Saremo rivolta! ♀ Scuole e università in piazza il 23 novembre ♀

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Saremo rivolta!

Il 23 novembre saremo in piazza a Roma per la manifestazione nazionale contro la violenza di genere e dei generi lanciata in Italia da Non una di meno.

Vuoi partecipare al corteo? Contattaci per metterti in contatto con le studentesse e gli studenti della tua città! 

Un mondo in rivolta

Negli ultimi mesi sono tante le notizie che arrivano da ogni parte del mondo, che ci danno un quadro di una crisi sistemica delle strutture socio-economiche così come le conosciamo. Dal Rojava alla Polonia, dal Cile all’Amazzonia la prospettiva femminista sta assumendo un ruolo centrale. In un’intervista sul golpe in Bolivia, Adriana Guzmán, che non esita a definirlo profondamente patriarcale, lancia un appello alle sorelle e alle compagne di tutto il mondo per denunciare quello che sta accadendo e chiamare le cose col proprio nome, e per interrogarci da femministe su quello che si muove nel mondo.  Ha preso un respiro transnazionale l’idea che non si possa mettere in dubbio i potenti e il sistema economico, senza considerare un critica strutturale alla violenza di genere che si moltiplica da nord al sud del mondo. Il mondo è in rivolta, noi saremo rivolta.

Amazzonia

Da sempre i Paesi occidentali hanno depredato il Brasile di tutte le sue risorse naturali, assoggettando con la forza le popolazioni indigene. In questi territori emergono tutti i collegamenti tra la questione di genere, la giustizia sociale, la questione ambientale e le disuguaglianze economiche: le grandi multinazionali, con il solo obiettivo di poter utilizzare quanto più terreno possibile per le coltivazioni intensive e dannose per l’ecosistema, non si fanno nessuno scrupolo nell’indebolire le popolazioni locali che su quelle terre basano la loro esistenza, con la piena accondiscendenza della classe politica corrotta. Impoverire i nativi significa anche poter avere manodopera a bassissimo costo: un’operazione molto più facile se si colpiscono, all’interno di quella popolazione già esposta, le fasce più fragili. Per questo motivo, le decisioni prese per fare gli interessi dei pochi ricchi e delle multinazionali sono decisioni che colpiscono in maniera durissima le donne. Il governo di Bolsonaro (iniziato nel gennaio 2019) e l’ultima ondata di violenza che ha attraversato il Brasile è riuscita a bucare la bolla mediatica internazionale: ora tutto il mondo sa che l’Amazzonia brucia e cosa sta succedendo.

Ma come abbiamo detto, non si tratta di semplici incendi: dietro quei roghi per cui abbiamo protestato in tutta Italia, esiste tutto un piano di violenza verso le donne indigene che lottano per il diritto alla terra, al lavoro, all’istruzione, alla salute. Il 9 agosto, le donne indigene dell’APIB (Articolazione della Popolazione Indigena Brasiliana) sono scese in piazza con lo slogan “Territorio: il nostro corpo, il nostro spirito”. Hanno richiesto l’accesso alle cure e il diritto alla salute per tutte le persone indigene, che Bolsonaro continua a colpire permettendo l’avvelenamento delle terre e privatizzando la Sanità Pubblica. Le battaglie delle donne riconnettono quindi l’impoverimento dell’ambiente, dell’ecosistema, con la volontà generale di impoverire i popoli, attaccandoli nei loro diritti fondamentali.

 Cile

Nelle ultime settimane in Cile sono esplose mobilitazioni che continuano ad attraversare il Paese: se la causa scatenante dell’ultima ondata di proteste è stata l’aumento dei costi dei biglietti della metro, come efficacemente affermato in tutte le piazze “non si tratta di 30 pesos, ma di 30 anni”. I e le manifestanti, soprattutto giovani, hanno portato in piazza una critica radicale del sistema neoliberista e delle diseguaglianze del paese, le più estreme del Sudamerica, rivendicando una nuova costituzione sulla quale ancora il governo non accenna a voler ragionare. Sono proteste che vengono da lontano: da anni il Cile conosce ondate di mobilitazione che hanno determinato avanzamenti importanti, ma non sufficienti.

