[FOGGIA] Come disinnescare la bomba?

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analisi, proposte e strumenti per disinnescare la bomba della mafia

LE RADICI PROFONDE DEL FENOMENO MAFIOSO

La nascita e la diffusione del fenomeno mafioso nel Mezzogiorno d’Italia e successivamente nel resto del mondo, com’è ormai noto da anni, ha legami fortissimi con le dinamiche politiche dei territori e con le dinamiche produttive tutte particolari: in pratica, un legame fortissimo con quel complesso di fenomeni che chiamiamo “questione meridionale”.
Senza avere la pretesa di riprendere una riflessione molto larga e difficile, ci limiteremo a ripercorrere in poche tappe lo sviluppo della mafia del nostro territorio.
Il territorio di Capitanata presenta, nella seconda metà del ‘900, dinamiche produttive rimaste sostanzialmente ancorate al latifondo. Le lotte contadine, l’organizzazione bracciantile e la nascita del sistema democratico hanno certamente dato un contributo forte verso l’emancipazione del territorio: ciò nonostante, la forte ondata migratoria che ha progressivamente spopolato i centri rurali nella direzione delle città e delle industrie del Nord, associate a scelte politiche decisamente discutibili relative alla costruzione dello Stato sociale, all’espansione dei centri urbani e alla ricostruzione di Foggia ci hanno consegnato un contesto di povertà. La mancata industrializzazione ha poi impedito una concreta crescita occupazionale che interrompesse i flussi migratori. In questo contesto, negli anni 70, vengono alla luce i fenomeni mafiosi che caratterizzano la provincia di Foggia: nasce la Società Foggiana, le faide garganiche si fanno più violente. La Società Foggiana si rivela un notevole esempio di emulazione: ispirata dai camorristi di Cutolo trasferiti nel carcere di Foggia, ottiene poi la benedizione dello stesso Cutolo. Costretta a convivere per anni con i tentacoli di una Sacra Corona Unita in espansione, nel 1986 mostra tutta la sua ferocia eliminando fisicamente i suoi rappresentanti foggiani.
Dopo gli anni 80, tappe fondamentali sono certamente le vittime innocenti come Panunzio, Ciuffreda e Marcone: vittime dell’ampliamento del raggio d’azione della Società, che sembra ormai avere in mano l’intero settore edilizio. Non per nulla la prima vittima, fuori dai regolamenti di conti e dalle dinamiche criminali, è Nicola Ciuffreda, costruttore.
Tra la fine degli anni 90 e fino alla fine degli anni duemila, due guerre di mafia imperversano nelle strade di Foggia, con alti numeri di vittime fra le varie batterie. Come riportano i vari rapporti della DIA, le famiglie si contendono la leadership e il lucro su estorsioni e spaccio, ed hanno infiltrato ormai tutti gli ambiti produttivi. Dal turismo, all’industria, agli appalti pubblici (è notizia degli ultimi mesi, ad esempio, l’interdittiva antimafia alla società che si occupava della riscossione dei tributi nel comune di Foggia e a quella che si occupava dei servizi cimiteriali), passando per l’agricoltura.
Molta politica continua a negare che ci sia la mafia in città, e altri, non comprendendo la portata del fenomeno, parlano ancora di Sacra Corona Unita.
La storia recente ci consegna un quadro che solo faticosamente riesce a immaginare forme di contrasto: il metodo mafioso viene riscontrato nei tribunali solo alla fine degli anni 2000, mentre con le estorsioni, il traffico di droga e di armi (per i garganici), e con legami mai del tutto chiariti con gli apparati politici e istituzionali, le mafie del territorio si mostrano capaci allo stesso tempo di atti di efferata violenza e di grandi traffici molto remunerativi. Con il pizzo si finanzia la struttura organizzativa, di base familiare, e i disoccupati e gli emarginati, nel contesto post crisi, fungono da valido esercito industriale di riserva per le famiglie.
Molto ruolo le mafie del territorio lo assumono in fenomeni quali il traffico di reperti archeologici, il traffico di rifiuti che ha reso alcune zone di capitanata vere e proprie terre dei fuochi, nonché lo sfruttamento del lavoro dei migranti nelle campagne: il tutto con un sottobosco imprenditoriale al confine fra il ricatto e la connivenza. Su queste attività parallele c’è molta giurisprudenza, ma decisamente poca giustizia, nonostante l’attività di costante denuncia delle organizzazioni sociali e dei sindacati. Le relazioni semestrali della DDA mostrano sempre più dettagliatamente il modo di agire della mafia foggiana, garganica e cerignolana sotto vari punti di vista, sottolineandone l’aspetto particolarmente invasivo nei confronti dell’intera ossatura economica del territorio.
Una svolta nelle attività repressive si avrà nel 2017, quando a seguito dell’omicidio dei fratelli Luciani, vittime innocenti di un regolamento di conti tra boss del Gargano: grazie all’impegno di numerosi soggetti, questo caso ottiene una ribalta nazionale, e le istituzioni decidono di scendere in campo. Nel corso degli anni erano state molte le attivazioni di carattere sociale e politico della popolazione: prima per uno studente rimasto ucciso nell’apertura di un pacco bomba, poi con la grande attivazione dei commercianti di Vieste che si organizzano per smettere di pagare il pizzo.
L’attivazione sociale che a partire dal 21 marzo 2018, fino al 10 gennaio 2020 e alla fase di confronto successiva ha interessato la città di Foggia ha contribuito non poco ad accrescere la visibilità nazionale del fenomeno. Sul fronte della repressione, numerose operazioni di polizia hanno di fatto decapitato le mafie del territorio, mettendo le varie consorterie in difficoltà.
Per quanto nella repressione stiamo assistendo senza dubbio ad una svolta senza precedenti, che sta mettendo a dura prova le forze della cosiddetta “Quarta Mafia”, testimoniato oltre che dai molti arresti anche dagli scioglimenti per infiltrazioni mafiose dei consigli comunali di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Cerignola e Manfredonia, il contesto territoriale non è affatto cambiato. La crisi economica ha impoverito ulteriormente il territorio, la stessa presenza di una mafia così violenta e così radicata ha impedito che il tessuto produttivo uscisse dalle vecchie dinamiche, e allo stesso modo le risorse che lo Stato investe finiscono spesso dirottate ad opera delle varie consorterie criminali.

