Migranti tra Turchia e Grecia – Il vero volto della Fortezza Europa

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    Dopo anni di relativo silenzio, l’attenzione mediatica internazionale è improvvisamente tornata sulla rotta migratoria balcanica. Il tema caldo è la decisione presa il 27 febbraio dalla Turchia di Erdogan di aprire le frontiere in entrata e in uscita ai migranti diretti in Europa. Grecia e Bulgaria hanno reagito intensificando le operazioni di respingimento delle persone in transito, utilizzando metodi repressivi estremamente violenti.

    La notizia dell’apertura dei confini ha portato migliaia di migranti che attualmente si trovano in Turchia a spostarsi verso il fiume Evros (che scorre tra Turchia e Grecia) o ad imbarcarsi e dirigersi verso le cosiddette “isole hotspot” greche (Lesbo su tutte). La risposta delle autorità greche, sostenute dall’UE , è stata ben oltre il limite del disumano. Il primo ministro Mitsotakis ha sospeso per un mese la possibilità di presentare richiesta d’asilo e la situazione nelle zone di confine è degenerata rapidamente: la polizia greca ha iniziato a usare cannoni ad acqua, sparare, usare gas lacrimogeni; la guardia costiera ellenica cerca di affondare i gommoni partiti dalle coste turche e bastona i migranti a bordo, Alba Dorata (partito neonazista greco) fa propaganda mentre diverse organizzazioni fasciste presidiano Lesbo, facendo ronde e dando fuoco ai campi dell’UNHCR.

    Ovviamente questo inferno non è nato per caso e per certi versi poteva essere almeno parzialmente previsto.

    Il primo elemento cruciale che ha portato alla situazione attuale sono sicuramente le politiche migratorie europee. Già con il tanto venerato Trattato di Schengen l’Unione ha avviato, in parallelo all’apertura delle frontiere interne, il rafforzamento delle frontiere esterne: dal momento della firma del Trattato, il controllo degli ingressi nello spazio di libera circolazione è diventata una questione di interesse comune condivisa da tutti i paesi Schengen.

    Il Regolamento di Dublino è un altro tassello critico poiché l’obbligo di presentare richiesta d’asilo nel paese di primo arrivo si è tradotto in una evidente limitazione della libertà di movimento dei soggetti migranti: per quanto i nazionalisti di tutta Europa denuncino violazioni delle “patrie sovranità”, i più danneggiati dal Regolamenti di Dublino sono sempre stati i migranti stessi.

    A completamento della costruzione della “Fortezza Europa” è arrivato il lungo processo di esternalizzazione delle frontiere: l’Unione ormai non si limita più a controllare i suoi confini, bensì da anni tenta di reprimere i flussi migratori direttamente nei paesi di transito extraeuropei. Sono esempi lampanti di questo fenomeno gli hotspot extraterritoriali per l’identificazione e il respingimento finanziati dai Paesi Europei (come quello di Agadez in Niger), il famigerato Memorandum Italia-Libia per il contenimento della rotta del Mediterraneo Centrale e soprattutto l’accordo tra UE e Turchia atto a bloccare la rotta migratoria balcanica. Quest’ultimo accordo è stato un altro elemento fondamentale che ha portato alla crisi di questi giorni: si stima che ad oggi risiedano in Turchia 3,6 milioni di migranti, tra cui molti Siriani e molti minorenni. La frontiere turco-bulgare e turco-greche sono state sostanzialmente chiuse nel 2016 (anno della firma degli accordi con l’UE) e progressivamente rafforzate grazie ai 6 miliardi di euro che i paesi europei hanno versato al governo di Ankara negli ultimi tre anni.