La caratteristica delle mobilitazioni esplose lo scorso anno è stata quella di partire dai luoghi della formazione, rivendicando direttamente un’educazione femminista e non sessuata, mettendo in critica il sistema di saperi che viene veicolato nelle università.  Le mobilitazioni cominciano a partire da alcuni casi di molestia, denunciati da amministrative e studentesse universitarie. Le università colpite dalle denunce si chiudono a riccio e tutelano i professori accusati… e allora scatta la mobilitazione. Le studentesse cilene sono riuscite ad attirare su di loro le attenzioni del mondo intero. Tra le rivendicazioni delle studentesse possiamo notare: la rapida risoluzione dei casi di molestia e abuso sessuale; l’elaborazione di un protocollo unico per le denunce in ambito educativo; la conversione dei licei pubblici emblematici in scuole miste (oggi sono divise in base al sesso); l’educazione sessuale non sessista; la formazione specifica in sessismo e identitá di genere che abbia carattere triplice (per studenti, docenti e funzionari).

Anche oggi le femministe sono in strada, qualche settimana fa hanno chiamato lo sciopero generale. Contro la repressione violenta delle proteste, chiedono verità e giustizia per i morti di queste settimane e denunciano i numerosi casi di stupro perpetuati dalle forze dell’ordine nei confronti delle manifestanti fermate.

Rojava

Esiste un posto nel mondo in cui una società fondata sulla giustizia, sulla democrazia, sull’ecologia e sul femminismo non è solo un’utopia a cui tendere, ma una realtà costruita con fatica e in continuo divenire. Un posto che oggi è sotto attacco, nonostante i riflettori sembrino essersi già spenti dopo il picco di attenzione internazionale del mese scorso. È il Rojava, la regione a nord est della Siria, lì dove l’autogoverno è stata la chiave per la convivenza pacifica e cooperativa di tutte le componenti della società, per la pratica reale della democrazia e una partecipazione alla vita della comunità quanto mai diffusa. E il femminismo è stato e continua ad essere uno degli aspetti centrali e più avanzati della rivoluzione del Rojava, in aperto e netto contrasto alla violenza patriarcale che accomuna Erdogan a Daesh e contro la quale con i fucili in spalla le combattenti curde hanno lottato e continuano a lottare. Le migliaia di donne che si sono unite alle YPJ, dando forza ad un progetto politico e sociale radicale, rappresentano una spina nel fianco per chiunque difenda una visione del mondo in cui da una parte c’è l’uomo forte, imbattibile, e dall’altro la donna debole, indifesa. Rappresentano una spina nel fianco perché sbaragliano le carte e non ricercano l’appiattimento delle differenze ma rivendicano e praticano il diritto di decidere e di mettere il proprio corpo in prima linea nella lotta per una società diversa. E per questo l’accanimento contro le combattenti curde è stato tra i più efferati: dalle violenze sessuali alla mutilazione dei cadaveri, il senso è quello di affermare la sconfitta di un’idea di società profondamente antipatriarcale. 

Il riaccendersi dei riflettori sul Rojava dopo l’invasione turca iniziata con il ritiro delle truppe americane e ancora in corso ha riportato però all’attenzione la tenacia e la resistenza di una rivoluzione possibile, che non possiamo accontentarci di difendere, ma dalla quale abbiamo tanto da imparare.

Polonia

 Il 16 ottobre migliaia di donne, collettivi femministi e lgbt+, sono scese nuovamente in piazza per lo Strajk Kobiet, lo sciopero delle donne, a Varsavia e in tutto il Paese. La causa scatenante è stata l’approvazione del Parlamento della legge “Stop Pedofilia”: una legge (che con la lotta alla pedofilia non ha nulla a che fare) che impedisce a insegnanti, medici ed educatori di impartire qualsiasi tipo di educazione sessuale o informazione su genere, sessualità e contraccezione in presenza di minorenni, con una pena fino a 5 anni di reclusione. Una legge pericolosissima in un Paese che già ha la legge anti-aborto più restrittiva d’Europa: segna definitivamente la vittoria degli oscurantismi, alimenta l’ignoranza e la violenza di genere, nonché mette a repentaglio il diritto alla salute delle donne e delle persone lgbt+ di un intero Paese. Oggi in Polonia, per 5 milioni di donne, ci sono 1.000 aborti legali e vengono stimati tra i 150.000 e i 200.000 aborti clandestini l’anno. I rischi più grossi li corrono le donne più povere: negli ospedali tedeschi e cechi al confine, ogni settimana arrivano donne per curare le conseguenze di tentativi di aborti autoprocurati, senza mezzi nè conoscenze adeguate. Con le limitazioni alla contraccezione (specie quella di emergenza) e all’educazione sessuale, questa situazione potrà solo andare peggiorando.

