Ragionevole durata dei processi: il problema non è la prescrizione!

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Con l’entrata in vigore della riforma della prescrizione del ministro Bonafede, è tornato in auge l’annoso dibattito sulla “ragionevole durata dei processi”.

La prescrizione è sicuramente uno degli istituti di garanzia fondamentali di un processo che possa dirsi equo: il decorrere del tempo infatti rende meno pressante la necessità sociale di punire da parte dello Stato e, al contempo, è del tutto ingiusto per un cittadino di uno Stato democratico potersi sentire minacciato, anche ad anni di distanza dal compimento di un certo fatto, dalla spada di Damocle della giustizia. Essere penalmente perseguibili anche ad anni, decenni di distanza, significherebbe infatti essere esposti al rischio che nuove circostanze, nate nel mentre e quindi assenti al tempo della commissione del fatto, magari di natura politica, possano influenzare quello che è un giudizio sì terzo ed imparziale, ma anche storicamente contestualizzato, e farlo diventare una vera e propria arma nelle mani dello Stato nei confronti del singolo. La contestualizzazione storica del giudizio penale risponde infatti alla concreta esigenza che la pena abbia anche, e soprattutto, un fine rieducativo, così che il condannato possa reinserirsi nel tessuto sociale da cui il reato l’aveva momentaneamente emarginato (questa, almeno, la lettura costituzionale della funzione sanzionatoria dello Stato). Risulta quindi evidente che tale istituto vada strenuamente difeso, nonostante sia da anni oggetto delle più aspre critiche, poiché è uno dei baluardi del processo penale proprio di uno Stato democratico.

È  chiaro che la necessità di modificare le regole sulla prescrizione nasce da un clima e un atteggiamento definito dagli studiosi  “populismo penale” tuttavia, la prescrizione non c’entra nulla col diritto ad un processo dalla ragionevole durata.

O meglio, è senza dubbio uno degli strumenti che può aiutare a soddisfare questo diritto. Al momento attuale però ci si dimentica di porre l’attenzione su quello che è il vero principale problema, che porta le vicende giudiziarie a trascinarsi per anni e che viene costantemente ignorato, colpevolmente sottaciuto, subdolamente accantonato dal dibattito politico: l’endemica carenza di organico nell’amministrazione giudiziaria.

Per cercare di risolvere seriamente il problema dei processi senza fine, il Governo deve bandire nuovi concorsi per magistrat*, cancellier*, e gli altri funzionari giudiziari, unico provvedimento che potrebbe realmente portare i processi ad avere una durata davvero ragionevole ed un processo veramente giusto. Le forze di Governo, che tanto millantano un nuovo approccio di Governo, basato su una visione programmatica condivisa volta ad una reale risoluzione dei problemi del paese, hanno il dovere di sbloccare in massa le assunzioni in questo settore e occuparsi seriamente di quella che è una vera e propria piaga che affligge non solo lo Stato, ma la società stessa e vede l’Italia oggetto di svariate condanna ad opera della CEDU.

Bonafede, basta retorica, vogliamo soluzioni!

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