DA MILANO E ROMA AL ROJAVA: UN ALTRO MONDO È POSSIBILE

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Nel 2018 oltre 1670 miliardi di dollari sono stati destinati alla spesa militare: il mondo si arma mentre cambiano le alleanze, in un quadro geopolitico sempre più complesso e che già da tempo ha superato quello che si pensava sarebbe stato l’esito degli equilibri dopo il crollo del muro di Berlino, ossia un’indiscussa egemonia statunitense in un processo di globalizzazione dell’economia. Il libero mercato globale e il dominio assoluto dell’imperialismo statunitense sembrano ormai solo dei ricordi, per la nostra generazione niente più che qualche frammento di memoria della propria infanzia. Lo scenario è ben più complesso: la crisi dell’egemonia degli Stati Uniti sul fronte economico, l’affermazione della Cina nella guerra commerciale, tecnologia e infrastrutturale su scala globale con le nuove intese internazionali e l’appoggio tattico degli altri paesi asiatici compresa Russia col suo ruolo sempre più determinante nei rapporti diplomatici, nonché i nuovi processi di neocolonialismo nel sud del mondo dall’Africa al Sud America aprono a interrogativi nuovi sul destino dell’umanità tutta, e il medio-oriente, che in queste settimane si ritrova di nuovo e giustamente sotto i riflettori della stampa a livello globale si conferma ancora una volta essere il principale territorio nel quale le contraddizioni di un mondo sempre più multipolare si fanno palesi (anche se la Siria in particolare ha assunto ruolo centrale in questa parte di mondo già alla fine della prima guerra mondiale con la spartizione inglese e francese alla fine dell’Impero Ottomano, cui sono seguiti i conflitti e le diverse ambizioni territoriali, compresa la strategia panarabista di Hafiz al-Hassad del sogno della Grande Siria). Un’area complessa, incrocio di tre continenti nella quale lo scontro di interessi tra più nazioni – tra quelle più vicine alla Russia, a quelle più legate alle alleanze storiche con gli Stati Uniti, fino ai paesi che procedono con strategie autonome – e segmenti delle classi dominanti danno luogo a episodi drammatici che sconfinano i limiti dell’umanità. 

Proprio nella Siria del Nord, appunto, la bestialità dei potenti della terra in questi giorni ha messo davanti agli occhi di tutte e tutti quanto marcio e insostenibile sia il sistema nel quale viviamo. Le forze resistenti curde, che in questi anni si sono battute per costruire una società migliore fondata sull’ecologia radicale, sulla giustizia sociale, sulla liberazione delle donne e sulla democrazia dal basso si sono ritrovate sole e schiacciate dalla prepotenza dell’esercito turco. L’aggressione feroce che ha colpito anche i civili e che ha assunto i caratteri di una pulizia etnica, ha macchiato di sangue non solo le divise dell’esercito di Erdoğan ma i Governi dei paesi che in questi anni hanno inviato supporto militare e venduto armi alla Turchia. Il nostro paese in prima linea, considerato che la turchia è stato il terzo paese per esportazione di armi italiane nel 2018: la Rete Disarmo ha recentemente denunciato come l’Italia negli ultimi quattro anni “ha autorizzato forniture militari per 890 milioni di euro e consegnato materiale di armamento per 463 milioni di euro” senza contare che al momento, oltre alle dichiarazioni di future interruzioni di forniture di armi il nostro paese può ancora vantare la presenza di un proprio contingente militare al confine tra la Turchia e la Siria. Un ruolo fondamentale però è stato giocato dalla NATO che a partire dal 2016 ha sostenuto le iniziative di Erdoğan a danno dei curdi, senza ostacolare l’operazione che stava venendo avviata nel nord della Siria, sostegno che è proseguito fino ai tempi recenti, basti ricordare che il presidente dell’Organizzazione internazionale Jens Stontelberg ha legittimato le posizioni della Turchia in quanto si era assunta la responsabilità di ospitare milioni di rifugiati siriani ed era stata vittima degli attacchi terroristici. Ci ha pensato la  stessa Turchia di Erdoğan a mostrare invece il suo vero volto: i rifugiati sono stati utilizzati come leva per la contrattazione coi paesi europei, e per quanto concerne il terrorismo è stata ed è tutt’ora alleata dei terroristi islamici, che ha liberato contro la resistenza curda.