Ma come si è arrivati a questo? Dalla caduta del comunismo in poi, le donne polacche si sono trovate a dover respingere una deriva reazionaria che voleva ripristinare tutti i ruoli “tradizionali” e patriarcali, relegando le donne polacche (che nel ‘900 sono state pioniere della conquista dei diritti civili delle donne) all’unico ruolo di madri e mogli. Gli autori di questo quadro infernale sono la Chiesa Cattolica, che ha le sue sacche più conservatrici proprio in questo Paese, le associazioni neonaziste, anti-choice e anti-lgbt e i partiti dell’ultradestra nazionalista (il partito di governo PiS, Diritto e Giustizia): protagonisti che si legittimano e rafforzano vicendevolmente tra opinione pubblica, rappresentanza politica e, soprattutto, enormi finanziamenti, governando di fatto il Paese. La Polonia si trova (storicamente e ancora oggi) al centro di una rete internazionale di violenza conservatrice: le leggi che le associazioni anti-choice hanno scritto (la Anti-Aborto del 2016 e la cosiddetta Anti-Pedofilia del 2019) non sono troppo diverse da quelle varate in alcuni Stati americani dai Repubblicani, o nella Russia di Putin, dove costano la vita a centinaia di giovani LGBT+, letteralmente massacrati impunemente per impedire la “propaganda pedofila”. 

Le donne polacche hanno una linea ben chiara: non sarà con i compromessi, con la restrizione dei diritti, con la cura della singola “minoranza”, che si potranno vincere queste lotte. La lotta femminista può solo essere intersezionale, deve chiedere giustizia sociale e diritti per tutt*. Quando le donne polacche scendono in piazza, lo fanno per la libertà delle persone LGBT+, delle persone disabili, delle persone povere, delle persone migranti… E in queste lotte si sono riconnesse tutte le rivendicazioni di una Polonia per tutte e tutti. 

Non è un Paese per donne

Non truccarti per andare a scuola. Perché sei sempre così trascurata? Dovresti essere più tranquilla con i tuoi compagni di corso. Lo sappiamo che fai quella gentile perché sei troia. Con quelle gambe non andrai da nessuna parte. Ringrazia quelle gambe per il tuo 30 all’esame. Non è a scuola che si deve parlare di sesso, è fuori luogo! Guardi i porno?! Me la presenti la tua ragazza,che faccio cambiare idea a entrambe? Fammi un sorriso, bellezza! Ingegneria non è una cosa da femmine, perché non pensi a Scienze dell’Educazione? La Storia vera l’hanno fatta gli uomini. Se vai avanti qui dentro è solo perché sei donna. Come sei acida oggi, hai il ciclo vero? Guido io. Guarda, adesso ti spiego meglio… Era solo una carezza, mica ti ho fatto niente. Me lo dai un bacio? Senza figli non sei una donna completa. Stavo giocando quando ho tolto il preservativo, non prendertela sempre! Non uscire da sola. Quella gonna è troppo corta. Quando esci con me, vestiti bene. Dove sei stata con le tue amiche? Non c’è bisogno che ti trovi un lavoro, i soldi li porto io. Trovati qualcosa da fare! Quando scopiamo lo decido io. Sembra un maschio, non possono averla stuprata, si è inventata tutto. L’ha uccisa per passione. 

Un femminicidio ogni 72 ore, l’80% dei quali commessi da una persona conosciuta dalla vittima. Più di 1000 migranti vittime di tratta nel 2017. Una donna su tre dichiara di aver subito nella vita una forma di violenza fisica o sessuale. Tra di loro, una su tre afferma di essere stata ignorata dal personale sanitario cui si è rivolta. 

