Il nostro futuro è ora: cambiamo il sistema!

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“Miriam, 17 anni, Taranto. Voleva fare il liceo linguistico, ma i genitori hanno deciso di farla studiare all’istituto tecnico. Non è stata una scelta economica: la spesa fatta per comprare la divisa, il materiale tecnico, per pagare il contributo “volontario” (ma in realtà obbligatorio) e per pagare le attività di alternanza scuola-lavoro, è risultata superiore alla spesa che avrebbero dovuto affrontare per sostenere il linguistico. Bisognava fare una scuola che consentisse di lavorare subito dopo la maturità, per aiutare la famiglia e ripagare i costi alti sostenuti. Dopo un inizio a rilento, Miriam ha iniziato ad interessarsi a ciò che studiava, e le sarebbe piaciuto approfondire e ricercare le tecnologie utili a produrre in modo non inquinante. L’Università però non era sostenibile economicamente, e “grazie” ad una collaborazione tra la scuola e aziende del territorio, si è trovata a lavorare con un contratto precario all’Ilva dopo averci fatto l’alternanza scuola-lavoro, senza nessuna possibilità di scelta.”

 

“La scelta di andare a studiare in un istituto tecnico invece era stata fatta proprio da Riccardo, anche se era stato spinto molto dai professori delle scuole medie che non lo ritenevano all’altezza di fare un ottimo percorso di studi. Invece si diploma brillantemente, ma non trova un mercato del lavoro all’altezza, dovendo fare i conti con mille piccole aziende che propongono soltanto tirocini per sfruttare al meglio e a costo zero chi è appena uscito fuori dai luoghi della formazione.”

 

“Lucia invece al diploma non è arrivata. Il suo alberghiero di Napoli non ha mai ricevuto finanziamenti adeguati al punta da non riuscire a garantire puntualmente la pulizia della cucina. Perfino gli stages erano sempre tutti a pagamento, arrivando a costare centinaia di euro tra trasporto, pernottamento e quota di partecipazione. Lei già lavorava, rigorosamente in nero, in un piccolo albergo del suo quartiere per avere almeno un piccolo reddito e non sentirsi maggiormente in colpa, aspettando di poter farlo in regola per potersi vedere garantiti i diritti che le spettano, ma dopo la rinuncia agli studi questa promessa è diventata un miraggio.”

Il Primo maggio torneremo in piazza a Bologna e nel resto d’Italia per ribellarci contro questo sistema economico e sociale fondato sull’ingiustizia e il privilegio di pochi a scapito degli altri. Come dice una di noi, Greta Thunberg, “il nostro futuro è stato venduto perché poche persone possano fare molti soldi”. Mentre le disuguaglianze aumentano in tutto il mondo e nel nostro Paese, mentre pochi sfruttatori e speculatori continuano ad arricchirsi, noi veniamo sempre più privati della libertà di studiare, di avere un lavoro dignitoso e un welfare capace di renderci autonomi dalle nostre famiglie. Siamo costantemente sotto ricatto, ma non siamo più disposti ad abbassare la testa. In tutto il mondo la nostra generazione si sta ribellando contro un sistema che ci impedisce di studiare, lavorare e vivere secondo i nostri bisogni ed i nostri desideri.

Ci dicono che dobbiamo rimanere tra i banchi di scuola e dell’università, seduti composti e in silenzio, ci ripetono che alzare la testa non serve a niente, che dobbiamo solo studiare e ascoltare il nostro professore. Eppure più stiamo dietro ai banchi, più non ne possiamo più dei soprusi, dei ricatti dei docenti sul voto alle verifiche o agli esami, dei dirigenti scolastici, dei rettori, delle scelte sempre e soltanto calate dall’alto sulle nostre teste, di sentirci ripetere che siamo clienti. No: noi non siamo clienti, perché le scuole e università non sono aziende. Sono loro che provano a renderle tali, le trasformano in spazi sempre più autoritari e svendono il percorso didattico ai privati. Non ci stiamo: questa è una involuzione che non risponde ai nostri bisogni. Noi vogliamo essere cittadini, non clienti. Le scuole ed università devono tornare a essere democratiche e la didattica deve rispondere ai bisogni nostri, non dei singoli imprenditori che pensano solo ai propri interessi.