Di fronte all’abissale sproporzione nei rapporti di forza tra l’esercito turco e quello delle forze democratiche siriane, era inevitabile che quest’ultima si dovesse appellare all’esercito siriano di Assad, il dittatore dal quale il popolo curdo aveva provato ad emanciparsi costruendo il confederalismo democratico del Rojava. Pare però che al netto degli interessi tattici e strategici dei due attuali avversari, Erdoğan (per il quale l’operazione bellica ha anche una funzione interna di consolidamento del consenso, distogliendo l’attenzione pubblica dall’economia nazionale che arranca) e il presidente Siriano su un territorio secolarmente conflittuale, fosse riconosciuta e condivisa – tra questi protagonisti e non solo – la necessità di porre fine all’unica vera esperienza democratica del medio oriente. In una fase in cui sui diversi fronti le democrazie liberali vengono distrutte dall’interno portando paesi come la Turchia e Israele, diversamente posizionati in termini di alleanze, a torcersi in modelli post-democratici, la rivoluzione dal basso dei curdi stava mettendo in contraddizione i diversi poli, rendendo attuale un altro mondo possibile, creando un’alternativa alle barbarie autoritarie e alle dittature. Oltre alle diverse ambizioni egemoniche nel Vicino Oriente, l’unico vero capo d’accusa ai danni del confederalismo democratico da parte dei diversi regimi è essenzialmente questo, e mentre le forze resistenti sono costrette alla ritirata, si moltiplicano le morti civili e si violano i più basilari diritti umani, viene ovviamente da domandarsi quale siano i ruoli dell’ONU e dell’Europa rispetto ad un conflitto che sta avendo luogo proprio alle porte del continente. Poco, praticamente nulla: nessun supporto reale sta venendo dato a chi condivide con noi valori, speranze ed un’idea di futuro di giustizia. Evidentemente non possono bastare le buone intenzioni sul futuro rispetto al supporto militare alla Turchia ad arsenali già pieni.

La verità è se gli Stati Uniti stanno riconoscendo che il proprio ruolo nello scacchiere globale è cambiato, e la Russia attraverso le proprie alleanze sta assumendo sempre più centralità nei rapporti diplomatici come nel caso siriano, l’Europa invece, ancora una volta, si dimostra incapace di una qualsiasi iniziativa concreta, divorata internamente dalle diverse prese di posizione degli stati membri, da chi condanna l’operazione militare turca fino a Orban, che invece la legittima in funzione anti-immigrazione. Del continente che sulla mappa di Mercatore si rappresentava più grande di quanto non fosse, i paesi sono sempre più piccoli, insignificanti nel quadro globale. Schiacciata nel bel mezzo tra le due macro-potenze commerciali, USA e Cina, l’Europa perde di competitività sul piano dello sviluppo e della ricerca, e si dimostra incapace di coordinare le politiche industriali, torcendosi su sé stessa per le politiche di austerità. Nel 2019, a seguito della crisi finanziaria del 2007, e agli albori della prossima crisi industriale, l’Europa stenta a trovare un proprio posto nel mondo che sta emergendo, e questo si fa evidente sia sul fronte commerciale, che nei rapporti diplomatici in tempi di guerra. Da qui la prospettiva dell’attuale maggioranza del parlamento europeo e della presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen: rafforzare il blocco centrista per arginare la crisi delle istituzioni europee, provando a confermare l’alleanza con gli Stati Uniti e centralizzando ulteriormente il potere politico ed economico negli organi europei. Al contempo, governare i processi continentali anche attraverso una politica unitaria sul fronte militare; in altre parole far gestire dei processi e delle crisi non strettamente di competenza militare (si pensi ad esempio ai flussi migratori e alle missioni umanitarie di soccorso) alle forze armate, istituire un esercito europeo (rispetto al quale però si è espressa contrariamente la Corte dei conti Europea) e aumentare ulteriormente la spesa militare in linea con le dinamiche globali, tanto rispetto i singoli paesi quanto come politica comune europea, in particolare per quanto concerne la Ricerca e Sviluppo nel settore della difesa, per la quale si prospetta un aumento della spesa dai 590 milioni a 13 miliardi di euro, 22 volte l’attuale ciclo settennale. Niente di nuovo sul fronte occidentale: semplicemente la naturale evoluzione di una torsione autoritaria cui è corrisposta una corsa agli armamenti e che in questi anni si è affermata sia, seppur in modo diverso rispetto ai paesi, a livello nazionale, che su scala europea.

