Venti di guerra? Invertiamo la rotta!

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    Il 3 gennaio il mondo si è svegliato con gli occhi sull’Iraq: con un raid aereo gli Stati Uniti avevano ucciso Qasem Soleimani, il generale conservatore delle milizie sciite iraniane, fulcro dell’Influenza dell’Iran in Iraq e nemico giurato degli Americani. Un’operazione bellica portata avanti da Trump senza il parere del Congresso e che ha rischiato di dare luogo ad un’escalation che avrebbe avuto effetti disastrosi. Se questa possibilità sembra forse essersi ridimensionata, questo non significa che la guerra non continui ad essere una minaccia per tutte e tutti. E soprattutto, deve spingerci a riconoscere la necessità di una presa di parola forte, di una mobilitazione di massa, popolare, che sappia connettere i popoli in lotta in ogni parte del globo per scrivere un’altra storia, per costruire un altro futuro.

     

    USA e Iran: come siamo arrivati a questo punto?

    [vai in fondo all’articolo per un focus storico approfondito!]

    Le tensioni tra USA e Iran vengono da lontano: è il 1979, lo scià (riportato sul trono grazie all’intervento di Stati Uniti e Regno Unito) è appena stato deposto e l’Ayatollah Khomeyni, dopo 16 anni di esilio, è al potere. Pochi mesi dopo si verifica la prima grande crisi tra i due Paesi: lo scià si trova negli Stati Uniti, la cui ambasciata a Teheran viene occupata da alcune centinaia di studenti che prenderanno in ostaggio 52 funzionari. Proprio quei 52 citati da Trump in uno dei suoi recenti tweet, uno tra i più pesanti, in cui minacciava la distruzione di 52 siti culturali in Iran. Gli ostaggi verranno liberati dopo 14 mesi, ma questo non determinò la fine delle tensioni, né tantomeno il ritiro degli Stati Uniti dall’area.

    Nei rapporti tra i due Paesi, un ruolo centrale è stato rivestito dal nucleare, come denota anche una delle battaglie campali di Trump, quella contro l’accordo sul nucleare iraniano. Siglato nel 2015 dal governo Obama, tale accordo prevedeva la rimozione delle sanzioni internazionali nei confronti dell’Iran a fronte dell’interruzione dei programmi di armamento nucleare. Perfettamente coerente con la politica estera di Obama, ben distante dalla fine dell’influenza statunitense sull’area, e anzi ennesimo tentativo di affermazione del ruolo di arbitraggio internazionale nordamericano, l’accordo del 2015 (JCPOA) rappresentò uno dei punti cardine della seconda presidenza Obama. E come molti di questi, fu subito attaccato da Trump dopo l’insediamento. Il ritiro degli USA dall’accordo fu annunciato nel 2018: una scelta presa anche sotto le pressioni dell’Arabia Saudita, storico partner statunitense nell’area. L’escalation iraniano-saudita della seconda parte del 2019 (seguita all’attacco di alcune petroliere saudite nel golfo dell’Oman) ha visto infatti gli Stati Uniti di Trump schierarsi prontamente con i sauditi, accodandosi (senza prove) all’attribuzione dell’attacco all’Iran sciita al fianco dell’alleato, leader del “blocco sunnita”. 

    Si tratta di una tra le tante dimostrazioni di ostilità del Tycoon nei confronti dell’Iran: nonostante l’approccio isolazionistico e gli annunci di disimpegno americano in Medio Oriente, gli Stati Uniti, in particolar modo nell’ultima parte della presidenza Trump, hanno continuato a consolidare i rapporti con gli alleati mediorientali Arabia Saudita e Israele, non esimendosi dall’invio di nuovi contingenti nell’area. L’escalation di gennaio si inserisce dunque in una conflittualità di ben più lungo corso: dal ritiro dell’accordo sul nucleare, al ripristino delle sanzioni interrotte dal JCPOA, dalle accuse non provate degli episodi citati alla dichiarazione (anch’essa prima di prove), per bocca del vice presidente Mike Pence, di un coinvolgimento dell’Iran e di Soleimani negli attacchi dell’11 settembre. 

     

    Dalla primavera araba alle mobilitazioni studentesche dei giorni nostri: cosa sta succedendo? 

