21 marzo 2020 – Invertiamo la rotta! contro le mafie, verso un altro futuro

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Memoria e impegno sono i due binari sui quali da 25 anni in decine di migliaia scendiamo in piazza, ogni 21 marzo,  insieme a Libera Contro le Mafie. Memoria e impegno, due termini che sembra guardino al passato, in una data che invece continua a guardare al futuro. Perché è del nostro futuro che si parla, quando si parla di mafia. È il nostro futuro ad essere in gioco, quando lo strapotere di pochi continua a crescere. Verso il prossimo 21 marzo, che ci vedrà scendere in piazza da tutta Italia a Palermo, è del nostro futuro che vogliamo parlare. Del futuro che ci viene negato, del futuro che costruiamo ogni giorno, passo dopo passo, lottando in questo presente. 

Rotta verso sud: perché saremo a Palermo questo 21 marzo

Palermo, 21 marzo 2020, in una regione nel profondo sud del paese, tra cui le divisioni sono ben di più della sola distesa del mare.
In una regione che viene lasciata indietro, in cui la strada risulta ben lontana da un reale investimento a istruzione, lavoro e sviluppo.
In una regione con il tasso di dispersione scolastica sopra il 20% e di povertà assoluta tra i più alti di Italia e i bisogni materiali incombono, spingendo tantissimi studenti e studentesse ogni anno a cercare una prospettiva diversa, altrove.

La Sicilia è una terra di forti contraddizioni, tra i piccoli centri e le grandi città, tra le periferie e i centri storici e tra quartieri e quartieri, in cui le disuguaglianze incalzano ed emarginano.
La Sicilia è la terra in cui le prime sperimentazioni di organizzazioni mafiose hanno attecchito con grande facilità, ma anche quella terra in cui la voglia di riscatto da parte di cittadini e cittadine è stata dirompente. Dopo la strage di Capaci, tantissimi e tantissime studentesse  e studenti hanno manifestato e costituito movimenti studenteschi contro le mafie.

Perché vittime di mafia siamo tutte e tutti noi, lo è la Sicilia, tenuta sotto scacco da logiche di interessi e corruzione che non permettono il reale sviluppo della regione.
Perché vittima di mafia è chi è costretto a scappare dalla propria terra, senza alternativa alcuna.

Quest’anno la giornata dal 21 Marzo darà la possibilità di porre al centro dell’attenzione la questione meridionale, che è una questione nazionale, che riguarda tutte e tutti, affinché nessuno venga lasciato indietro.
Per questa data si è scelta Palermo, non solo perché simbolo della regione, ma anche perché costituisce un esempio lampante di come la mafia abbia cambiato strategia, passando da quella stragista a quella istituzionale.

Si è scelta Palermo, nella memoria della strage di Capaci, della strage della circonvallazione, dell’omicidio di Peppino Impastato, Mario Francese e tante e tanti altri.
Palermo perché è il simbolo di quanto hanno fatto più di 25 anni di antimafia sociale, come l’impegno della popolazione può iniziare a disarticolare il potere mafioso, intaccare la sua egemonia e farlo arretrare nella sua organizzazione; tutto tramite il costante impegno che ogni giorno tantissime associazioni, nello Zen, Ballarò e Brancaccio portano avanti, per il riscatto dei quartieri e della città, e quindi il riscatto di tutte e tutti.

Nonostante ciò, Cosa Nostra infatti continua a costringere i giovani alla subalternità o all’emigrazione impedendo uno sviluppo sano del territorio tramite il controllo dell’attività imprenditoriale e quindi del lavoro, avvelena l’ambiente con la gestione dei rifiuti e impedisce la democrazia nei vari comuni della provincia sciolti per amministrazione mafiosa.
Palermo esprime anche la necessità attuale dell’antimafia di rinnovarsi, contro un nemico che in parte in altre forme, in parte nella conservazione delle prassi consolidate mantiene sotto scacco la popolazione. 

Questo terra è paradigmatica dell’impegno necessario in ogni territorio: l’esempio di ciò che si è saputo fare, raffrontato al protrarsi di vecchi problemi e l’insorgere di nuovi, ci costringono a guardare a Palermo per continuare il percorso iniziato 25 anni fa tracciando nuove rotte, che ci conducano ad un altro futuro.

