Un Piano per l’Europa: democrazia contro il fallimento del mercato

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    Dodici anni fa il sistema finanziario mondiale collassò per la speculazione dei colossi della finanza mondiale. La globalizzazione neoliberista, di cui la deregolamentazione del mercato finanziario è un pilastro centrale, mostrò tutta la sua fragilità e pericolosità per tutta l’umanità. Di fronte a quella crisi sistemica vi furono scelte eccezionali delle istituzioni nazionali e internazionali, che intervennero per arrestare il disastro del libero mercato. Tuttavia si perse l’occasione di risolvere alle radici i pericoli del modello economico neoliberista, non appena terminò l’emergenza la classe dirigente mondiale ritornò a sostenere i meccanismi che avevano compromesso la stabilità mondiale.

    Negli anni immediatamente successivi vennero alla luce i disastri, soprattutto sul piano dell’economia reale, causati dal rilancio delle politiche neoliberiste in seguito alla crisi. La vicenda della crisi del debito della Grecia, la vittoria dell’OXI – il rifiuto del popolo greco verso le imposizioni delle istituzioni sovranazionali di tagli al welfare, privatizzazioni, impoverimento generale – e la successiva imposizione delle politiche neoliberiste, furono il culmine del rinnovato ordine neoliberista che era sopravvissuto alla più grande crisi economico finanziaria che si fosse mai vista. Nei primi anni Dieci i movimenti sociali che rivendicavano un diverso sistema economico vennero ignorati dalla classe politica: si perse l’occasione per immaginare e realizzare un futuro differente per la nostra generazione, in particolare in Europa. La democrazia lasciò il posto ai diktat degli interessi privati.

    La pandemia mostra inconsistenza dell’Unione europea neoliberista emersa da quella stagione: oggi paghiamo l’inadeguatezza dell’Europa a gestire le sfide economiche e sociali che si presentano con il blocco dell’economia mondiale. L’atteggiamento delle istituzioni europee mostra una forte crisi, perché i principi dell’economia di mercato e della concorrenza contro la solidarietà tra gli Stati, sono del tutto incapaci di rispondere all’emergenza e ancor meno alla ricostruzione che sarà necessaria dopo la pandemia.

    Questo momento storico pone l’Unione Europea davanti a un bivio. Oggi esiste una sola moneta estesa praticamente a tutto il continente, le economie nazionali europee sono fortemente integrate, la pandemia – a differenza della crisi di dieci anni fa – colpisce tutti i Paesi allo stesso modo. La gestione dell’emergenza e la ricostruzione “post-bellica” possono essere realizzate con un rilancio della cooperazione, con politiche di solidarietà e l’obiettivo di maggiore uguaglianza e benessere per tutti i popoli europei: questa sarebbe una possibilità concreta per uscire dal crollo del sistema politico ed economico su cui è stata fondata l’UE. L’alternativa è il definitivo fallimento dell’Unione nel tutelare i popoli europei, privilegiando gli interessi di pochi e lasciando spazio a ideologie nazionaliste. 

    Stiamo assistendo a segnali preoccupanti, in particolare riguardo le politiche di austerità, una delle principali cause dell’impoverimento di milioni di persone e della difficoltà dei sistemi sanitari nazionali a tutelare la salute di fronte alla pandemia. Il Patto di stabilità è stato sospeso, ma subito la Commissione Europea ha ribadito che non appena conclusa l’emergenza verrà nuovamente applicato e costringerà nuovamente gli Stati membri a limitare la spesa sociale, gli investimenti, la democrazia. I vincoli del 3% di deficit rispetto al PIL, che non sono sostenibili né razionali, unicamente fondati sull’idea di Stato minimo ad ogni costo, sono ancora un pericolo per tutte e tutti noi nei prossimi anni. La sospensione è temporanea, ma è necessario ottenere la loro eliminazione strutturale.

    In questo quadro l’Europa può sopravvivere solo con un piano di ricostruzione democratico, in cui studenti, lavoratori, e tutta la cittadinanza possano intervenire concretamente per decidere dove allocare le risorse, per quali funzioni sociali, per cosa si produce e come si gestisce la produzione. La condivisione delle scelte di politica economica con le rappresentanze sociali, é fondamentale per garantire una vera gestione democratica della ricostruzione. Dobbiamo assolutamente rifiutare scelte autoreferenziali di una classe politica europea che fino ad oggi ha ascoltato solamente le ragioni dei grandi fondi di investimento finanziario e delle multinazionali: questa crisi deve essere risolta con la partecipazione di tutte e tutti, con scelte democratiche.

     

    Le nostre vite al centro: l’Europa deve garantire sicurezza economica a tutte e tutti.

