La ribellione per il futuro, contro i potenti della terra.

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Il mondo intero si trova al bivio: possiamo mantenere un sistema economico e sociale che ci sta portando verso l’estinzione, oppure possiamo immaginare e realizzare una società che difenda la vita e i diritti di tutte e tutti. Questo è il grande allarme che il movimento globale di Fridays for Future ha imposto nel dibattito del pianeta, riuscendo più di ogni altra iniziativa politica a svelare quanto sia superficiale il dibattito tra le forze politiche prevalenti. La nostra generazione ha occupato le piazze di tutto il mondo perché l’emergenza climatica minaccia il nostro futuro, puntando il dito contro i potenti della terra che davanti agli allarmi sempre più pressanti della comunità scientifica e dei movimenti hanno scelto di tutelare questo sistema economico e sociale insostenibile. Il G7 di Biarritz ha reso evidente l’irresponsabilità di chi ha il potere sulle vite di miliardi di persone: davanti all’incendio dell’Amazzonia, il “polmone verde” del mondo, i Governi dei sette paesi più ricchi del mondo hanno stanziato solamente 20 milioni di euro per risolvere un’emergenza di enormi dimensioni che ha effetti sull’intera umanità. Nello stesso palcoscenico lo scontro tra il Presidente degli Stati Uniti Trump e il Presidente della Francia Macron ha mostrato due volti della classe dirigente mondiale che rappresenta gli stessi interessi di classe e non ha alcuna intenzione di mettere in discussione i pilastri del sistema economico insostenibile in cui viviamo. L’obiettivo dei potenti resta produrre sempre di più per tutelare i profitti privati, l’aumento del PIL è il dogma a cui adeguano ogni scelta. Questo indirizzo politico di fondo è trasversale ad ogni forza politica prevalente nello scenario internazionale ed ha portato alla crisi ecologica, quando la fame di profitti illimitati ha portato ad uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali e un aumento smisurato delle emissioni per produzioni e consumi inutili; ma ha comportato anche l’impoverimento di miliardi di persone per via della concentrazione di ricchezza e potere nelle mani di pochi. La guerra commerciale avviata dai “sovranisti” è un’altro aspetto della crisi di sovrapproduzione che ha portato alla catastrofe ecologica e all’esplosione delle disuguaglianze: i cittadini sempre più poveri hanno ridotto i consumi, ma la risposta della classe dirigente non è stata redistribuire le ricchezze e riconvertire l’economia, bensì alzare barriere commerciali per accaparrarsi i pochi margini di profitto rimasti, senza risolvere il problema di fondo. 

Hanno steso un velo davanti alla realtà, raccontandoci che esiste un conflitto tra “sovranismi” e “liberali”. La classe politica al potere rappresenta diverse narrazioni ideologiche e scelte politiche, ma all’interno di un preciso obiettivo da cui nessuna forza al governo si discosta: mantenere nelle mani di pochi il governo dello sviluppo e la concentrazione della ricchezza. I paladini della libertà di mercato, da Macron a Merkel, in realtà difendono la libertà di speculazione finanziaria e di sfruttamento intensivo di risorse naturali e persone. Sono tutti responsabili di riforme che hanno ridotto i diritti dei lavoratori, la spesa pubblica per i diritti e tutelato i profitti delle grandi imprese. D’altra parte Donald Trump raggiunge l’apice dell’ipocrisia quando parla di neocolonialismo, mentre le grandi corporations statunitensi continuano a dominare vasti territori del Sud del mondo e ad accumulare profitti con bilanci paragonabili al PIL di piccoli stati in via di sviluppo. La riduzione delle emissioni climalteranti va coniugata alla cooperazione per la giustizia sociale, necessaria soprattutto a livello internazionale. L’Occidente ha rapinato e continua a rapinare il resto del mondo, sottraendo risorse e reddito, in modo da accumulare tecnologia, ricchezza e benessere. Non è giusto chiedere al Sud del mondo di bloccare lo sviluppo dei loro territori mentre noi restiamo ad uno stadio più avanzato dopo secoli di dominio globale. Bisogna uscire dallo stallo rappresentato dal negazionista Trump e dagli ecologisti di facciata come Macron trovando rivendicazioni comuni tra i popoli del Nord e del Sud, puntando il dito contro i veri responsabili della catastrofe e pretendendo che ne paghino i costi: sono i privati, le multinazionali che nella globalizzazione hanno continuato a concentrare potere e denaro in mano a poche centinaia di azionisti miliardari. La riconversione ecologica, del Nord ma ancor di più del Sud del mondo deve essere finanziata con la redistribuzione delle ricchezze dall’alto verso il basso, dal Nord verso il Sud. E’ l’esatto opposto della logica di guerra dei dazi proposta Trump e dai sovranisti. All’Assemblea generale dell’ONU dei prossimi giorni deve arrivare questo messaggio dal movimento studentesco globale: la crisi ecologica e sociale si può risolvere restituendo potere ai cittadini, attuando le proposte dei movimenti, rinunciando al predominio del profitto di pochi sui diritti delle popolazioni.

La conoscenza gioca un ruolo fondamentale in questo modello di cooperazione globale per superare le logiche di mercato. Le tecnologie indispensabili alla transizione ecologica sono spesso in mano a una minoranza di privati, che con il meccanismo delle proprietà intellettuale possono tenere sotto scacco tutte le popolazioni prive di strumenti per produrre con minori emissioni e maggiori risultati economici. L’importanza di garantire l’accesso all’istruzione gratuita in tutto il mondo e di unire le lotte degli studenti che dal Cile all’Italia, dall’India agli Stati Uniti rivendicano il diritto allo studio e libertà di ricerca, emerge da questa necessità: senza condividere i saperi tra tutte e tutti, abolendo il controllo proprietario sulla conoscenza e sulla tecnologia, solo in pochi saranno liberi di governare democraticamente la transizione ecologica. L’Unione degli Studenti ha sostenuto la mobilitazione studentesca di UBES in Brasile il 7 settembre, in cui gli studenti brasiliani contestavano tanto l’incendio dell’Amazzonia quanto la negazione del diritto allo studio causati dal sovranista Bolsonaro. E’ un primo passo, ma nella giusta direzione dell’unità dei giovani ribelli di tutto il mondo per un futuro migliore.

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