La mafia che cambia, le risposte da costruire

Dalle bombe all’estorsione, dagli omicidi alle infiltrazioni, la criminalità organizzata continua a crescere e controllare i nostri territori.
Non è solo la mafia “dei colletti bianchi”: lo abbiamo visto a Foggia, dove il nuovo decennio è iniziato col fragore delle bombe, o con gli omicidi di mafia che hanno interessato la provincia foggiana negli ultimi anni. “Regolamenti di conti” per il controllo del territorio, in cui a morire non sono solo i membri dei clan, ma anche innocenti, come nel caso dei contadini freddati a San Marco in Lamis poco più di due anni fa.   

La devastazione ambientale continua ad essere terreno di guadagno per la criminalità organizzata, come conferma l’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia: gli ecoreati legati allo smaltimento illecito dei rifiuti sono in crescita ed evidenziano le reti articolate che legano la mafia alle amministrazioni e all’imprenditoria locale. L’ultimo anno è stato caratterizzato dalle oceaniche piazze per l’ambiente che abbiamo riempito insieme a milioni di giovani di tutto il mondo, ma sappiamo bene che spesso è dietro casa che possiamo vedere gli effetti devastanti di un modello di sviluppo e di accumulazione di ricchezza che fa della distruzione del territorio un effetto collaterale ammissibile. La questione rifiuti torna ciclicamente sotto i riflettori, ma forse troppo poco si parla del ruolo che la criminalità ha nel traffico di rifiuti, un traffico che interessa tutta la penisola come dimostrano le numerose indagini condotte anche in regioni settentrionali facendo emergere la presenza di molteplici terre dei fuochi da nord a sud (dal bresciano fino ad arrivare al triangolo della morte Acerra-Nola-Marigliano in Campania). Che la criminalità organizzata sia un fenomeno nazionale, infatti, è sempre più spesso confermato dalle inchieste, ma è ancora un dato difficile da riscontrare nell’opinione pubblica, dove la percentuale di chi la reputa tale si attesta solo all’8,5% (Liberaidee 2018)

Dall’economia locale ai maxi cantieri e alle grande opere le infiltrazioni criminali attraversano la penisola da sud a nord. La mafia e la corruzione camminano a braccetto, sempre più spesso all’interno della cosiddetta area grigia, uno spazio in cui è difficile distinguere i fenomeni criminali, che finiscono così per essere normalizzati. La deregolamentazione degli appalti operata con il decreto Sblocca Cantieri varato dallo scorso governo in carica ha ulteriormente sgombrato la strada alla corruzione, dimostrando ancora una volta  l’ambiguità di retorica fondata sul connubio antimafia-sicurezza nel momento in cui questa viene accompagnata da provvedimenti che favoriscono la criminalità organizzata. 

Attraverso la penetrazione all’interno del mercato la mafia continua a esercitare un controllo sempre più pesante sulla politica, sulle amministrazioni, sui territori, e a rafforzare il ricatto sulle vite di tutte e tutti noi. La criminalità organizzata decide al posto nostro che direttrici dare allo sviluppo dei territori: ma l’unico sbocco possibile della gestione mafiosa dell’economia è il profitto dei soliti noti, sempre degli stessi personaggi che si arrogano il diritto di decidere su un popolo intero.
Lo vediamo in Calabria, dove ai guadagni miliardari della ‘ndrangheta si contrappone una regione che continua ad essere priva di lavoro, sviluppo e possibilità per i giovani; lo vediamo nei cantieri navali del nord-est, dove le stesse persone che chiedono il pizzo in Campania moltiplicano i loro guadagni investendo nello sfruttamento legalizzato di manodopera migrante, e lo vediamo in tutto un paese in cui lavoro, ambiente e sviluppo vengono subordinati all’interesse delle mafie.

Che futuro ci può essere seguendo la rotta tracciata chi da più di un secolo avvelena, sfrutta, intimidisce, estorce ed uccide? È possibile immaginarsi un futuro se le possibilità di un lavoro degno sono rase al suolo dalla criminalità organizzata, se l’ammontare della cosiddetta “economia non osservata” (data da economia sommersa e attività illegali) supera i 200 miliardi di euro (ISTAT)? È possibile immaginarsi una vita libera dallo sfruttamento se il lavoro irregolare vale 77 miliardi e, guardando al solo settore del lavoro agricolo, i lavoratori esposti al rischio di un ingaggio irregolare sono tra le 400.000 e le 430.000 unità (Osservatorio Placido Rizzotto)? 