Questi sono i numeri dell’emergenza nel nostro Paese, un’emergenza di cui si parla poco e per la quale le soluzioni stentano ad arrivare. Cambiano i governi, si rinnovano i proclami a giorni alterni, ma la verità è che l’Italia continua a non essere un Paese per donne.
Poco più di tre mesi fa veniva approvato il Codice Rosso, rivendicato a gran voce anche dall’ex ministro dell’Interno Salvini, il cui partito è stato primo promotore del DDL Pillon, ma ci torneremo tra poco. Sembra una contraddizione in termini, che si scioglie però guardando ai contenuti del Codice Rosso: inasprimento delle pene, ma assolutamente niente sulla prevenzione del fenomeno, una visione della violenza sconnessa dalle sue cause profonde, che interessano il piano culturale ed economico. L’ennesimo strumento di propaganda sulla pelle delle donne, l’ennesimo velo steso sulle mille forme di violenza di genere: dal sessismo verbale e culturale alle molestie sul luogo di lavoro, dal ricatto economico al mobbing.

Le donne con un lavoro in Italia sono il 49,7%, il 18% in meno della controparte maschile; e se le donne che lavorano sono meno della metà del totale, quelle che lo fanno guadagnano complessivamente il 43,7% meno dei loro colleghi uomini: si tratta del cosiddetto gender pay gap.  Il 18,7% delle donne che lavora part-time “sceglie” questo tipo di contratto non perché non abbia trovato un’occupazione full time o perché sta completando gli studi, come i colleghi, ma perché deve occuparsi di un* familiare, che si tratti di un* bambin* o di un* anzian* poco importa, nel nostro paese chi sacrifica la carriera per accudire la famiglia sono quasi sempre le donne. Le donne continuano ad essere considerate la parte della società che dovrebbe occuparsi di figli*, casa e tutto ciò che riguarda il nucleo familiare, poco importa quanto sono impegnate al di fuori della casa. E non si tratta di qualcosa che condiziona solamente le donne: ancora oggi un uomo che si occupa dei propri figli viene chiamato “mammo” e ringraziato per un servizio di cura ritenuto scontato da parte di una donna. 

Le donne in Italia sono sempre più povere, dove per povere non si intende necessariamente un livello di estrema indigenza: povertà è anche dover dipendere economicamente da qualcuno. A dover essere contrastata, dunque, non è solo la violenza di genere nelle sue manifestazioni “tradizionali”, ma il parterre di condizionamenti economici e culturali sul quale questa si costruisce. Nel mondo del lavoro, rivendicando l’equità salariale ma non solo, perché in un Paese nel quale il 78% delle posizioni manageriali sono occupate da uomini la questione non è solo salariale. Rivendicando un reddito di autodeterminazione per uscire dai ricatti della precarietà e della dipendenza economica, un reddito universale e su base individuale e non familistica, perché possa essere strumento di welfare ed emancipazione effettivo, che non si ponga come misura integrativa a bassi salari ma come strumento di uscita dalla condizione di povertà. 

Se crediamo che sia questa la direzione da seguire per il contrasto alla violenza, diventa chiara la sua totale incompatibilità con l’idea di famiglia e di società sottesa dall’ormai accantonato DDL Pillon. Nelle numerose manifestazioni che lo scorso anno hanno riempito le piazze contro un progetto che non abbiamo esitato a definire violento e misogino, abbiamo detto con chiarezza che non siamo in alcun modo disposte ad accettare limitazioni sul diritto di decidere sulle nostre vite, sul diritto al divorzio, che l’abolizione dell’assegno di mantenimento e l’imposizione della mediazione (privata) altro non sono che forme sottili di violenza e di ingiustizia di genere, fondate su premesse inconsistenti (la teoria dell’alienazione parentale da un lato e la narrazione dell’affido esclusivo della donna come iper diffuso dall’altro).

