Decreto Clima: dalla montagna, un moscerino

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Il Decreto clima è stato approvato in via definitiva dalle Camere, segnando il primo vero provvedimento del Governo sull’emergenza climatica. Tuttavia dietro i grandi annunci del Ministro Costa e del premier Conte, dobbiamo notare che non esiste alcuna grande svolta verde in questo testo, così come non l’abbiamo vista nella Legge di Stabilità. 

Il ruolo della conoscenza

Nel decreto viene prevista l’istituzione dell’educazione allo sviluppo sostenibile nelle scuole di ogni ordine e grado, all’interno delle ore curriculari destinate all’educazione civica. Si tratta di una sperimentazione all’avanguardia a livello mondiale, perché sarebbe la prima volta in cui lo sviluppo sostenibile e la transizione ecologica divengono una priorità nell’offerta didattica. Ma siamo davvero sicuri che per cambiare questo sistema insostenibile sia sufficiente una nuova disciplina, per altro con poco spazio nel programma didattico complessivo? La vera rivoluzione dell’insegnamento di cui abbiamo bisogno passa dalla revisione di tutti i programmi didattici per ogni disciplina, inserendo in ciascuno i nessi che ha il pensiero critico in ambito umanistico per cambiare i valori, la cultura e i rapporti sociali fondati sul consumismo e lo sfruttamento esasperato delle persone e dei territori. Così come in ambito scientifico l’obiettivo generale del cambio di sistema deve portare a rendere marginali gli insegnamenti sui modelli basati sui combustibili fossili e il consumo illimitato di merci, orientando tutto l’insegnamento scientifico verso modelli alternativi di produzione energetica, utilizzo delle materie prime e complessivamente verso un’economia circolare. Proprio con questo obiettivo interdisciplinare possiamo superare la frammentazione della conoscenza in piccoli pacchetti disciplinari slegati da un grande progetto di progresso sociale che può emergere dai luoghi della formazione, dalla scuola e dall’università. Questa transizione interdisciplinare deve guardare anche ai bisogni dei nostri territori, considerando quali possono essere gli obiettivi di sviluppo sostenibile, sul piano culturale e materiale, che ci permettano di avere un futuro migliore nelle nostre città: in sostanza ciò che impariamo a scuola e all’università ci deve servire a restare nei nostri territori con la sicurezza del diritto alla salute e al lavoro, alla cultura e al welfare.
Inoltre questa misura si dimostra pura propaganda guardando alle risorse stanziate: solo due milioni all’anno, cifra probabilmente insufficiente a pagare le forniture di carta igienica annuali in ogni scuola del Paese. Per cambiare realmente la didattica e cambiare il mondo dalle scuole, occorrono molti più investimenti: per garantire realmente l’accesso gratuito alle scuole e all’università per tutti gli studenti; ma anche per dare strumenti reali per imparare in un sistema scolastico privo di risorse pubbliche sufficienti. Insieme all’istruzione è necessario finanziare la ricerca pubblica, oggi troppo dipendente da finanziatori privati che hanno attività produttive basate sul consumo di combustibili fossili. Con il piano che abbiamo presentato al Governo l’anno scorso e rilanciato quest’anno con la nuova maggioranza parlamentare, si potrebbe davvero investire sulla conoscenza, facendo pagare il conto a chi si arricchisce su questo sistema e devasta l’ambiente.

Il diritto alla mobilità pubblica e sostenibile

Un quinto delle emissioni climalteranti d’Europa deriva dai mezzi di trasporto, motivo per cui è centrale intervenire sulla transizione verso la mobilità elettrica nel più breve tempo possibile. Immaginiamo di cogliere la sfida della transizione ecologica per avere un futuro in cui possiamo muoverci liberamente e senza inquinare, andar via e tornare facilmente sui nostri territori, spostarci per cogliere tutte le opportunità che desideriamo. Su questo tema il Decreto contiene piccoli provvedimenti che vanno nella direzione sbagliata. In occasione degli ultimi scioperi globali e quando abbiamo sostenuto gli scioperi delle e degli operai metalmeccanici abbiamo rivendicato il diritto al trasporto pubblico elettrico, perché continuare ad avere un modello di mobilità fondato sul mezzo privato comporta un’enorme spreco di risorse naturali e finanziarie. Inoltre muoversi nello spazio cittadino, per andare al lavoro, a scuola, dal medico, al cinema o al teatro é un diritto di tutte e tutti, non solo di chi può permettersi modelli innovativi di automobili. Il Decreto clima invece che lanciare un grande piano per la mobilità sostenibile rivolto a tutti, prevede incentivi per chi rottama automobili inquinanti, destinati ad acquistare abbonamenti per il trasporto pubblico o per carsharing. Il finanziamento previsto è di 70 milioni, una cifra irrisoria perché saranno pochissimi i beneficiari. La scelta radicale di cui abbiamo bisogno è la garanzia del trasporto pubblico gratuito per tutti i cittadini, in modo da liberarci dal bisogno del mezzo privato, oltre che per riconoscere che nelle città del futuro la mobilità è un diritto fondamentale per la persona e per contrastare la devastazione ambientale. Si tratta di un progetto che ci permetterebbe di sviluppare nuove filiere produttive verso l’eco-sostenibilità, garantendo posti di lavoro di qualità che corrispondano a ciò che vogliamo studiare. Oltre alla gratuità del servizio servono infatti massicci investimenti sulle infrastrutture di trasporto, in particolare le piccole opere che collegano le periferie e le aree interne ai grandi centri urbani. Siamo un Paese talmente diseguale che in Lombardia ogni giorno circolano più treni che in tutto il Meridione d’Italia. Questa vergogna non viene affrontata dal Governo, che nel DL Fisco discusso alle Camere in questi giorni prevede un taglio di 460 milioni ai trasferimenti statali a Ferrovie dello Stato. Dietro la retorica del bonus mobilità e degli spiccioli (10 milioni) stanziati per gli scuolabus elettrici, ci sono ennesimi passi indietro per il progresso del sistema di mobilità del Paese. 

Queste piccole misure e il piano annunciato dalla Commissione Europea come Green New Deal europeo – in cui rimangono pesanti insufficienze per fermare la catastrofe climatica – sono il risultato dei quattro scioperi globali del movimento studentesco internazionale. Dopo decenni di allarmi della comunità scientifica caduti nel vuoto, finalmente abbiamo costretto la classe dirigente mondiale ai primi passi in avanti. Non basta: siamo assolutamente lontani dalle soluzioni che garantiscono la giustizia climatica, ma se continueremo a mobilitarci e rilanciare proposte radicali potremo ottenere sempre di più. Non c’è più tempo, è ora che decidiamo noi.

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