Dire che antimafia sociale è necessariamente lotta alle diseguaglianze e alle ingiustizie significa non cedere alla retorica che cancella il ruolo delle politiche sociali e di indirizzo economico nel contrasto alla criminalità organizzata e rivendicare invece un generale ripensamento del modello di sviluppo, fondato sul rispetto dei territori e delle persone, che preveda risposte al ricatto occupazionale e investimenti. 

Se la mafia assume tante facce diverse, la strada da seguire per combatterla deve saper rispondere a tutte.

Vogliamo parlare di futuro a partire da un presente di impegno e di lotta, un presente in cui costruire una risposta alla criminalità organizzata diversa da quella che ci spacciano come l’unica possibile, vale a dire la repressione. Negli ultimi anni, tanto a livello nazionale quanto sui nostri territori, ci è stato ripetuto in continuazione che era necessario installare più videocamere per strada, aumentare i pattugliamenti, prevedere di mandare l’esercito nei contesti più difficili. Abbiamo letto che la lotta alla criminalità organizzata faceva rima con un apparato di controllo securitario, abbiamo sentito equiparare crimini profondamente diversi gli uni dagli altri, abbiamo visto questa logica securitaria e repressiva entrare nelle nostre scuole e nelle università. 

Vogliamo dire invece che la nostra idea di antimafia non è compatibile con un’idea di sicurezza basata tutta sulla repressione del dissenso, e che è proprio la storia del movimento antimafia ad insegnarci che è nella lotta, anche la lotta contro le leggi ingiuste, che sta la chiave del cambiamento. Nelle file della criminalità organizzata ci sono tantissimi giovani, gente della nostra età, che magari ha abbandonato la scuola perché costava troppo per permettersela, giovani disoccupati, per i quali non esistono strumenti reali di welfare, di contrasto alla povertà, di emancipazione.  È lì che il ricatto mafioso tesse le sue trame, è lì che si devono costruire le risposte: non costruendo nuove celle, non facendo del carcere il modello su cui edificare scuole e quartieri, ma minando alle fondamenta un sistema che cresce e si rafforza sui bisogni materiali ignorati.  

È lì che le belle parole non bastano e che quelle pregne di morale e paternalismo fanno danni, perché ignorano qualsiasi discorso sulle condizioni di vita delle persone, sui diritti, sulla necessità di un lavoro degno e di misure di lotta reale alla povertà, sull’urgenza di un’istruzione accessibile a tutti.
Esiste una sicurezza che può essere reale contrasto alla mafia, ed è la sicurezza sociale, fatta di tutto questo. E se il lavoro della magistratura è fondamentale, non possiamo ritenere che la giurisprudenza senza giustizia sociale sia abbastanza: alla sicurezza fatta di forze dell’ordine e arresti, che ha più volte dimostrato la sua inefficacia, rispondiamo con la capacità di immaginare nuove comunità, fondate sul contrasto alle diseguaglianze e alle ingiustizie, sulla redistribuzione della ricchezza, sulla lotta allo strapotere di pochi a favore della democrazia sostanziale, che significa possibilità di decidere sulla propria vita, sul proprio lavoro, sulla propria terra. 