Il nostro paese infatti si conferma essere una delle più importanti potenze militari del mondo, collocandosi nel 2018 all’undicesimo posto con la propria spesa militare di circa 25 miliardi (+25,8% dal 2006) e che si presta al prossimo acquisto degli F35, i cacciabombardieri da 50 miliardi di euro complessivi, 10 dei quali riguardano il solo acquisto nei prossimi anni. Una corsa agli armamenti che risponde soltanto agli interessi dei grandi produttori e venditori di armi, dei grandi colossi come Beretta e Leonardo, i cui elicotteri Mangusta in queste settimane hanno bombardato il nord della Siria, e non della popolazione tutta che a dieci anni dall’inizio della crisi avrebbe ben altri bisogni. Come se non bastasse, il presidente degli Stati Uniti Trump in nome della “burden sharing” esorta i paesi europei a raggiungere il 2% del proprio PIL in spesa militare, per dare maggiori supporti alla NATO. Questa vorrebbe essere la prospettiva del principale alleato dell’Europa, e lascia ben intendere quelle che sono le iniziative italiane ed europee. L’alba del nuovo periodo di militarizzazione dei confini e aumento della spesa per gli armamenti è la conseguenza dei cambiamenti economici e politici degli ultimi quindici anni: come in altri periodi di crisi economica e recessione mondiale i potenti della terra e i grandi gruppi economici investono in armamenti, un business sicuro e da sempre molto redditizio. Armi poi utilizzate anche per la repressione e il controllo del dissenso, come stiamo vedendo in molti paesi, dal Cile al Libano alla Catalogna, e di tutte quelle esperienze alternative di comunità che propongono modelli di convivenza che superano il modello attuale di società neoliberista come nella Siria del Nord. 

Davanti a questa corsa agli armamenti, frutto degli interessi economici e politici di chi detiene il potere, bisogna rispondere con una forte reazione di tutte le parti sociali e con una grande mobilitazione dal basso. Come nel passato di fronte a questi conflitti dobbiamo essere in grado di scendere in piazza, contro la guerra e per il disarmo, per colpire il potere economico che sta dietro al business bellico che fomenta in giro per il mondo scontri e conflitti politici e sociali. Di fronte alle tendenze autoritarie in diverse aree del mondo e alla repressione delle esperienze democratiche di autogoverno la risposta deve essere quella della pace, che non deve essere la pace dei potenti, come quella che si sta costruendo in Rojava, con le grandi potenze mondiali che stanno trattando con Erdogan la spartizione dei territori curdi, ma che deve passare per il riconoscimento delle istanze che vengono dal basso, dal riconoscimento dei diritti e dei bisogni materiali di ogni individuo. Per questo è necessario fare pressioni alle istituzioni nazionali e transnazionali affinché venga sospesa immediatamente la vendita e la consegna di ogni materiale bellico alla Turchia, della quale per anni sono stati riempiti i magazzini e i depositi di armi che sono state utilizzate per la pulizia etnica del popolo curdo e per la repressione del dissenso interno, così come il ritiro delle truppe straniere che al momento sono in Siria del Nord e forniscono supporto all’esercito turco. 