Certo, oggi il DDL Pillon è fuori dal dibattito, e per fortuna. Ma possiamo dirci contente del contesto nel quale ci troviamo? Possiamo dirci che l’idea di famiglia alla quale si insegna a tendere è un’idea che ci soddisfa? Evidentemente no, non ancora.
Non fino a che la famiglia “universalmente riconosciuta” sarà solo quella tradizionale “uomo-donna-figli*”.
Non fino a che, in questa famiglia tradizionale, sarà tacitamente accettato che a dover mettere da parte la propria vita all’arrivo di un* figlio/a debba essere esclusivamente la donna: mai sia parlare di paternità!
Non fino a che le giovani donne saranno costrette, a un certo punto della loro vita, a dare ascolto al ticchettare imperterrito dell’inesistente orologio biologico imposto dalla società che ti dice che è tardi, devi diventare madre: perché altrimenti sei incompleta, perché è il tuo ruolo, perché se non fai figli dovrai viverlo come una colpa. Anche se fai fatica a immaginarti il tuo futuro con una prospettiva che vada oltre il mese perché la precarietà è l’unica certezza, anche se sai che probabilmente la tua gravidanza durerebbe più del tuo contratto. E se non vuoi? Non è un’opzione contemplata, e ce la si mette tutta a fartelo percepire come un peso. 

Perché nel nostro Paese, a più di 40 anni dall’approvazione della 194, che una donna possa decidere sulla propria vita e sul proprio corpo ancora sembra un’eresia. E infatti i picchi di obiezione di coscienza superano il 90% rendendo addirittura impossibile abortire in alcune province, gli anti-abortisti sono più che presenti in ospedali e consultori, con il solo ruolo di colpevolizzare, patologizzare e criminalizzare chiunque scelga di interrompere la gravidanza. Le violentissime campagne mediatiche degli ultimi mesi, con feti giganti che campeggiavano sui manifesti nelle nostre città, non sono che un assaggio di una campagna ben più pressante che viene condotta giorno dopo giorno in numerosissimi luoghi attraversati da ognuna di noi: dalle lezioni di “educazione sessuale” gestite da associazioni cattoliche nelle quali si arriva a criminalizzare l’uso dei contraccettivi, ai corsi di medicina in cui non si affronta minimamente la pratica dell’IVG, alla negazione della contraccezione d’emergenza fino alla negazione fattiva del diritto di aborto, anche in casi che vedono la donna in pericolo di vita. È  chiaro che allora la lotta per un altro modello di società deve passare dall’affermazione dei diritti che esistono e dalla rivendicazione della loro effettività, ma anche dalla tensione verso molto altro, verso molto di più. 

Sono una studentessa, sono una che ogni mattina si sveglia e davanti allo specchio si guarda e già immagina i commenti sulla gonna troppo corta, la maglia troppo accollata o il trucco assente. Sono una studentessa e so che quando tornerò a casa la sera quei commenti li sentirò mentre cammino da sola per strada.
Non mi sento sicura, non so se uscirò con quel rossetto stasera, sarà sempre così?

Mentre il sistema patriarcale si manifesta sotto molteplici forme nelle nostre città, tra molestie, violenze e discriminazioni, i centri in cui le donne, e non solo, possono trovare rifugio e veder rispettato il proprio diritto alla salute e all’autodeterminazione, sono sempre meno. Eppure degli spazi simili dovrebbero già esistere per legge: si pensi ai consultori, che hanno funzione informativa, di sportello e salvaguardia del diritto alla salute della famiglia o del singolo che vi si rivolge, hanno un ruolo importante anche nell’accompagnamento della donna durante la gravidanza o l’IVG (ossia Interruzione Volontaria di Gravidanza). Sebbene dovrebbe esserci un consultorio familiare (istituiti con legge 405/75) ogni 20 mila abitanti in area urbana e uno ogni 10 mila in area rurale, in regioni come la Lombardia, il Molise, e la Campania ve n’è rispettivamente 0,4, 0,4 e 0,6 per 20 mila abitanti. 

Altro esempio è costituito dai CAV (Centri Antiviolenza): la distribuzione di questi ultimi sul territorio italiano risulta abbastanza disomogenea. Le regioni a più alta densità sono, nell’ordine, la Lombardia con 13 centri (15,3%), la Toscana \e l’Emilia Romagna con 12 centri ciascuna (14,1%). Le altre regioni annoverano al più 7 centri antiviolenza.