Siamo la generazione cresciuta a pane e “meno peggio”. Dalla scuola all’università al lavoro, la possibilità di scegliere quello che rispecchiava maggiormente le nostre passioni, le nostre aspirazioni, la nostra idea di futuro, ha dovuto lasciare il posto al ricatto e alla scelta obbligata dell’unica strada che ci avrebbe garantito, dicevano, un futuro. Non importa che tipo di futuro, perché è meno peggio avere un futuro, per quanto brutto possa essere, che non averne affatto. E allora ci hanno detto che l’alternanza scuola-lavoro era necessaria per non arrivare impreparati nel mondo del lavoro, dove tempo per formarsi non ce n’era, e ci hanno ripetuto la stessa solfa per i tirocini all’università. Hanno continuato a dirci che era necessario per il nostro futuro, ma di quale futuro si trattasse non ci era dato saperlo. E intanto, mentre nella speranza di un futuro decente continuiamo a dover sopportare ricatti e sfruttamento, ci facciamo rubare anche il presente.

Siamo anche la generazione che ha deciso di alzare la testa, a partire dai luoghi in cui vive, in cui ritrova una dimensione collettiva, in cui  scopre che i bisogni che sembravano individuali in realtà erano di tutti: scuole e università. L’abbiamo fatto con lo sciopero dell’alternanza scuola-lavoro e con inchieste e mobilitazioni nel mondo dei tirocini universitari, per sostituire alla narrazione dominante fondata sui dogmi di utilità per il mercato e occupabilità la denuncia di condizioni di sfruttamento e lavoro gratuito vero e proprio, rivendicando un ribaltamento completo della relazione tra istruzione e lavoro. Non crediamo che scuola e università e mondo del lavoro siano universi che non debbano parlarsi, ma siamo fermamente convinti che questo rapporto debba fondarsi su paradigmi opposti a quelli che hanno guidato le politiche nazionali ed europee degli ultimi anni: non è l’istruzione a dover essere subordinata al modello produttivo, ma quest’ultimo a dover essere reimmaginato a partire da formazione e ricerca; non sono scuole e università che devono adeguarsi alle richieste del mercato del lavoro, ma questo che deve rispondere all’interesse collettivo.

Hanno provato invece ad imporci la strada da seguire: dalla scelta delle scuole superiori a 14 anni a quella dell’università qualche anno dopo, ci siamo convinti che l’unica cosa importante fosse scegliere quello che ci avrebbe permesso di trovare un lavoro il prima possibile. Ed è ovvio che sia così, in un Paese in cui non si garantiscono in alcun modo le persone dai ricatti,  in cui non si dà nessuno strumento di autodeterminazione reale, in cui si sceglie di non combattere la povertà ma mettere la polvere sotto il tappeto, in cui anche uno strumento che nella teoria dovrebbe servire proprio a combattere ricatti, impoverimento, diseguaglianze, come il reddito di cittadinanza, si riduce all’ennesimo specchietto per le allodole rivelando l’incapacità sostanziale e la mancanza di volontà politica nel rispondere alle necessità reali della popolazione.
Un lavoro da trovare il prima possibile come unica speranza di sopravvivenza, quindi, e poco importa quanto viene pagato questo lavoro, quali diritti e quali tutele vengano garantiti, in che misura risponda ai percorsi formativi che abbiamo affrontato. Un lavoro da trovare il prima possibile, oppure l’altra scelta che tanti, troppi nostri coetanei continuano a fare, spesso più obbligati dalle condizioni che di propria volontà, quella di partire e lasciare la propria terra.

