Cosa sta succedendo in Siria del Nord? #RiseUp4Rojava

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Riprendiamo qui una nota degli Studenti di Sinistra e dei collettivi dell’Università di Firenze su quanto sta succedendo nel Rojava

COSA STA SUCCEDENDO IN SIRIA DEL NORD
Dal 2011 la Siria è sconvolta da una guerra civile che ha visto forze di diversi schieramenti opporsi al regime del partito Ba’ath e del clan Assad. Le proteste iniziate nel maggio 2011 sfociano ben presto nella lotta armata e tra le forze di opposizione iniziano ad emergere i gruppi salafiti e comincia a rafforzarsi il movimento di liberazione curdo. Quest’ultimo, forte delle strutture createsi nei numerosi anni di clandestinità, inizia una lotta per liberare i territori del Rojava (Kurdistan Occidentale), andando a costituire la cosiddetta terza via: alternativa che si pone in contrapposizione al regime e alle forze teocratiche. Nei mesi successivi le forze curde e l’ELS – Esercito libero siriano – iniziano ad entrare in conflitto con i gruppi salafiti dapprima legati al Fronte al-Nusra. Questi ultimi in seguito confluiscono nell’IS, che in breve tempo riesce, grazie ai finanziamenti delle potenze dell’asse sunnita e all’ingente afflusso di capitali e uomini da tutto il mondo, a sbaragliare gli eserciti regolari siriano ed iracheno. Nel Giugno del 2014, Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamatosi califfo, annuncia a Mosul la nascita del sedicente Stato Islamico. Nei mesi successivi l’ISIS occupa numerosi territori siriani ed iracheni e inizia l’offensiva contro la città di Kobane.
Dal Gennaio 2014 i tre cantoni di Afrîn, Kobane e Cizîrȇ, avevano proclamato l’autonomia democratica per la creazione di amministrazioni autonome, ispirate ai principe del confederalismo democratico del rivoluzionario Abdullah Öcalan, leader del PKK, da vent’anni imprigionato dalla Turchia nel carcere di Imrali. L’eroico sacrificio delle YPG/YPJ a Kobane, che per mesi pagano con il sangue il prezzo della resistenza all’ISIS dà prova a tutto il mondo della forza e della determinazione della Rivoluzione in Rojava. Nel Febbraio del 2016 le forze rivoluzionarie iniziano ad avanzare e a liberare numerosi territori occupati da Daesh; al culmine delle operazioni, il 17 Marzo viene proclamata la nascita della Federazione democratica della Siria del nord.
Tra il 2016 e il 2017 inizia una fase di arretramento dello Stato Islamico, sotto la pressione delle forze confederali che riescono a liberare Raqqa (capitale del califfato) e governative che respingono l’IS dal governatorato di Aleppo. Nel gennaio del 2018 il regime, approfittando della debolezza dei miliziani, intensifica le operazioni contro i ribelli, e la Turchia, il 20 Gennaio, lancia l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, che ha come obiettivo l’occupazione del cantone rivoluzionario di Afrin. Ipocritamente Erdoǧan afferma che l’operazione è finalizzata allo smantellamento di posizioni dell’ISIS; in realtà il presidente turco farà affidamento su vari gruppi di jihadisti nelle operazioni sul campo, che non esiteranno a compiere violenze sulla popolazione civile al fine di incutere terrore e invogliare alla fuga. L’offensiva turca viene portata avanti con l’assenso delle varie potenze imperialiste impegnate nel conflitto (in primo luogo Russia e USA- questi ultimi timorosi di una possibile uscita della Turchia dalla Nato e del suo ricollocamento nell’asse filo russo). Il cantone cade il 18 Marzo.
Le FDS, una volta consolidate le posizioni riprendono le operazioni contro lo Stato Islamico che vede sottrarsi il controllo di sempre più territori, fino a quando nel marzo 2019 proclamano la sconfitta territoriale dell’Isis.
Nell’agosto 2019 USA e Turchia concordano l’istituzione di una “zona di sicurezza” lungo il confine turco-siriano, cosa che comporta l’allontanamento delle YPG/YPJ dalla zona.