Rivendicare città in cui camminare sicure, non perché militarizzate e invase da videocamere e controlli, ma perché illuminate e ricche di spazi accoglienti, perché teatro non della lotta alla diversità ma di quella alle discriminazioni e alla violenza, perché sedi di centri anti violenza e consultori aperti e inclusivi, non è un’utopia. È una lotta che dobbiamo costruire insieme, giorno per giorno, dando forza a quello che esiste e inventando il futuro!

Sex Education? Cambiamo scuole e università!

Ci sono domande che sembrano legate al passato, e che invece è ancora necessario porci se pensiamo alla questione di genere all’intero di scuole  e università. Abbiamo provato a farcene alcune, per poi tracciare insieme delle strade da percorrere per trasformare radicalmente gli spazi che viviamo ogni giorno.

Esistono discriminazioni/violenze legate al genere in scuole, università e nella carriera lavorativa?

Vive ancora in piena salute la visione di un sapere diviso tra discipline virili e altre femminili. Non è un caso se la percentuale di studentesse iscritte all’Università nell’anno accademico 2017-2018 che frequenta un corso STEM (dall’inglese Science, Technology, Engineering and Mathematics) si assesta nel nostro paese al 17,71%; non è un caso se in Italia solo lo 0,04% delle 15enni prevede di affrontare studi universitari nel campo dell’ingegneria. Negli istituti professionali infatti le studentesse rappresentano quasi il 44% dei neo iscritti, negli istituti tecnici il 31%. Mentre nelle lauree del settore educativo le donne rappresentano il 93,1%.

Insomma fin da piccole la società ci convince che esiste una netta separazione dei ruoli: le donne sono destinate a insegnare (preferibilmente ai “più piccoli”, infatti solo il 20% delle laureate ottiene una cattedra come professoressa universitaria), a fare lavori per cui non bisogna “sporcarsi le mani”, e a seguire percorsi di formazione legati alle materie umanistiche; agli uomini invece il compito di far avanzare la ricerca (secondo i dati Onu solo il 28% dei ricercatori in tutto il mondo è donna), loro la propensione per gli studi scientifici.

Hai mai fatto educazione sessuale a scuola?

La maggior parte degli intervistati non ha mai partecipato ad una lezione di educazione sessuale organizzata nella propria scuola, e se l’ha fatto essa è stata incentrata sull’illustrazione delle malattie sessualmente trasmissibili e sulla prevenzione da queste ultime, senza mai toccare temi quale l’identità di genere, l’orientamento sessuale o l’educazione all’affettività e alle differenze. I porno e i canali internet restano il mezzo più diffuso da cui trarre informazioni riguardo il sesso: ciò si riflette su una visione comune e distorta del sesso stesso che vede una netta subordinazione della donna all’uomo e la quasi esclusività di rapporti eteronormati.

Ti mette a disagio parlare di mestruazioni?

Agli occhi di molti e molte giovani del nostro paese le mestruazioni continuano ad essere un tabù: per molte ragazze è normale e scontato dover nascondere i propri assorbenti o il fatto che siano nel periodo dell’ovulazione; quest’ultimo è spesso automaticamente associato a uno stato psicologico di instabilità e considerato da molti come causa di “indisposizione”.

In Italia gli assorbenti sono tassati al 22% come beni di lusso, insomma, se ti chiedi quanto una donna spenda in assorbenti nel corso della vita, la risposta è una sola: troppo!

Abbiamo quindi la necessità di riformare il sistema d’istruzione nazionale e il modo in cui si fa didattica nel nostro paese.

Come possiamo costruire scuole e università transfemministe?