    Della primavera araba, l’ondata di moti popolari e rivoluzionari dell’ultimo decennio avvenuti in una serie di paesi del medioriente e il nordafrica, si è parlato ben poco in relazione al contesa USA-Iran. Eppure le motivazioni alla base del conflitto affondano radici nelle mobilitazioni avvenute in quei territori. La protesta scattata nel 2011 in molteplici paesi ha determinato profondi cambiamenti nel governo territori e nuovi pezzi di potere, provando però a mettere in luce il predatorio sfruttamento da parte delle potenze mondiali di quei territori (in un contesto di crisi economica mondiale ma anche di protesta non solo nei paesi orientali). Le mobilitazioni però sono state pacificate spesso nel sangue e l’istituzione di nuovi regimi dittatoriali è stato all’ordine del giorno. Il caso dell’Iraq rimane in parte simile, ma chiarisce maggiormente le motivazioni alla base anche del conflitto in Iran. L’invasione da parte degli Usa nel territorio iracheno fa parte di un preciso disegno di spartizione delle risorse energetiche. Si sono moltiplicate negli ultimi anni i focolai di guerra nei principali centri energetici del Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq stesso arrivando alla Libia, da parte delle grandi potenze mondiali per accaparrarsi fonti sostitutive del petrolio (pensiamo al metano).Strumentalmente con il nuovo conflitto bellico l’Iraq ritorna campo di battaglia, ma al di là di ciò che racconta la stampa mainstream la mobilitazione popolare nelle piazze ha caratteristiche tutte nuove. 

    BAGHDAD, IRAQ – NOVEMBER 24 (Photo by Erin Trieb/Getty Images)

    Sono infatti ormai mesi che studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici protestano contro l’annoso governo instaurato a seguito dell’invasione statunitense, ponendo al centro l’impoverimento dilagante dei cittadini e la repressione dello stato. Le proteste hanno riempito le piazze di un paese con un’importante composizione giovanile (il 60% della popolazione ha meno di 25 anni)  ancor prima che esplodesse la contesa fra Iran e Usa, ma i mezzi di comunicazione hanno oscurato questa mobilitazione spesso repressa anche nel sangue (sono almeno 500 i protestanti morti al momento). Una ruolo centrale l’hanno avuto le scuole e le università, come luogo per organizzare la protesta (sempre di carattere pacifico) e discutere delle rivendicazioni, accostando i social come spazi di comunicazione e organizzazione del movimento. C’è una nuova identità irachena che emerge da queste piazze, non schiacciate su una retorica semplicemente anti americana o anti iraniana, ma come moto per la libertà e l’emancipazione del territorio dopo anni di oppressione. È proprio questo che maggiormente connette queste proteste ai moti arabi, una battaglia dal basso per cambiare le condizioni materiali proprio di quei territori.

     

    Fuori la guerra da questo presente, fuori la guerra dal nostro futuro

    Anche in Occidente a seguito dell’attacco statunitense alle basi iraniane moltissime sono state le proteste antimilitariste, e nel nostro paese la Rete per la Pace ha chiamato alla mobilitazione per la pace il disarmo immediato il prossimo 25 Gennaio, in contemporanea con decine di Paesi in tutto il mondo.

    Sono passati quasi vent’anni dalle grandi piazze contro la guerra in Iraq che videro milioni di persone mobilitarsi in tutto il mondo, e oggi è sicuramente prematuro rintracciare un nuovo movimento di quel tipo nelle prime manifestazioni per la pace che dall’inizio dell’anno si stanno diffondendo a partire dagli Stati Uniti. Ciononostante, e forse a maggior ragione, resta centrale oggi non farsi travolgere dalla velocità della cronaca, che dopo i primi dieci giorni dell’anno sembra aver già cancellato la parola guerra dal dibattito. 

    Gli ultimi mesi del 2019 sono stati caratterizzati da continue occasioni di spostamento dell’attenzione internazionale sul Medio Oriente e sul ruolo statunitense nell’area, a partire dal ritiro delle truppe al confine turco-siriano con conseguente invasione turca del Rojava, passando per l’ambiguità nel conflitto libico fino ad arrivare all’escalation iraniana già citata. Ma anche mentre la stampa occidentale è distratta, il Medio Oriente resta un campo di battaglia, puntellato da armi provenienti proprio dall’Europa, utili a combattere conflitti per il controllo di territori e risorse energetiche, le stesse risorse in virtù delle quali quelle che furono le grandi potenze europee e occidentali hanno diffuso nel corso dei decenni i semi della guerra. 

    Con l’Arabia Saudita in pole position, seguita da Qatar, Algeria, Marocco, India, oltre che Turchia, Egitto e Emirati Arabi Uniti  (a loro volta responsabili, questi ultimi, del rifornimento bellico della Libia, sottoposta a embargo internazionale sulle armi), l’Europa esporta armi proprio verso quei Paesi di cui poi si trova a discutere nei vertici internazionali. E il nostro Paese non è affatto da meno: abbiamo già denunciato, in occasione dell’invasione di Erdogan in Siria del nord, la mole di prodotti bellici venduti al governo di Ankara con forniture militari per 890 milioni di euro e materiale di armamento per 463 milioni di euro.E sono italiane le bombe che hanno massacrato la popolazione yemenita. 