QUALE FUTURO FUORI DAL RICATTO MAFIOSO?

Se non cambia il contesto, resta fertile il terreno in cui la mafia del territorio prolifera. A spese, soprattutto, delle generazioni più giovani.
Un dato importante sulla condizione giovanile nella nostra Regione è proprio quello sulla disoccupazione che arriva al 36,4% tra i ragazzi compresi tra i 18 e i 24 anni, fenomeno aumentato del 18% rispetto solamente a dieci anni fa, mentre l’occupazione femminile si assesta attorno al 30%. A ciò va aggiunto inoltre che l’rpc (reddito pro capite) si aggira intorno ai 16.000 euro, uno dei più bassi in assoluto in tutta Italia. È evidente che queste tragiche condizioni e queste carenze gravissime da un punto di vista politico ed economico portano all’emigrazione giovanile, di cui l’ultimo dato racconta di 1 pugliese su 3 costretto ad autorealizzarsi emigrando. È assolutamente inconcepibile che gli studenti e le studentesse, appena concluso il percorso formativo nelle scuole superiori, si ritrovino costretti ad abbandonare la loro terra e i loro affetti solamente perché non vengono attuate le politiche necessarie per investire nell’istruzione. Purtroppo il fenomeno dell’emigrazione giovanile è una realtà che non riguarda solo i giovani universitari che non riescono a trovare sbocchi lavorativi e culturali nel proprio territorio, ma anche gli stessi studenti delle scuole secondarie di secondo grado che non riescono a concludere il proprio ciclo di studi e si ritrovano a doverlo abbandonare, finendo molto e troppo spesso nel giro della criminalità organizzata, che si presenta come una valida alternativa alla disoccupazione o all’emigrazione.
Perciò alla base vi è una povertà economica, culturale e materiale a cui la politica non è mai riuscita a trovare risposta e che ricade in principio non solo sui lavoratori ma anche sugli studenti e sulle studentesse, che non vogliono riconoscersi in un sistema che li ha rifiutati, che li ha trattati come fossero un problema di seconda mano e che li convince che il miglior modo per risolvere i propri problemi sia andarsene via.

COME DISINNESCARE LA BOMBA?