Gli ultimi avvenimenti, ovvero l’annuncio del ritiro delle forze militari americane, hanno aperto la strada ad un imminente attacco da parte della Turchia al Rojava. Questo comporterebbe l’inizio di una nuova offensiva e la possibilità, per le forze jihadiste rimaste, di riorganizzarsi, mettendo a rischio l’intero esperimento rivoluzionario del Rojava.
Attualmente in Rojava è in atto una rivoluzione che sta trasformando ogni aspetto della società. I pilastri che la reggono sono il Confederalismo democratico, teorizzato da Öcalan sulla base del pensiero di Bookchin, il femminismo e l’ecologismo. Alla base vi è un rifiuto del concetto di Stato-nazione in quanto strumento di oppressione di classe e del pluralismo sociale. La soluzione prospettata da Öcalan si basa sulla convivenza pacifica e democratica tra tutte le componenti della società (religiose, etniche, linguistiche..) grazie ad una radicale forma di autogoverno popolare che trova la sua spina dorsale nel sistema delle comuni. Questo permette la costituzione di una struttura di potere fortemente decentrata in grado di coordinarsi al suo interno e di assicurare una democrazia sostanziale. Questo sistema incentiva un’effettiva partecipazione popolare alla vita politica e al governo della comunità.
Un aspetto imprescindibile che caratterizza la rivoluzione in ogni suo aspetto è il femminismo. E’ in atto un processo di emancipazione delle donne dal punto di vista culturale, militare e sociale – Jineoloji, YPJ, Kongreya Star – che si scontra contro il sistema di oppressione patriarcale. Ne è un esempio la struttura democratica che vede l’istituzione della co-presidenza (un uomo e una donna per ogni carica) e un’organizzazione indipendente esclusivamente femminile sul piano civile che si occupa di portare avanti una vera e propria emancipazione delle donne nella loro quotidianità. L’enorme portata di tutto ciò non riguarda solamente il raggiungimento della parità di genere, ma anche la messa in discussione del capitalismo stesso che infatti si basa anche sullo sfruttamento del genere femminile.
L’esperienza rivoluzionaria del Rojava porta avanti una politica ecologica di tipo sociale, una forma di ecologismo radicale che punta a sviluppare una risposta dal basso alla crisi climatica: i protagonisti di questa lotta sono le comunità locali autorganizzate, non le istituzioni nazionali o il grande capitale, considerati i principali responsabili della crisi. In un ecosistema fragile come il nord-est della Siria, in passato sfruttato in maniera non sostenibile dal regime, l’applicazione di questa politica punta all’abbandono delle monoculture, a favore di una produzione agricola più varia e sostenibile, affiancata ad opere di mitigazione ambientale tramite programmi di riforestazione. Una rivoluzione ecologica portata avanti tra mille difficoltà ma che potrebbe garantire la sicurezza alimentare agli abitanti della zona e dare un contributo importante alla conservazione dell’ecosistema locale.
Il movimento rivoluzionario in Rojava costituisce un ostacolo alle mire espansionistiche turche, essendo l’unica reale alternativa alle politiche neo-ottomane e fasciste di Ankara e al regime di Damasco, oltre che all’Isis. Il popolo curdo, che indubbiamente rappresenta la spina dorsale della Rivoluzione, non la esaurisce: arabi, ezidi, turcomanni, ceceni aderiscono in misura sempre maggiore al progetto all’interno delle varie strutture dell’autogoverno popolare.
Non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’aggressione turca del Rojava e di fronte al silenzio delle potenze occidentali. Non possiamo lasciare che venga distrutta l’unica vera esperienza rivoluzionaria del XXI secolo. Lo dobbiamo a chi ha lottato per difendere tutti e tutte noi dall’Isis, lo dobbiamo ai martiri di Kobane e alle e agli 11.000 combattenti caduti.
Lo dobbiamo a Lorenzo Orsetti, partigiano di Rifredi, morto a Baghouz per la libertà e la Rivoluzione.
Contro il fascismo,
Contro la guerra imperialista,
Solidarietà alla Rivoluzione curda
Coordinamento Studenti di Sinistra, Collettivo Filo da Torcere, Collettivo di Scienze, Collettivo Rossomalpolo, Collettivo Codice Rosso, Collettivo Ark, Collettivo Lab15.
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