Con le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici in sciopero: cancelliamo la precarietà, cambiamo il sistema!

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Oggi le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici sono in sciopero nazionale, con tre manifestazioni a Milano, Firenze e Napoli a cui stiamo partecipando. Dall’inizio di quest’anno nel Paese si sono moltiplicate le mobilitazioni dei lavoratori, con le manifestazioni nazionali e gli scioperi generali di categoria, mostrando come la situazione economica e sociale del Paese sia ormai insostenibile. La crescita economica italiana di quest’anno sarà nulla, mentre in tutta Europa si prospetta una frenata della produzione che colpisce anche la Germania. Questi dati che riempiono le pagine dei giornali sono solamente la superficie di una crisi economica e sociale mai interrotta dopo la catastrofe finanziaria del 2008, causata dalla speculazione di banchieri e ricchi investitori privati. Infatti nel nostro Paese le disuguaglianze continuano a crescere, con un concentramento della ricchezza sempre maggiore su una piccola minoranza della popolazione. Alcuni dati sono particolarmente rappresentativi della situazione: 1 milione di minori in Italia soffre la fame, 10 milioni di italiani sono costretti ad indebitarsi per affrontare i costi delle cure mediche, il tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 30% e in aumento anche quest’anno.

Le politiche portate avanti dagli ultimi Governi ci hanno condotto verso questa ingiustizia, mentre le nuove forze politiche al potere non cambiano la rotta. Nelle politiche sul lavoro e sul welfare il Governo Conte prosegue la strada tracciata dal precedente Governo Renzi, nonostante il teatrino di conflitti personalistici tra i leader di partito. Il Jobs Act di Renzi ha ridotto le tutele per i lavoratori e garantito decine di miliardi di sgravi fiscali per gli imprenditori, così come ha intenzione di fare Salvini con la prossima legge di bilancio: la flat-tax garantirà infatti un vantaggio economico molto maggiore per i più ricchi, a fronte di scarsi vantaggi per la maggioranza dei cittadini. La riforma del Codice degli appalti che Lega e M5S stanno portando avanti, oltre a garantire grandi occasioni a mafie e corrotti, permette un maggiore utilizzo del subappalto con i fondi pubblici: ciò significa che le aziende potranno facilmente ridurre le tutele dei lavoratori e i salari, per aumentare la quota di profitto dei proprietari delle imprese appaltatrici. Il Reddito di cittadinanza, grande cavallo di battaglia della propaganda governativa, è una versione potenziata del Reddito di inclusione del PD e non cancella affatto la povertà: si tratta di una elemosina di Stato, totalmente differente dal reddito minimo garantito rivendicato da noi studenti e dai movimenti nell’ultimo decennio.

Lo sciopero nell’industria manifatturiera assume una particolare rilevanza in questo contesto. L’industria è uno dei settori più importanti per garantire innovazione tecnologica, quantità e qualità dei posti di lavoro, sviluppo locale e capacità di rendere ecologicamente sostenibile il sistema produttivo. Noi studentesse e studenti in questi mesi stiamo occupando le piazze di tutta Europa e del mondo per contestare l’immobilismo dei governanti che ci sta conducendo al disastro climatico, ed è proprio sulla politica industriale ed energetica che si gioca la capacità di ridurre le emissioni.

La transizione dai trasporti alimentati con diesel e fonti fossili alla mobilità elettrica è un particolare esempio di questa importanza. Con un piano industriale pubblico di investimento sullo sviluppo e la diffusione della mobilità elettrica – una delle rivendicazioni dei metalmeccanici italiani – si potrebbero abbattere le emissioni e garantire decine di migliaia di posti di lavoro con salari relativamente elevati, sia per operai in linea di produzione che per ingegneri, tecnici, e tutte le figure professionali collegate alla filiera produttiva – economisti, giuristi, etc. I governi italiani invece non hanno alcuna strategia per cogliere queste potenzialità. Di Maio dopo aver annunciato addirittura la nazionalizzazione di Industria Italiana Autobus, non ha portato avanti alcuna iniziativa per passare dalle parole ai fatti, nonostante la possibilità di avviare per la prima volta nel Paese una strategia per la produzione di autobus elettrici. Eppure tramite l’investimento pubblico sul trasporto locale ad elettricità si potrebbe rilanciare l’occupazione, abbattere le emissioni e promuovere un piano di potenziamento del sistema del trasporto locale nelle nostre città.

Noi studenti invece veniamo costretti ad una prospettiva del tutto differente. L’aumento dei contratti precari continua a segnare, per la maggioranza di noi, un futuro di lavoretti. Nonostante impegno e inaccettabili costi per la formazione, nel mercato del lavoro troviamo prevalentemente lavori a breve termine, con i salari tra i più bassi in Europa, scarse o nulle tutele come ferie, malattia, tredicesima, etc. La scuola e l’università sono state modellate su questo modello di sfruttamento lavorativo, riducendo i luoghi della formazione a strumenti di riproduzione dell’ingiustizia piuttosto che motori del progresso sociale e di emancipazione collettiva. L’esclusione dai percorsi formativi, che inizia già dall’età dell’infanzia con l’assenza di asili e nidi pubblici e gratuiti per tutti, arriva a tassi di dispersione scolastica tra i più elevati in Europa e alla riduzione delle immatricolazioni universitarie del 10% in dieci anni. In Italia abbiamo un tasso di laureati molto basso rispetto agli altri Paesi industrializzati perché il modello economico perseguito dai governi e dalle imprese non è fondato sull’innovazione e sul progresso, ma sul massimo profitto di una classe imprenditoriale che ha ridotto gli investimenti e cerca nella riduzione dei salari e delle tutele dei lavoratori gli spazi di profitto privato.

La sottomissione di scuola e università a questi interessi è evidente anche nel contenuto della formazione. Il governi hanno imposto programmi e metodi didattici, nonostante le mobilitazioni e le proposte di noi studenti, che rispondono solo agli interessi delle aziende piuttosto che ad una prospettiva di autodeterminazione individuale e collettiva e ad un progetto di trasformazione del modello produttivo. L’alternanza che diventa “orientamento al lavoro” è il simbolo di una politica sulla formazione che vuole educarci allo status quo piuttosto che a cambiare la realtà e realizzare un futuro migliore. Così come i tirocini universitari utilizzati come sfruttamento in sostituzione dei dipendenti pubblici con il blocco del turn-over è un’educazione allo sfruttamento piuttosto che un’occasione per imparare e migliorare il lavoro nel proprio ambito di studi.

Perché studiamo e a cosa serve ciò che studiamo? La risposta che ci viene data dalle autorità pubbliche è che dobbiamo studiare per trovare lavoro, anche se il mercato del lavoro attuale è una merda. La risposta che vogliamo dare noi invece è che studiamo per immaginare un modello del tutto alternativo, perciò vogliamo poter decidere democraticamente quali metodi e quali contenuti si affrontano negli studi. La formazione non è infatti slegata da ciò che viene dopo, è la base su cui definire e progettare il nostro futuro lavorativo. La condivisione di proposte  e di mobilitazioni tra studenti e lavoratori ha segnato i momenti di massimo avanzamento nelle condizioni materiali dei cittadini, ed è una necessità sempre più urgente in questa fase storica. Perciò oggi siamo in piazza con le metalmeccaniche e i metalmeccanici della FIOM rivendicando l’abolizione della precarietà nel lavoro, un piano di investimento pubblico per lo sviluppo industriale che sia ecologicamente sostenibile, una politica economica di garanzia dei diritti piuttosto che dei privilegi.

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