Che genere di lavoro? Verso lo sciopero di 8 e 9 marzo!

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    Aderiamo all’appello per lo sciopero transfemminista lanciato da Non una di meno per l’8 e il 9 marzo. A questo link si trova l’appello del movimento. Di seguito le nostre ragioni per partecipare alla mobilitazione.

    L’8 e il 9 marzo saremo in sciopero contro la violenza di genere che vive nelle nostre case, nelle strade e nei nostri luoghi di lavoro.  Lo sciopero vuole mettere in discussione sia le dinamiche di violenza tra i generi, sia il sistema economico e culturale che le normalizza.

    Il femminicidio e la violenza domestica sono solo la punta di un iceberg, l’effetto estremo di disuguaglianze e violenze quotidiane che dipendono dalla cultura dominante e dalle condizioni materiali in cui viviamo. Vogliamo evidenziare alcuni aspetti fondamentali del rapporto sociale di sfruttamento tra i generi per chiarire che non scioperiamo per qualche correzione al sistema patriarcale e capitalista, ma per la sua completa sovversione politica.

    In Italia a parità di mansione le donne prendono un salario annuo inferiore di 2700 euro lordi rispetto agli uomini, con una differenza del 10%. Secondo Eurostat siamo al 17° posto su 24 in Europa per il Gender Pay Gap. Tuttavia dobbiamo considerare che rispetto ad altri Paesi che registrano differenze salariali più elevate – come la Germania – l’Italia ha un tasso di occupazione femminile del 53% contro una media europea del 67%: milioni di donne sono escluse dal mercato del lavoro e non rientrano nemmeno nel calcolo della differenza salariale, anche perché largamente sfruttate nel lavoro nero e nell’economia illegale. L’accesso ai consumi – e quindi il livello del salario reale – é un fattore fondamentale di attuazione della libertà: senza denaro non esiste libertà di scelta. 

    La disuguaglianza economica è un aspetto concreto e materiale della sottomissione della donna che ancora permane nella cultura dominante, dove dietro la retorica delle “pari opportunità” è il denaro la vera misura delle libertà individuale. La dipendenza economica dall’uomo è l’altra faccia della medaglia della cultura dello stupro, due aspetti che si intrecciano sul piano culturale e sul piano materiale. Nella battaglia per l’accesso al lavoro e all’autonomia economica siamo alleate con diverse soggettività subalterne e marginali sul piano sociale, dalle migranti alle soggettività trans. La violenza nei loro confronti si basa sulla discriminazione culturale, sulla violenza fisica, e non gli viene garantita l’autonomia economica perché viene imposto il lavoro nero o illegale come unica opportunità per avere un reddito. 

    Se guardiamo meglio al processo che porta a disuguaglianze salariali e di accesso al mondo del lavoro, notiamo altre contraddizioni sociali che rappresentano la violenza sistemica del patriarcato dentro il capitalismo. Le donne hanno salari inferiori perché molto spesso non hanno contratti di lavoro a tempo pieno, bensì sono costrette al part-time molto più degli uomini (1,9 milioni di donne su un totale di 2,8 milioni). Infatti il carico di attività, preoccupazioni e responsabilità che la società e la famiglia accollano alle donne è ben maggiore rispetto all’altro genere: figli, genitori anziani, malati e disabili, la gestione domestica, sono esempi di una enorme quantità di tempo di cura richiesto alle donne e dunque sottratto alla propria attività professionale e al proprio tempo libero. 

    Questo carico di responsabilità sociali sulle spalle delle donne, detto lavoro riproduttivo, è indispensabile al funzionamento della società capitalista: affinché gli uomini possano passare tutto il loro tempo di vita a lavorare per produrre smisuratamente beni di consumo, le donne devono occuparsi di tutte le attività necessarie alla cura della famiglia e della casa. Le lotte contro la segregazione di genere al lavoro riproduttivo hanno portato ad importanti conquiste nel secolo scorso, come gli asili nido pubblici, che hanno permesso la liberazione di tanto tempo di vita delle donne dalla cura dei figli per dedicarlo a sé stesse. Il welfare state è uno strumento importantissimo per liberare dalla disuguaglianza di genere, ma viene sempre più eliminato per lasciare spazio a forme di profitto che ripropongono la subalternità della donna. Con i tagli ai servizi di cura pubblici degli ultimi decenni, sono aumentate le forme di servizio privato alla cura di figli, anziani, etc. Dopo la ritirata dello Stato, oggi viene proposto alle donne di liberarsi del lavoro riproduttivo pagando, fornendo profitti ai privati per avere la propria autonomia, con il paradosso che in questi settori lavorano prevalentemente donne con bassi salari. Il riconoscimento del lavoro riproduttivo non ha infatti portato alla redistribuzione di queste attività tra i generi e all’intervento dello Stato nella garanzia di uguaglianza e liberazione del tempo per tutte e tutti, ma a nuove frontiere dello sfruttamento di genere e di mercificazione. 