Ecco perché come studentesse e studenti saremo in piazza a Bologna il 1 maggio, perché non c’è cambiamento possibile che non parta dalle scuole e dalle università. Perché è da lì che vogliamo rivendicare gli strumenti, i tempi e gli spazi per reimmaginare il modello di sviluppo, guardando alla tutela delle persone e dell’ambiente. Perché è dal ribaltamento del dogma dell’occupabilità a tutti i costi che vogliamo mettere al centro del dibattito l’urgenza di un cambiamento radicale nella formazione così come nel mondo del lavoro: non ci servono classifiche tra scuole e atenei e parcellizzazione delle conoscenze, non ci servono privati a cui svendere i luoghi della formazione, né aule in cui allenarci a ritmi disumani e massacranti o aziende in cui farci sfruttare per poter prendere il diploma o la laurea, obbligati a competere con i nostri compagni di banco e mettere da parte le nostre speranze, individuali e collettive, in un futuro più degno, più giusto.

Non vogliamo un futuro di disoccupazione e povertà, ma non vogliamo neanche barattare la speranza di un futuro fatto in ogni caso di precarietà e lavoro povero con un presente di diseguaglianze, competizione, ricatti, sfruttamento, impossibilità di decidere sul nostro percorso formativo, negazione quotidiana del diritto allo studio. Il nostro futuro è ora, e lo costruiamo qui, a partire da questo presente, cambiando il sistema!

Il primo maggio saremo in piazza anche contro i cambiamenti climatici e la devastazione ambientale che ci stanno letteralmente privando di un futuro. Nel nome di un progresso incondizionato, continuo ed energivoro è stata sacrificata la vita delle persone, generando diseguaglianze e ingiustizie. Da tempo tempo ormai la comunità scientifica e tantissimi attivisti e cittadini gridano al mondo quello che la politica continua ad ignorare: o ripensiamo il nostro sistema di sviluppo oppure tra una manciata di anni i cambiamenti climatici saranno irreversibili e comprometteranno la qualità della nostra vita sulla terra, nonché la nostra sopravvivenza sulla stessa. Quello che sta accadendo non ci deve cogliere di sorpresa, quindi, non accade all’improvviso, ma è un processo relativamente lento quanto inesorabile: il discioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai sulle catene montuose, la variazione delle correnti oceaniche, l’aumento della frequenza di eventi atmosferici estremi, sono solo alcuni dei segnali che ci porteranno, infatti, a vedere la fine della biodiversità, l’esaurirsi delle risorse, il diffondersi dell’inquinamento, la perturbazioni dei cicli naturali. Negli ultimi tre decenni si è registrato un costante aumento della temperatura media, più che in tutto il resto della storia dell’uomo dalla sua apparizione sul pianeta, e secondo le ultime stime del IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) la previsione più ottimistica è che entro 11 anni la temperatura si alzerà ancora di 1,5 gradi centigradi.

Di fronte a questo scenario per noi la soluzione è una sola: costruire un’alternativa ecologica a livello internazionale e costruire una transizione ecologica immediata del sistema in cui viviamo. Per questo motivo pensiamo che i governi -a tutti i livelli- debbano smettere di sacrificare la democrazia nel nome del profitto di pochi; per noi ecologia vuol dire innanzitutto giustizia sociale, infatti. Vuol dire che i cittadini non possono essere le vittime di chi ha deciso di distruggere e devastare le nostre terre. Vuol dire che non possiamo essere costretti a migrare per colpa dei cambiamenti climatici, Vuol dire che non possiamo veder morire i nostri concittadini a Taranto o nella Terra dei Fuochi. Vuol dire che i monopoli delle grandi industrie che distribuiscono energia sporca e non rinnovabile non devono esistere. Vuol dire che dobbiamo emanciparci dall’energia fossile. Vuol dire che  si devono trovare nuovi posti di lavoro investendo sulle rinnovabili.

Siamo pronti a tutto questo? Per noi non esiste nessun’altra alternativa.

 

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