Vogliamo farlo a partire dalle scuole e dalle università, perché crediamo che possano essere i saperi la nostra arma più forte contro le mafie. Il nuovo decennio è iniziato nelle stesse contraddizioni che caratterizzano il nostro sistema formativo da anni: esclusione, classismo, impossibilità di miglioramento delle proprie condizioni materiali. Non è una novità il fatto che l’istruzione non sia più quello strumento di emancipazione che dovrebbe essere, ma anzi sia oggi luogo di riproduzione delle diseguaglianze. Se nasci povero, non sarà grazie alla scuola o all’università che potrai cambiare la tua condizione, perché con buona probabilità sarai escluso da quei luoghi. L’inaccessibilità degli studi, determinata dai costi sempre più alti di libri, tasse, trasporti, affitti, continua a causare tassi di abbandono scolastici e universitari ben al di sopra della media europea. Negli ultimi 15 anni la scuola italiana ha perso 3 milioni e mezzo di studenti, il tasso nazionale di dispersione scolastica del 14,5% e picchi che superano il 23%. Non va meglio all’università, dove l’Italia è ai primi posti in Europa per i costi degli studi e agli ultimi, guardacaso, per numero di laureati. Ma non si tratta solo di quanti studenti vengano espulsi dal sistema formativo, ma anche di cosa si studia. Fino a che nelle aule scolastiche e universitarie si incoraggerà un sapere nozionistico, il cui ruolo sembra più quello di legittimare l’esistente piuttosto che dare a tutte e tutti gli strumenti per leggere criticamente la realtà e capire come cambiarla, non ci saranno passi in avanti reali. Ripensare la formazione e la conoscenza significa mettere in crisi i meccanismi di potere che si sono piano piano consolidati e che sono stati via via normalizzati, costruendo una valida alternativa culturale al retaggio mafioso. Aprire le scuole e le università al territorio, in questo modo, significa far circolare un sapere rivoluzionario, capace di ridisegnare il mondo che circonda gli spazi in cui passiamo buona parte delle nostre giornate. Per farlo, non possiamo aspettare che la soluzione arrivi dall’alto. Anni di riforme calate dall’alto non hanno fatto altro che distruggere la scuola e l’università pubblica: siamo noi a dover dettare i binari lungo i quali si devono costruire le scuole e le università del futuro. Spazi in cui il contrasto alla criminalità organizzata non sia relegato a poche pagine sui libri di storia; se la scuola vuole effettivamente costruire una cultura che si opponga alla mafia, serve uno studio approfondito fin dalle superiori su come le mafie incidono sul nostro territorio, stimolato da un esercizio della memoria non nozionistico ma posto alla lunghezza d’onda della vita di tutti i giorni, non appiattito ad una semplice commemorazione,  ma strumento per costruire concreta percezione del fenomeno criminale . Questa lotta deve farsi reale nei programmi didattici e nel ruolo che la scuola deve svolgere nei confronti del territorio. La scuola non deve adattarsi al contesto produttivo esistente, non può farsi imporre da provati programmi, finalità e modalità, ma deve essere luogo di messa in discussione dello stesso, spinta per cambiarlo.Nelle scuole non dobbiamo imparare a vivere sotto il controllo mafioso: dobbiamo inventarci un nuovo futuro e iniziare a metterlo in pratica. Uno dei primi passi è il contrasto a tutte le esperienze di PCTO e tirocinio che si continuano a svolgere in aziende colluse con la criminalità organizzata. È da qui che si deve partire per restituire dignità a interi territori, per invertire la rotta che porta sempre più giovani a lasciare non solo le loro classi, ma anche la loro terra.

L’emigrazione giovanile e studentesca forzata è infatti una delle nuove facce della questione meridionale.

Ogni anno 157 mila giovani lasciano le regioni del mezzogiorno per andare a studiare al nord; in 15 anni, 2 milioni di meridionali hanno dovuto lasciare la loro terra: il saldo è sempre in negativo, interi territori si svuotano, a partire dai piccoli comuni e dalle aree interne. Ma non si tratta solo di chi lascia le regioni meridionali per andare al Nord: l’esodo di giovani dal nostro Paese verso l’estero continua imperterrito. 

Non crediamo che sia nè giusto nè possibile criminalizzare o deridere chi lascia il proprio territorio, né chi non lo fa, come spesso leggiamo sui giornali. La realtà è molto più complessa di come provano a raccontarcela, e dietro ogni storia ci sono ragioni profonde, legate all’impossibilità di costruirsi un futuro in un territorio dilaniato da povertà e criminalità, ai tassi di disoccupazione giovanile alle stelle, alla totale assenza di un piano di investimenti serio per lo sviluppo del meridione che possa colmare un divario con il settentrione che non accenna a diminuire. Abbiamo visto decine di misure spot, che non hanno fatto altro che contribuire all’impoverimento dei territori del sud, costringendoci ad arrenderci ad una realtà che sembra impossibile da cambiare oppure a lasciarcela alle spalle, scontrandoci altrove con le stesse ingiustizie, con la stessa precarietà, con la stessa impossibilità di prendere in mano le nostre vite. 