L’intervento repressivo non basta: la comunità deve essere liberata dai problemi che la affliggono e che permettono alle batterie di fare il bello e cattivo tempo. Né basta che siano le contingenze a decidere i tempi: se il Gargano, con il turismo, è riuscito a crescere anche come tessuto economico e a elaborare risposte sociali come quella di Vieste contro il pizzo, non possiamo attendere che siano nuove congiunture nelle dinamiche economiche a rafforzare la posizione delle vittime. Occorre giustizia sociale, per arginare le diseguaglianze e rafforzare le categorie più soggette a finire sotto lo scacco mafioso.
Investire nella scuola e nell’università, a Foggia come in tutto il territorio nazionale, significa rendere possibile nel concreto il ruolo sociale di queste istituzioni. Garantire processi partecipativi a studentesse e studenti significa contrapporre il protagonismo delle generazioni più giovani alla prevaricazione mafiosa.
E’ quindi quantomeno opportuno iniziare a immaginare politiche sociali che siano capaci di ricondizionare il mondo dell’istruzione per combattere l’abbandono scolastico, fenomeno dal quale le mafie attingono per catturare ragazzi e ragazze che vedono nelle pratiche mafiose e para-mafiose un’immediata fonte di guadagno. Per abbattere la dispersione scolastica è necessario rivalutare il ruolo dell’istituzione scolastica all’interno del territorio, perché smetta di essere impotente e talvolta succube del sistema mafioso ma diventi parte attiva nel combatterlo. Per fare ciò è necessario investire in un accesso al mondo dell’istruzione che sia gratuito e senza barriere, intervenendo tanto sulle situazioni di carattere puramente economico come il comodato d’uso dei libri, la gratuità dei trasporti e ripetizioni gratuite, quanto su un piano di natura più larga come una didattica rinnovata, nella quale si favorisca il dibattito e la solidarietà studentesca, anche per uscire dalla logica divisionista e atomista che caratterizza il nostro sistema economico e sociale.
La scuola quindi non deve piú essere rinchiusa in quelle quattro mura e nelle 5 ore di insegnamento nozionistico, ma assumere il ruolo emancipatorio nei confronti di chi attraversa tale spazio, di abbattimento delle disuguaglianze di qualsiasi tipo e soprattutto luogo di crescita della coscienza degli studenti e delle studentesse.
A 21 anni dall’istituzione dell’Università degli studi di Foggia, questa non può dirsi una città universitaria: occorre rivedere le politiche in questo senso. Gli studenti universitari non possono vivere mondi diversi dentro e fuori l’università, che rischia così di perdere il suo ruolo. L’impegno della nuova amministrazione nella terza missione deve associarsi ad interventi delle istituzioni locali sul fronte degli affitti universitari, dei trasporti, dell’accessibilità della cultura. Questo si può dire rispetto all’università, ma è un discorso generale: l’accessibilità della città vuol dire inclusione, vuol dire superamento attivo delle dinamiche centro-periferia, che su Foggia sono già state ampiamente superate per merito di processi tutto fuorché virtuosi.
Costruire laboratori di giustizia e di legalità nei beni confiscati alle mafie, come Libera fa da sempre grazie alla collaborazione delle amministrazioni locali, significa dare alle comunità nuovi punti di riferimento: su questo, ad esempio, il Comune di Foggia ha mostrato grandi difficoltà.
Elaborare misure di welfare cittadino, individuare strategie partecipate e di ampio respiro sulle politiche sociali, spesso grandi assenti delle campagne elettorali per le elezioni amministrative, significa creare le precondizioni per l’emancipazione del territorio.
Non basta garantire la sacrosanta protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia: bisogna immaginarsi strategie locali e nazionali per strappare dal giogo delle mafie intere fasce della popolazione. La riflessione sul tessuto produttivo della capitanata, sulla crisi del settore primario e sulle prospettive future di investimento deve essere sviluppata nell’interesse dei più deboli. La risposta che l’attivazione del sindacato dei lavoratori ha provato a elaborare con la mobilitazione del 5 dicembre deve essere recepita dalle forze politiche: bisogna fare delle scelte politiche per lo sviluppo di queste territorio nell’ottica di garantire nuovi posti di lavoro, ma sempre nella legalità e nel rispetto dei diritti.
Nella stessa direzione, quella dei diritti e della giustizia sociale deve andare anche il contrasto al lavoro nero e al caporalato, fenomeni che quasi sempre si intrecciano alle dinamiche criminali del territorio: il lavoro con diritti deve essere l’alternativa al ricatto dei mafiosi e all’emigrazione.
La mafia di Capitanata è una questione democratica e sociale: incide sui processi di decisione sulla comunità e sulla vita delle persone. Il suo contrasto può e deve avvenire tramite un lavoro di riaggregazione della comunità, che è compito delle istituzioni ma soprattutto delle forze sociali, che devono acquisire una propria centralità nell’individuazione dei bisogni e nella costruzione di nuovi legami sociali: solo così il potere della mafia sarà disciolto.
Link Foggia
Unione degli Studenti Foggia
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