    L’export di armi continua ad essere un capitolo importante nell’economia del nostro Paese: per questo non ci basta opporci a una piuttosto che ad un’altra guerra, ma riteniamo imprescindibile e urgente una mobilitazione generale che imponga un decisivo cambio di sistema. A partire da una condizione fondamentale: la guerra non è compatibile con la nostra idea di futuro. Non sono compatibili perché crediamo che debbano essere la cooperazione e l’autodeterminazione dei popoli la chiave per uno sviluppo equo, non lo sono perché mentre si spendono miliardi di euro in armi non si finanziano istruzione, ricerca, welfare; non sono compatibili perché la storia del mondo fino ad ora è stata raccontata come la storia delle guerre e di chi quelle guerre le ha vinte, e invece crediamo sia arrivato il momento di raccontarla in un modo tutto nuovo, ridando parola ai popoli, agli oppressi, a chi ha sparso il sangue in guerre che non ha mai voluto, a chi ha dato la vita lottando per un mondo migliore, più giusto, per tutti.

    Che ruolo hanno in tutto questo le scuole e le università?

    Ancora oggi a partire dai programmi di scuola e dall’attività formativa non si trasmette una lettura critica dei conflitti bellici, è sempre più facile parlare di chi si contende cosa piuttosto che dei territori e dei popoli subiscono la guerra sulla propria pelle. Mentre in molti paesi occidentali, primo fra tutti gli USA ma anche il nostro paese non scherza, la cultura e l’accessibilità alle armi viene sempre più semplificata e dipinta come una risposta alla criminalità e alla mancanza di sicurezza. A partire da questo modello Trump come Salvini provano a giustificare anche le guerre come necessarie. Pensiamo che proprio a partire dai banchi di scuola sia necessario capovolgere questo modello, individuando l’incompatibilità della guerra con un modello di futuro più giusto ed equo. 

    E mentre in tutto il mondo ormai da mesi gli studenti e le studentesse si mobilitano per evidenziare il totale disinteresse da parte dei potenti del mondo per la questione ambientale e la sua urgenza, le potenze mondiali continuano a sfruttare indisturbatamente i territori a discapito dell’uguaglianza sociale richiesta nelle piazze (sottovalutando che scatenare guerre non salverà il pianeta dal collasso energetico). Non chiediamo quindi il semplice disarmo: riconosciamo invece una connessione fra le battaglie che i giovani stanno affrontando in tutto il globo (da quella contro il cambiamento climatico fino ad arrivare alla lotta contro le dittature militari in Sud America) e crediamo sia necessario che tanto gli USA quanto gli altri paesi del mondo riconoscano che sono ben altre le priorità di investimento per i governi di tutto il mondo, a partire dai diritti sociali nei paesi del medioriente come gli investimenti in Istruzione e Welfare per i paesi occidentali. 

    Mettendo al centro le storie e le condizioni dei popoli in lotta, discutiamone in scuole e università provando a raccontare dai luoghi della formazione un modello di società diverso lontano dal pianeta delle guerre e del capitalismo predatorio: parlarne per comprendere e prendere posizione contro i conflitti bellici, ma anche mobilitarsi per trasformare la realtà e mettere pressione alle istituzioni. Anche nel nostro paese la posizione da parte degli studenti e le studentesse deve essere netta, di rifiuto di ogni di militarismo e la necessità di spostare subito i fondi bellici in altri capitoli di spesa: l’Istruzione, il lavoro e la riconversione ecologica.

     

     

    E tu vorresti attivarti? Scendi in piazza il 25 Gennaio e contattaci per mobilitarti nella tua scuola/università! 

     

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    FOCUS STORICO MEDIO ORIENTE

    “Le rivoluzioni non si esportano. Le rivoluzioni nascono in seno ai popoli.”

    E’ il 26 Settembre 1894, ci troviamo in Francia. Il controspionaggio francese è venuto a sapere che un Ufficiale di stato maggiore ha rivelato delle informazioni di vitale importanza all’acerrima nemica Prussia. Il contesto infatti è particolare: sono gli anni immediatamente successivi alla fine della guerra franco-prussiana, con la vittoria di quest’ultima ottenuta grazie alla riuscita invasione nel territorio francese e alla caduta della Comune di Parigi.