    Oltre alla freddezza atroce che stava alla base dell’accordo con Erdogan, anche l’instabilità del patto era evidente sin dall’inizio: più volte la Turchia ha tenuto in scacco l’Europa “minacciando” di aprire i confini. Nell’ottobre scorso, dopo l’avvio delle offensive turche contro i curdi nel nord della Siria, Erdogan aveva esplicitamente dichiarato che se l’Unione Europea non avesse lasciato libertà d’azione all’esercito turco avrebbe riaperto le frontiere con Grecia e Bulgaria. La Turchia è poi in breve tempo penetrata in Siria combattendo contro i curdi e contro le milizie di Assad sostenute dai Russi.

    La partecipazione della Turchia al conflitto siriano e l’offensiva contro le popolazioni curde è continuata senza grandi interferenze da parte dell’Europa fino alle ultime settimane. Nella città di Idlib, una delle ultime in mano ai ribelli siriani e presidiata dall’esercito di Erdogan che blocca i cittadini che tentano di scappare verso la Turchia, la tensione con Assad e con i Russi è salita rapidamente. Il governo di Ankara ha chiesto invano il supporto militare della NATO e, dopo che più di trenta soldati turchi sono morti durante un bombardamento, ha fatto scattare il “ricatto” aprendo le frontiere con l’Europa.

    Da quel momento in poi Ankara e Bruxelles hanno iniziato un macabro braccio di ferro che in Italia è passato in secondo piano dato che la maggior parte dei giornali e dei notiziari si stanno morbosamente dedicando più al Coronavirus che a tutto il resto.

    Sembra inconcepibile, ma c’è un elemento che anche questa volta manca nelle dichiarazioni delle autorità implicate in questa crisi: l’attenzione verso le condizioni dei migranti utilizzati come strumento di minaccia. Sia chiaro, è evidente che Erdogan è sempre stato violento nei confronti degli immigrati presenti nel suo paese: buona parte dell’opinione pubblica turca è posizionata su un orientamento decisamente poco tollerante nei confronti dei migranti e le tutele per i lavoratori stranieri sono pressoché inesistenti (consigliamo a tal proposito la visione del documentario “La Merce siamo Noi”).

    Adesso però è calata anche la maschera della Fortezza Europa: il respingimento violento dei migranti al confine non è responsabilità esclusiva della Grecia, è una diretta conseguenza delle politiche europee, sia a livello di Unione sia a livello di Stati Membri. Per preservare questa (finta) “isola felice di progresso” che è l’Occidente europeo, dai tempi di Schengen rafforziamo i controlli alle frontiere esterne e deleghiamo la gestione dei flussi migratori in entrata a paesi instabili a cui diamo un sacco di soldi e carta bianca. Quando poi salta il banco (come con Erdogan in questi giorni), la Fortezza Europa tira fuori la sua essenza più inquietante e spara sui più deboli.

    Alla base di questo sistema di chiusura delle frontiere extraeuropee c’è una insopportabile paura della libertà di circolazione universale generata da sovranismo in chiave europea e dalla volontà di mantenere rapporti di forza precisi nell’arena internazionale.

    Non raccontiamoci palle, anche in Europa il denaro vale di più delle persone: i capitali circolano liberamente dentro e fuori, le persone, soprattutto se provenienti da paesi terzi, neanche per sbaglio. Certo, puntare il dito è sicuramente più facile che cercare soluzioni, ma per ora sembra che la Fortezza abbia deciso di continuare il braccio di ferro sulla pelle dei migranti piuttosto che avviare la modifica delle sue politiche migratorie. Prima o poi però ci renderemo conto che l’esternalizzazione delle frontiere è barbara e inutile; che i finanziamenti alla Turchia, alla Libia e a tutti i paesi dove si trovano hotspot europei vanno interrotti; che il Regolamento di Dublino dev’essere superato e che, senza l’introduzione e la tutela della libertà di movimento per tutti e tutte, crisi come quella attualmente in corso al confine tra Turchia e Grecia si riproporranno con frequenza sempre maggiore.

     

    un contributo della Rete della Conoscenza Milano
    pubblicato su https://studentimilano.org/

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