Sono ancora molte le diciture sessiste che pervadono i libri di testo (di cui abbiamo raccolto le foto negli ultimi anni) dalle elementari alle superiori, mentre restano tante le grandi donne del passato i cui profili sono come fantasmi nei nostri programmi didattici, vengono ancora ignorate le condizioni della donna attraverso la storia e, come si è detto sopra, manca tuttora l’istituzione di lezioni di educazione sessuale in tutte le scuole a partire dai primi anni e che siano complessive di tutti gli aspetti riguardanti la sessualità ed inclusive verso tutte le soggettività esistenti. È sempre più urgente rivedere i programmi didattici, mettendo in evidenza la non neutralità di una serie di processi storici che continuano a determinare la persistenza di diseguaglianze ed esclusione di genere, ridando spazio a tutte coloro le quali sono state rimosse dai libri e dalla storia e togliendolo, invece, a chi (sui testi così come a lezione) continua a fare del sessismo una costante. Dall’altro lato, diventa centrale rivendicare lezioni e corsi di educazioni alla sessualità, al piacere e alle differenze, liberi da bigottismi, giudizi e pregiudizi, liberi dal patriarcato e dall’eteronormatività.

Ma non si tratta solo di didattica: cambiare le scuole e le università significa rivendicare servizi e costruire meccanismi di solidarietà. Che intendiamo? 

In tante scuole e università, negli ultimi mesi, hanno iniziato a fare la loro comparsa le tampon box, dove le studentesse possono lasciare o prendere assorbenti a seconda della necessità. Un meccanismo concreto di solidarietà ma soprattutto di denuncia: oggi l’IVA sugli assorbenti è al 22%, come sui prodotti di lusso. E allora le tampon box sono solo il primo passo: in tutta Italia infatti stiamo presentando e abbiamo presentato mozioni e ordini del giorno per richiedere l’installazione di distributori di assorbenti e preservativi gratuiti. Sì, anche di preservativi, perché è proprio tra i giovani che l’informazione e l’uso dei contraccettivi scarseggiano, e garantirne l’accesso libero è un primo passo fondamentale!

Ma sono anche tanti altri i servizi che mancano nei luoghi della formazione: pensiamo ad esempio al fatto che sono ancora poche le scuole e le università in cui viene realmente garantito un servizio di supporto psicologico per chiunque ne abbia bisogno, e che spazi fondamentali come CAV e consultori non esistono all’interno di nessun ateneo o nessuna scuola in Italia…o quasi. A Bologna, infatti, da qualche mese è attiva la MalaConsilia, la consultoria costruita dalle studentesse per le studentesse: un altro esperimento di contrasto concreto a sessismo e violenza all’interno delle università.

La nostra battaglia non si ferma tuttavia al contrasto alla violenza, ma anche alla garanzia di tutti quei diritti che ad oggi vengono ancora negati: è il caso per le studentesse e gli studenti genitori di frequentare agevolmente le lezioni, ma anche per le lavoratrici e i lavoratori della conoscenza, per cui un* figli* diventa spesso incompatibile con il lavoro. In alcuni territori si sono fatti importanti passi in avanti in questo senso: è il caso di Torino, con l’approvazione lo scorso anno del congedo parentale esteso anche agli studenti padri, per superare lo stereotipo che vede unicamente la donna farsi carico del lavoro di cura, e del Nido d’Infanzia in università. 

L’accessibilità dei luoghi della formazione però alle volte conosce ostacoli ancora precedenti, legati all’impossibilità di vedere riconosciuta la propria identità all’interno di scuole e università. È il caso delle soggettività trans, spesso costrette ad utilizzare il nome anagrafico e non quello che rispecchia il proprio effettivo essere. Una prima soluzione, sempre più diffusa in tantissime università, è quella del doppio libretto/carriera alias, che permette agli/alle studenti transgender di utilizzare all’interno dell’università una documentazione rispettosa dell’identità eletta, garantendo una piena tutela della privacy nella carriera accademica (lezioni, esami, ecc) e nella fruizione dei servizi (mensa, biblioteche, ecc). Nelle scuole il lavoro è tutto da costruire, consapevoli che non basta consentire l’adozione del “nuovo” nome, ma che è necessario costruire ponti con le famiglie e percorsi di accompagnamento e supporto. Una battaglia di civilità, sempre più urgente, soprattutto in un Paese in cui i diritti delle soggettività trans sono calpestati ogni giorno, come testimonia il declassamento dei farmaci ormonali al quale ci siamo opposti con convinzione, rivendicandone al contrario la gratuità. 

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