    L’aria è politicamente irrespirabile e spira un forte vento nazionalista e antisemita; questo è il motivo per il quale ad aver tradito la patria può essere solo l’unico ufficiale di stato maggiore ebreo: Alfred Dreyfus. Il caso spacca la comunità intellettuale e giornalistica nazionale dalla quale emergerà la teoria di Herzl: gli ebrei hanno bisogno di uno stato in cui l’antisemitismo sia assente per definizione, fatto di confini nazionali e prodotto interno lordo. Se è vero che questo dibattito scompare dai giornali locali per via dell’affermazione di nazionalismo e antisemitismo in tutto il territorio europeo, dalle democrazie inglesi e francesi alle dittature fasciste di Italia, Spagna e Germania è ovviamente altrettanto vero che la questione riemerge con la fine della seconda guerra mondiale che porta con se oltre 6 milioni di morti di cittadini ebrei per mano dell’asse nei campi di concentramento.
    E’ Il 1948 e la comunità internazionale è pronta a consegnare agli Ebrei la Patria tanto desiderata, senza aver fatto i conti con le popolazioni che in oltre mille anni hanno affondato le loro radici nella “terra santa”. 

    Nel 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite il 29 novembre approvò la Risoluzione dell’Assemblea Generale n. 181, con 33 voti a favore, 13 contro e 10 astenuti, che prevedeva la creazione di uno Stato ebraico (sul 56,4% del territorio e con una popolazione di 500 000 ebrei e 400 000 arabi) e di uno Stato arabo (sul 42,8% del territorio e con una popolazione di 800 000 arabi e 10 000 ebrei). La città di Gerusalemme e i suoi dintorni, con i luoghi santi alle tre religioni monoteiste, sarebbero dovuti diventare una zona separata sotto l’amministrazione dell’ONU.

    Il 14 maggio 1948 viene dichiarata la nascita dello Stato di Israele e appena 24 ore dopo Egitto, Siria, Libano,Iraq dichiarano una guerra che perderanno rapidamente ridefinendo i confini del Medioriente: la striscia di Gaza fu occupata dall’egitto e la Galilea fu annessa a Israele: 700 mila furono i profughi palestinesi e 900 mila furono gli ebrei espulsi dagli stati arabi confinanti.

    Come mai gli stati arabi non accettarono fin dall’inizio l’istituzione dello stato ebraico?

    Il Medioriente da sempre è stato terra di conquista imperialista da parte delle forze europee che si giocavano l’egemonia, in particolare Francia e Inghilterra. 

    Durante la prima guerra mondiale infatti, le due superpotenze europee convinsero le popolazioni locali a ribellarsi contro l’Impero Ottomano, promettendo un grande stato che unisse tutte le popolazioni arabe: dall’Africa del Nord fino alla Turchia: era il 1910.
    Francia e Inghilterra, una volta vinta la Prima Guerra Mondiale e distrutto l’Impero Ottomano crearono degli Stati affidati alle compagnie petrolifere più importante dell’epoca: le sette sorelle. 

    Con la rivoluzione d’Ottobre compiuta in Russia e con la fine della WWII si apre una grande stagione di battaglia politica anche in Medioriente; nasce la Baath (1947), ideologia che raccoglieva l’idea della Grande Arabia sotto la bandiera rossa delle riforme (da subito distante dal marxismo e dai soviet) e il laicismo di Stato: Hafez al-Assad (padre di Bashar) per la Syria, Gheddafi per la Libia e altri in Giordania e Iraq. Era il primo partito panarabo della storia, portò avanti nazionalizzazioni dei settori produttivi ed estrattivi, modernizzazione dello stato e allo stesso tempo una torsione antidemocratica per tenere a bada gli estremismi religiosi e i tentativi di rovesciamento compiuti da alcuni membri delle Nazioni Unite, in primis USA, poiché questi Stati, così strategici, vedevano un’alleanza strutturale con L’Unione Sovietica durante la guerra fredda. Nel 1966 Ci fu una lacerante scissione nel partito: emerse la Baath Siriana (vicina al socialismo arabo) e la Baath Iraquena (vicina al neo-fascismo). Questa rivalità fu così forte che la Syria appoggiò l’Iran nella guerra contro L’Iraq nella I guerra del Golfo Persico.
    Come si può ben capire, gli stati nati dalla fine del colonialismo inglese e francese erano determinati ad affermare la loro legittimità ad esistere in quei territori e non potevano accettare che dall’alto della protezione degli USA e dell NATO venisse creato, nel territorio più strategico del Medioriente, lo stato D’Israele.