Le città del futuro per liberare il presente

Vogliamo ridisegnare le nostre città, percorrere strade nuove, fianco a fianco di chi ha lottato per liberarle. Ripensare la geografia cittadina come strumento di lotta alle diseguaglianze, rifiutando la logica di costruzione delle periferie ghetto e le politiche che dietro la parola decoro hanno provato ad occultare il tentativo di mettere la polvere sotto il tappeto, nascondendo alla vista le diseguaglianze sociali e la povertà che poco legano con l’idea di città vetrina. Il tentativo di separazione anche fisica tra le diverse condizioni sociali si è sostanziato nella messa ai margini di larghissime fette di popolazione, negate alla vista, ma alle quali, soprattutto, è stato negato il diritto alla città. La costruzione di interi quartieri dormitorio ai confini delle metropoli, quartieri privi di servizi, di spazi culturali, di luoghi di aggregazione, è rappresentativa di un’idea generale di città votata all’esclusione. Ed è proprio nella frammentazione sociale che è più facile comandare e sfuggire al controllo dello stato, dove mancano spazi di aggregazione sani e impegno a migliorare le condizioni di tutti che l’unica risposta rimane quella individuale della criminalità organizzata.

Dove mancano servizi e sicurezza sociale e che la mafia li fornisce sostituendosi allo stato, trasformando diritti in favori. Il disinteresse nei confronti delle aree interne, dei piccoli comuni, i luoghi più soggetti allo spopolamento, si è sostanziato nell’assenza dei servizi più basilari: sanità, istruzione, trasporti. Nel nostro Paese, dove sei nato determina in buona parte quali scelte potrai o non potrai prendere: quale scuola frequentare, se andare o meno all’università, dove cercare lavoro. In questo contesto, diventa quasi normale che l’unica direzione percorsa sia quella lungo le linee di fuga dalle periferie, per chi può permetterselo. Ma non è normale: non è normale che per un giovane che vive lontano dal centro cittadino sia impossibile avere un cinema, una biblioteca, uno spazio di socialità nel proprio quartiere; non è normale che gli unici luoghi in cui incontrarsi siano spazi commerciali; non è normale neanche che per chi non può permettersi il prezzo di un biglietto l’accesso ai luoghi sia incessantemente negato; non è normale che le scuole e le università siano chiuse al territorio, senza la possibilità per le studentesse e gli studenti che le vivono di aprirle alla città, di immaginare e praticare a partire da quei luoghi un’alternativa concreta per il proprio territorio.  

Non è normale che i nostri le nostre città e paesi non si possano sviluppare ed offrire lavoro di qualità perché continua ad avere spazio la criminalità, che al territorio non lascia nulla: il pubblico, i cittadini e i lavoratori devono togliere spazio all’interesse privato, pianificare un modello di sviluppo che non avveleni il territorio arricchendo chi ci vuole comandare ma dia lavoro di qualità e speranza a tutte e tutti, riportando qui le opportunità che andiamo a cercare emigrando, togliere quindi ai mafiosi il potere di arricchirsi sulla nostra pelle:

