il 1996 ce ne furono la metà. L’epidemia di Ebola del 2014-2016, la più grave di sempre per contagi e numero di morti, potrebbe anche essere un ulteriore campanello d’allarme: di solito gli Ebolavirus “escono” dai loro serbatoi animali, ancora non ben identificati, infettano qualche centinaio di persone nei villaggi, con letalità alta ma variabile a seconda del ceppo, durano qualche mese e concludono il loro ciclo infettivo negli uomini, grazie all’isolamento dei focolai e all’alta mortalità negli stessi, scomparendo nuovamente nella giungla; diversamente, l’ultima epidemia ha colpito quasi 30mila persone in un periodo di due anni, facendo più di 10mila morti accertati, ed è evidente che la diffusione dell’Ebola nelle slums, le poverissime e degradate periferie delle città africane, ha contribuito ad aggravare l’epidemia, grazie al sovraffollamento e alle scarse condizioni di igiene cui la popolazione più povera è sottoposta.

 

Sappiamo che SARS e Sars-Cov-2 con tutta probabilità hanno avuto origine all’interno dei wet markets cinesi, nei quali la moda di mangiare animali esotici tenuti in condizioni igieniche precarie ha creato le condizioni perfette perché lo spillover avvenisse e i virus prosperassero. 

Ebola ha sterminato diverse popolazioni di gorilla in Africa Centrale, e anche dal consumo della carne di questi sono nati focolai umani che hanno causato la morte di moltissime persone. Il reservoir animale dell’Ebola non è ancora stato identificato, sebbene si pensi che sia da ricercarsi nei pipistrelli della frutta. Si ipotizza anche che essi possano essere richiamati dalle piantagioni di frutta che prendono il posto delle foreste, aumentando la possibilità di contatto con gli umani e la trasmissione dell’Ebolavirus.

Se però evitare alcuni contatti “alimentari” con gli animali avrebbe potuto rendere più difficile il contagio da parte di questi virus, così non si può dire per il salto di specie per l’Hendra in Australia, o per i frequenti spillover del Nipah dai pipistrelli all’uomo. È probabile, quindi, che nel futuro dovremo sempre più spesso affrontare epidemie e ugualmente dovremo essere pronti a fronteggiarle. Tuttavia, per far questo, è evidente che sia necessario un servizio sanitario attrezzato e in salute e, di conseguenza, adeguatamente finanziato. 

 

Oggi più che mai la sfida di fermare i cambiamenti climatici si intreccia con un aspetto fondamentale di ciò che intendiamo con giustizia climatica: la tutela universale della salute. Non possiamo pensare di dover aspettare un’altra epidemia virale per invertire completamente rotta.

Il massiccio rifinanziamento della sanità non può prescindere da un cambiamento del modello di sviluppo, affinché la prevenzione sia strutturale e di garanzia del benessere delle persone. La lotta al cambiamento climatico è una battaglia che guarda al futuro di tutte e tutti, perché la salute di una popolazione o è collettiva o non è.

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