    Saranno quattro alla fine le guerre arabo-israeliane. Nella terza, detta “guerra dei sei giorni”, la coalizione araba venne sbaragliata e i confini dello Stato d’Israele si definirono con degli ampliamenti colossali, che videro passare lo Stato D’Israele da 20mila a 100mila kilometri quadrati.
    Nella quarta la coalizione araba riuscì a strappare dei territori strategici come le zone del Sinai ma l’intervento di USA e URSS impose il “cessate il fuoco. Siamo nel 1973.

    Iraq,Iran e Arabia Saudita sono in assoluto le tre potenze petrolifere del Medio Oriente. Le prime due nel ‘900 assumono una forte centralità che le porterà allo scontro ripetute volte. 

    Il 1979 è sicuramente l’anno di svolta per i due paesi.

    In Iran, dopo 2500 anni, cade la monarchia, nonostante l’appoggio che aveva dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra. Dopo una sanguinosa guerra civile si instaura una repubblica islamica (come Afghanistan,Pakistan e Mauritania) sciita con una costituzione letteralmente ispirata alla sharia. La rivoluzione fu guidata da gruppi marxisti (Fiddayin) e nazionalisti islamici (mujaheddi). Questi ultimi trassero poi le fila del post-rivoluzione. Potere esecutivo e legislativo sono cariche espresse dalla volontà popolare (Presidente e Parlamento); il vero potere però è quello degli organi religiosi non elettivi, i quali devono controllare che le scelte politiche siano conformi ai principi del Corano. Gli anni post-rivoluzione sono stati caratterizzati, oltre che da nazionalizzazioni e islamizzazione dello stato, anche e sopratutto di politica anti-occidentalista con la messa al bando delle tradizioni non conformi alla forma dello stato.

    In Iraq dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale non si riescono a contare i colpi di stato tra nazionalisti filo-antlantisti e socialisti panarabi. La stabilità verrà raggiunta nel 1968 con la stabilizzazione della Baath Iraquena. Vi fu un periodo di forte crescita nel Paese, dovuto alle rendite della nazionalizzazione del petrolio nazionale, con il quale il Paese investì in istruzione, sviluppo e modernizzazione generale del Paese.

     

    Nel 1979 cambia la musica in Iraq. Sale al potere Saddam Hussein, parente del Presidente morto al-Bakre fedele soldato della Baath. Si abbandonerà presto la teoria socialista e panaraba con forti richiami al nazionalismo e all’islamismo.

     

    Iraq e Iran si trovano ad essere le principali potenze del Medioriente e, per questo, vanno subito allo scontro per dei grossi giacimenti petroliferi sulla terra di confine tra i due Stati.

    La guerra dura dal 1980 al 1988 con un nulla di fatto, nonostante l’appoggio di tutta la comunità internazionale sull’Iraq: una grande dimostrazione di forza per la repubblica iraniana.

     

    Negli anni immediatamente successivi l’opinione della comunità internazionale su Saddam cambia radicalmente. Il Presidente dell’Iraq infatti si macchia di crimini atroci sulla comunità curda irachena, accusata di tradimento durante la guerra Iran-Iraq.

     

    Nel 1990 inoltre, L’Iraq invade e annette Il Kwait, diventando così la principale forza estrattrice di petrolio al mondo (oltre il 20%). Un’invasione inammissibile per le Nazioni Unite, che scatenano così la “Prima guerra del Golfo”, capitanata dagli USA, che respingerà Hussein fino alla capitale Baghdad, senza invaderla. Inizia così l’isolazionismo Iracheno che durerà fino all’uccisione di Hussein. Durante tutto il decennio e fino all’11 settembre 2001 saranno diversi gli scontri diplomatici tra Iraq e comunità internazionale a causa dei ripetuti rifiuti del pagamento di sanzioni economiche dovuto all’espulsione di agenti ONU sulle ispezioni legate all’utilizzo del nucleare nella nazione.

    L’11 Settembre, le torri gemelle, tutto cambia. Il regime di Hussein è accusato in diretta mondiale da Bush di collaborare  su armamenti nucleari con i terroristi di Al-Quaida, responsabili dell’attentato terroristico. E’ iniziata la seconda guerra del golfo e terminerà con la vittoria schiacciante di USA e alleati e con la deposizione del regime. Siamo nel 2003.

     Le armi di distruzione di massa irachene non verranno mai trovate.

    Nel 2011, una volta consolidato il governo filo-americano, tutti i contingenti stranieri saranno ritirati dall’Iraq. Lo stesso anno scoppierà la primavera araba in tutti i paesi dal Nord Africa al Medioriente, la guerra civile siriana e la proclamazione del Daesh (sedicente stato islamico).

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