E se pensiamo alle nostre città e a come praticarvi antimafia sociale, partecipativa e dal basso, un ruolo centrale è quello rivestito dai beni confiscati alle mafie. Sono passati 25 anni da quando 1 milione di cittadini sottoscrissero la petizione per l’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti. Quella legge, approvata pochi mesi dopo, rappresentò un passo in avanti fondamentale, seppur non bastevole. Da quel momento, centinaia di beni confiscati sono tornati nelle mani della comunità, che ne ha fatto spazi di lavoro, aggregazione, socialità, resistendo agli attacchi di chi provava a riappropriarsene e alle difficoltà del percorso. L’anno scorso il governo gialloverde ci ha riportato indietro di trent’anni, approvando nei decreti sicurezza la possibilità di vendita all’asta dei beni confiscati. Un vero e proprio regalo ai clan mafiosi, un danno enorme per tutte e tutti noi. Un danno duplice, dal momento che lo stesso decreto prevede che solo una piccola parte dei proventi vengano reinvestiti proprio nella gestione dei beni confiscati. Guardando alla questione solo con gli occhi del bilancio di cassa dello Stato, forse, si potrebbe pensare che in fondo aumentare le finanze pubbliche attraverso la vendita degli immobili confiscati possa essere un bene per la collettività. Per diverse ragioni, però, non è così: la prima, più lampante, è che le stesse famiglie mafiose possono, con estrema facilità, commissionare l’acquisto dei beni a dei prestanome, e tornarne sostanzialmente in possesso. La seconda è che la gestione collettiva dei beni confiscati produce dei benefici che non sono esclusivamente economici, ma che anche su quel versante sono in grado di attivare processi più che positivi. Se è nell’economia e sulle amministrazioni locali che la criminalità organizzata tesse le sue trame ed esercita il suo controllo, è a partire da qui che si deve agire per far vacillare le fondamenta del sistema. È quello che succede quando i beni confiscati diventano spazi in cui creare lavoro giusto, di qualità, fuori dai circuiti della criminalità organizzata. Non solo per l’impatto positivo sull’economia locale, ma anche per le relazioni che si tessono, per le opportunità individuali e collettive che si ricostruiscono, per i legami di solidarietà e giustizia che si stringono. In una società sempre più atomizzata e frammentata, in cui ci si sente sempre più soli e deboli, ritrovarsi nella collettività, ritrovare spazi di alternativa e riscatto, significa contrastare chi proprio sulla debolezza dei singoli costruisce il proprio sistema di potere. 

Gli episodi più o meno violenti di attacco ai beni confiscati, che siano appartamenti o terreni, sono la conferma di quanto il loro riutilizzo sociale sia un problema per la criminalità organizzata, qualcosa da evitare, da cancellare. E sono per noi una conferma che la strada da percorrere, invece è proprio quella della destinazione sociale dei beni confiscati. In città spesso prive di spazi di aggregazione per i giovani, di luoghi di incontro che non siano necessariamente all’interno di circuiti commerciali, dove conoscersi, organizzarsi, dove fare pratica della solidarietà attraverso il mutualismo, i beni confiscati possono diventare quello che non c’è ancora, quello che ci manca e che vogliamo costruire. Ma non solo: crediamo che sia fondamentale il ruolo che le scuole e le università, e in generale i luoghi della conoscenza, possono rivestire all’interno delle città, ma solo se diventano realmente aperte a tutti, solo se si dotano degli spazi necessari a garantire davvero il diritto allo studio e ad un’istruzione di qualità. Non si tratta solo delle sedi in cui fare lezione, ma anche di studentati, mense, aule studio. Servizi che mancano e dai quali sempre più studenti restano esclusi, come denunciato più volte in merito all’endemica carenza di posti alloggio. Spesso ci viene ripetuto che non c’è niente da fare, che gli spazi non ci sono e che quindi è normale che qualcuno venga escluso, ma sappiamo che non è così. Ci sono decine di spazi abbandonati nei nostri territori, spazi che potrebbero essere restituiti alla collettività, molti di questi sono beni confiscati che da anni non vengono assegnati. Trasformare questi beni in spazi per la residenzialità e per i servizi per le studentesse e gli studenti significherebbe restituire alla comunità questi spazi praticando il ruolo della conoscenza e dei saperi nel contrasto alla mafia, legando a doppio filo la memoria all’impegno, rendendo quello che era spazio di ingiustizia luogo di emancipazione per tutte e tutti.

Altro e altrove, per restare e per lottare

Altro e altrove è lo slogan scelto quest’anno da Libera. Due parole che facciamo nostre: altro è quello che vogliamo costruire, altro rispetto ai ricatti, alle ingiustizie, alla criminalità. Altrove non è un luogo lontano dove andare, ma uno spazio nuovo da liberare, nelle strade che calpestiamo ogni giorno, nelle nostre città, nelle scuole e nelle università.
Un’altra è la storia che vogliamo raccontare, un’altra è la rotta da tracciare. Per puntare verso un futuro diverso, ancora tutto da scrivere.

Ci vediamo il 21 marzo a Palermo! 

 

Vuoi organizzare un’assemblea o un’iniziativa nella tua scuola, nella tua classe o nella tua università verso il 21 marzo?
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