Va garantito immediatamente anche il supporto alle vittime della guerra, a chi è stato costretto a migrare a causa dei disastri questi giorni. Lo spostamento delle decine di migliaia di persone verso l’interno della Siria e nel Kurdistan iracheno ha aggravato quella che è la condizione dei campi profughi siriani. D’altronde, laddove l’Europa intende gestire con le forze armate i flussi migratori, anche la Turchia non è da meno. Nei giorni del conflitto diplomatico con i leader europei, all’inizio dell’offensiva, il leader  Erdoğan ha minacciato di riaprire i propri confini al passaggio di tutti quei migranti che sono sono presenti nel paese a seguito dell’accordo con l’Unione Europea del 2015, con il quale milioni di persone che fuggivano da guerra, persecuzioni etniche e religiose e dalla miseria furono oggetto di scambio e accordo economico, un accordo scandaloso che nessuna forza politica ha il coraggio di mettere in discussione: sono necessari dunque dei corridoi umanitari e un cambio di prospettiva delle politiche migratorie nel loro complesso, non solo nei casi eccezionali come nel caso di questi giorni bensì in un ragionamento di sistema che ponga fine al neocolonialismo dei paesi ricchi nei confronti dei paesi in via di sviluppo attraverso lo sfruttamento delle risorse e delle persone. La prospettiva della cooperazione allo sviluppo – sostenibile – deve tornare ad essere al centro delle politiche economiche e sociali su scala internazionale. Nel medio oriente, così come in tutte le aree del mondo arretrate che subiscono le contraddizioni di un mondo a diverse velocità, nelle quali la presenza delle potenze finanziarie e commerciali in questi anni ha portato solo povertà, miseria, schiavitù, malattia e sfruttamento, vanno piuttosto garantite scuole, università, ospedali e un modello di sviluppo sostenibile per garantire un reddito, un lavoro dignitoso e una casa a tutte e tutti. A questo serve la cooperazione, ben’altra cosa dall’unione militare o dagli accordi sulla spesa bellica: la ricchezza che oggi le grandi potenze mondiali preferiscono destinare alla spesa in armamenti deve essere redistribuita per dare delle risposte reali non ai pochi, ma alla maggioranza delle persone. Servono risposte immediate così come un radicale cambio di paradigma nelle politiche economiche su scala globale, in particolar modo e a maggior ragione in questa fase, nel clima irrespirabile della guerra che attraversa i paesi. Un altro mondo è possibile.

L’esperienza del Rojava e della rivoluzione curda, adesso sotto attacco, è un esempio di come sia possibile creare un modello di comunità e di governo alternativo a quello neoliberista, con processi decisionali che partano dal basso, senza discriminazioni su base etnica, religiosa e di genere, unico esempio di convivenza pacifica in quella regione del mondo. Un modello rivoluzionario, il confederalismo democratico, che da’ una risposta ai tanti interrogativi del nostro tempo come la crisi ambientale, affermando che l’ecologia è centrale nella costruzione di un mondo migliore, criticando il sistema economico produttivista ed estrattivista nel quale viviamo e che ci sta portando al collasso. Una proposta radicale che viene da un territorio che per primo, tanto per la guerra quanto per lo sfruttamento operato in passato da Assad, ha sofferto dell’inquinamento, della deforestazione, delle monoculture e nel complesso della totale mancanza di rispetto dell’ambiente, con tutte le conseguenze del caso: siccità, aridità del terreno, povertà. Proprio da quei popoli è emersa un’alternativa, ecologista e femminista, per la liberazione della donna da un sistema fondato sull’oppressione di un genere sull’altro. Di fronte all’accentramento di potere nelle mani dei potenti,  alla violenza contro i popoli in rivolta per il proprio futuro non possiamo stare a guardare: come soggetti in formazione abbiamo deciso di scendere in piazza a Milano, a Roma e in tutto il resto del paese per manifestare il nostro sostegno al popolo curdo sotto attacco, contro la guerra e le politiche militariste delle potenze mondiali e a tutti quelli che in questo momento sono in piazza a lottare per il proprio futuro. 

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