    Scioperiamo perché vogliamo liberarci da questa condanna al lavoro riproduttivo: lo Stato deve garantire servizi educativi, di cura, un sistema di welfare complessivo che permetta a tutte e tutti l’uguaglianza nella garanzia dei diritti all’istruzione e alla cura: non accettiamo che per la mancanza di servizi pubblici si faccia profitto sul nostro bisogno di autonomia, come avviene col sistema degli asili nido privati (che hanno un costo di circa 3000 euro annui). Ecco perché i bonus, assegni, e tutti i vari provvedimenti di facciata riguardo asili e servizi di cura sono parte del problema: bisogna finanziare il welfare pubblico, non incentivare il mercato. 

    Allo stesso tempo deve essere unita la parità salariale tra uomini e donne con la redistribuzione dell’orario di lavoro: vogliamo liberarci di parte del tempo di lavoro, ma senza discriminazioni tra donne e uomini. Un esempio concreto è il congedo di maternità e paternità, che deve essere obbligatorio, per un tempo sempre più esteso, senza differenze. Vogliamo lavorare meno e dedicarci di più a noi stesse, ma senza penalizzazioni economiche; e anche gli uomini devono lavorare meno per condividere il lavoro riproduttivo dal quale non sono esonerati per ragioni biologiche.

    Si tratta di una rivoluzione economica contro i meccanismi di mercato dominanti, fondati sullo sfruttamento e in particolare lo sfruttamento delle donne. Tanto nei luoghi di lavoro, quanto nello Stato, bisogna ribaltare completamente i rapporti di potere con scelte radicali per ottenere la piena uguaglianza e libertà di tutte tutti. In questo modo potremo garantire che le opportunità di progresso avvantaggino tutte e tutti e non il profitto di pochi: le innovazioni tecnologiche di questa fase storica rischiano infatti di colpire soprattutto le donne, perché l’automazione e la digitalizzazione tendono a sostituire le mansioni esecutive che oggi vedono la maggior concentrazione di occupazione femminile. Anche grazie al progresso tecnologico si deve invece incentivare la redistribuzione del lavoro, anche tra i generi.

    La disuguaglianza salariale è dovuta anche alla posizione delle donne nella produzione: siamo largamente escluse dai settori più produttivi e innovativi, accediamo perlopiù a mansioni inferiori rispetto agli uomini, la carriera è molto più discontinua. E’ un ulteriore paradosso dato che siamo mediamente più istruite degli uomini. Tuttavia fin da bambine l’educazione dominante nella nostra società, sia in famiglia che nei luoghi della formazione, ci spinge  verso percorsi formativi per occupazioni di servizio – segretaria, impiegata, insegnante di scuola, educatrice, hostess, etc. – e non vi è quasi mai la rappresentazione della donna in posizioni di alto livello nella produzione o nello sviluppo tecnologico. Piuttosto il nostro corpo viene utilizzato come strumento di profitto con umiliazioni ancor più pesanti rispetto agli uomini, con l’imposizione di criteri estetici e comportamenti servizievoli che riportano nel luogo di lavoro la figura della donna come oggetto sessuale a disposizione del maschio, dominante nella società. Scioperiamo contro questa cultura retrograda che ha effetti sulle nostre condizioni materiali, perché la società deve riconoscere la possibilità e il diritto di tutte e tutti a lavorare in qualsiasi ambito a seconda delle proprie capacità e passioni, abolendo questi stereotipi di genere e in particolare la richiesta di prestazioni lavorative sessiste e umilianti.

    L’8 e 9 marzo quindi scioperiamo perché ci sono ingiustizie materiali da abbattere, ma anche perché vogliamo manifestare pubblicamente la nostra idea autonoma su cosa vogliamo fare e su quale ruolo vogliamo occupare nella società: è uno sciopero politico perché rivendichiamo il potere di cambiare la società e la cultura secondo i nostri bisogni e le nostre aspettative. Non si tratta solo di correggere la distribuzione del lavoro e della ricchezza, ma anche di superare l’idea dominante dei generi che è collegato a queste ingiustizie materiali. Questo sistema verrà spazzato via dalla nostra marea.

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