    La ricostruzione in Europa deve iniziare da subito, partendo dalla tutela delle condizioni materiali della popolazione. L’Unione deve condividere tutte le risorse necessarie a garantire a tutte e tutti coloro che ne abbiano bisogno un reddito minimo europeo durante la quarantena e anche in seguito alla fine della pandemia: a chiunque deve essere garantito almeno l’80% del salario mediano europeo, senza condizioni penalizzanti come prevedono i sistemi di reddito minimo dei diversi Stati membri. Il Fondo Sociale Europeo (FSE) deve essere finanziato con una quantità di risorse nettamente superiore, per garantire il reddito e nuovi finanziamenti al welfare universale in tutte le regioni del continente, in particolare verso quelle maggiormente colpite dalla crisi. Una base di sicurezza sociale comune all’Unione è indispensabile ad una vera democrazia nel progetto europeo, da sempre accantonata per lasciar spazio esclusivamente agli interessi del mercato.

    Le differenze e le disparità tra gli Stati membri sono state infatti conservate e sfruttate, anziché arrestate, dalle politiche europee. I grandi capitali sfruttano da decenni le differenze salariali, i diversi sistemi fiscali, per spostare investimenti e produzioni tra gli Stati membri laddove aumenta il profitto privato. Questo sistema ha causato una concorrenza al ribasso sui diritti delle popolazioni, rappresenta la prima ingiustizia da sanare per rilanciare il progetto europeo. Serve istituire un sistema di salario minimo a livello europeo per migliorare le condizioni di tutti i lavoratori eliminando la competizione al ribasso sulla pelle delle persone. In questa crisi occorre anche rilanciare un coordinamento e la convergenza delle politiche fiscali, prelevando ricchezza dalle grandi multinazionali che accumulano profitti tramite dumping fiscale. In tal modo si potrebbero recuperare ingenti risorse per redistribuire la ricchezza. La tassazione della speculazione finanziaria è particolarmente importante dal punto di vista politico, come strumento per penalizzare le attività speculative che già oggi colpiscono il nostro e altri Paesi.

     

    Un Piano per il futuro dell’Europa: la democrazia contro la mano invisibile.

    E’ necessaria una politica industriale per la ricostruzione europea su settori strategici: situazioni come la concorrenza tra Francia e Italia nel settore della cantieristica sono diffuse in altri settori e rispondono solo agli interessi dei proprietari dell’impresa, anziché al bene comune dei cittadini europei. L’orizzonte temporale e il metodo richiedono un vero piano economico europeo di durata quinquennale: si tratta di elaborare un vero Piano per il futuro dell’Europa. Serve una sorta di IRI europea: una agenzia per la proprietà pubblica dei mezzi di produzione europei, capace di guidare la ricostruzione verso il benessere di tutta la popolazione del continente. 

    In particolare sarà fondamentale il controllo pubblico europeo dell’energia, per la transizione ecologica e la sostenibilità. In questa fase il European Green Deal – già insufficiente a fermare la catastrofe climatica – sarà ancor meno sostenuto dal padronato e dai suoi rappresentanti, perché ci troviamo in una situazione di crisi, con costi maggiori per il capitalista nella riconversione ecologica. E’ il momento in cui rilanciare il conflitto per la democratizzazione dei processi produttivi, imponendo una direzione ferma verso la transizione integrale della nostra economia e verso la sostenibilità e la giustizia climatica. Questo è il momento di imporre dal basso un piano per mettere pannelli fotovoltaici sopra ogni tetto europeo, in generale strategie slegate dai meccanismi di mercato per creare occupazione di qualità e abbattere le emissioni climalteranti nel più breve tempo possibile. 

    In seguito alla crisi di dieci anni fa, in molti territori europei ha prevalso un modello di sviluppo fondato sul turismo insostenibile, devastando i rapporti sociali nelle città e aggravando i danni ambientali dello sviluppo urbano. Questo modello di sviluppo mostra tutta la sua fragilità di fronte a questa crisi, dove emerge quanto sia importante produrre beni essenziali alla vita e quanto sia dannoso ed effimero lo sviluppo di certi altri settori. Il Fondo Europeo  di Sviluppo Regionale (FESR) potrebbe essere un utile strumento per potenziare le politiche di convergenza, aumentando i finanziamenti disponibili e vincolandoli a interventi di riconversione ecologica, infrastrutturazione sociale e innovazione del sistema produttivo.

    La concorrenza interna all’UE dovrebbe evitare la costituzione di monopoli privati, che avrebbero eccessivo potere di mercato per svalutare il lavoro e condizionare l’accesso ai consumi tramite i prezzi. In realtà in Europa sono presenti grandi multinazionali e fondi di investimento privati che hanno un potere enorme tanto sui processi di mercato quanto sulle stesse istituzioni europee e nazionali, dimostrando quanto sia del tutto ideologica la celebrazione del mercato concorrenziale. Tuttavia questa problematica verrebbe sventata nel momento in cui le grandi imprese strategiche fossero controllate dallo Stato secondo principi democratici e di tutela dei diritti della popolazione: la proprietà pubblica dei principali mezzi di produzione è essenziale per ricostruire l’Europa e democratizzare lo sviluppo economico. In tal senso i vincoli di bilancio privatistici, per cui il pareggio dell’attività produttiva è un dogma inderogabile, devono essere superati dallo Stato nella gestione diretta di settori importanti della produzione e del welfare: talvolta “andare in perdita” è necessario per la tutela dei diritti e per avere prospettive di sviluppo sostenibile oltre i momenti di crisi.

     

    Il futuro dell’Europa è la condivisione della conoscenza.

    In un’ottica di Piano per il futuro dell’Europa, la cosiddetta “società della conoscenza” costruita dal neoliberismo va rigettata. La produzione di conoscenza in Europa deve essere condivisa pubblicamente tra gli Stati, messa a disposizione insieme a mezzi di produzione di proprietà pubblica per lo sviluppo sostenibile. Fenomeni come la vendita del brevetto per il vaccino al Covid, da parte di una azienda privata tedesca al Governo statunitense, devono essere eliminati dal nostro futuro. La conoscenza deve essere condivisa per il bene comune: anche la concorrenza sul commercio di brevetti, così come le disparità sui livelli di istruzione e ricerca tra gli Stati membri, sono contraddizioni che devono essere superate. Ciò comporta anche massicci investimenti in ottica cooperativa dentro l’UE, annullando le divergenze in termini di investimenti nella ricerca e di garanzia del diritto allo studio e dei diritti dei lavoratori della conoscenza.

     

    Non c’è futuro senza l’abolizione dell’austerità

    L’abolizione del Fiscal compact e dei principi dell’austerità nell’UE è un passo indispensabile per ricostruire un nuovo progetto europeo. I fallimenti delle politiche di contenimento della spesa sono ormai innegabili: hanno privato i cittadini di sicurezza, diritti, condizioni di vita dignitose. Servono radicali alternative di politica economica, per sostenere gli obiettivi di pianificazione del welfare universale e della ricostruzione dell’economia con la transizione ecologica. L’eurobond – ovvero la  condivisione del debito pubblico tra tutta l’Unione europea – può essere positivo, purché non preveda alcuna condizionalità per gli Stati che ottengono i finanziamenti e la gestione del credito sia democratica, non preveda prevaricazioni e imposizione di scelte politiche agli Stati membri in difficoltà. Gli strumenti come il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), che prevedono programmi di tagli della spesa pubblica in cambio degli aiuti finanziari agli Stati, sono un pericolo per il nostro futuro che potrà portare nuovamente al sacrificio dei nostri diritti nei prossimi anni. 

    La Banca Centrale Europea (BCE) per come è stata istituita e gestita fino ad oggi è un pericolo per la sicurezza economica e sociale dei cittadini europei: deve diventare banca prestatrice di ultima istanza, finanziando direttamente gli Stati quando risulta necessario aumentare la spesa pubblica. Questo radicale cambio di passo richiederebbe un controllo politico democratico sul governo della politica monetaria: l’indipendenza totale della BCE dalle istituzioni democratiche è infatti una delle più gravi contraddizioni del progetto europeo neoliberista. Insieme ad un controllo democratico della Banca, occorre imporre nello Statuto della BCE l’obiettivo della tutela dell’occupazione, mentre ad oggi le scelte di politica monetaria sono funzionali esclusivamente a contenere l’inflazione e tutelare la rendita degli investitori finanziari. Il Quantitative easing in questo momento non ha più sufficiente  efficacia per risolvere la crisi economica, quindi la BCE a causa dei suoi attuali vincoli statutari non ha grandi possibilità di contrastare la catastrofe economica. 

     

    Prepariamo la battaglia per la ricostruzione dell’Europa

    Ogni possibile riforma dell’Europa deve passare dai contesti nazionali, indispensabili alla riforma dei trattati e delle politiche europee. Per questo sarà fondamentale condividere queste proposte nella maniera più ampia possibile, cogliendo i momenti di mobilitazione internazionale che si verificheranno nei prossimi mesi per rilanciare un progetto di alternativa al neoliberismo con una ampia partecipazione transnazionale. Il nostro futuro e la direzione dell’uscita dalla crisi dipenderà dal nostro impegno e dalla nostra partecipazione per fare pressione sulla classe dirigente europea. Non staremo a guardare di fronte al ritorno delle ingiustizie che ci hanno portato alla catastrofe: abbiamo un piano per sfidare i potenti dell’Europa.

     

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