Dall’Italia all’Argentina, Ni Una Menos! – intervento di Marta Dillón

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    Condividiamo con voi la traduzione dell’intervento di Marta Dillón di Ni Una Menos Argentina, tenuto nel corso dell’Assemblea Transnazionale di Non Una Di Meno a Verona (traduzione di Ludovica Costantini)

     

    Compagn*, sono molto emozionata.
    La giornata di ieri ci ha rafforzato molto. Credo che anch’io, come la compagna polacca, sono dipendente dalle manifestazioni femministe, poiché penso che quando occupiamo le strade sperimentiamo il mondo che vogliamo, ed è bello pensare che questo è quello che stiamo costruendo.

    Vorrei raccontare alcune cose dell’Argentina, anche se molte di voi già le conoscono. Cercherò di essere breve ma comunque mi interessa condividere le nostre esperienze. Prima però voglio sollevare una questione, una preoccupazione, perché penso che qui non siamo tutte: mancano le migranti, le nere, le trans, e questa è una criticità che dobbiamo affrontare, perché il movimento femminista non può essere tale senza queste soggettività e senza tutte le altre soggettività subalterne che si trovano sotto attacco.

    In Argentina siamo scese in strada per la prima volta nel 2015 con il movimento #NiUnaMenos, e fu un salto molto importante, [poiché] ha trasformato il movimento in un movimento di massa, basato su delle modalità di pratica molto particolari, che sono gli incontri nazionali delle donne. Questi incontri oggi, 4 anni dopo, si sono rinominati incontri internazionali di donne, lesbiche, trans e travesti. Internazionali, proprio per riconoscere tutte le nazioni e i popoli esistenti e le radici indigene dei nostri territori, nonostante i 526 anni di colonialismo.
    Travesti è il modo in cui le donne trans si denominano in Argentina, per riconoscere l’intersezione tra l’identità di genere e l’identità di classe. Travesti è un’identità di povertà, un’identità sudamericana, ed è per questo che la rivendichiamo.

    Ni una menos scende in piazza per dire basta alla violenza machista, per rivendicare il proprio grido di indignazione che si vincola e si articola nel tempo anche con il movimento del Nunca Más, risalente a quando terminò la dittatura militare ed iniziammo a chiedere giustizia per il terrorismo di stato. Per questo, Ni Una Menos entra con forza nella sfera dei movimenti per i diritti umani: è un femminismo di strada, un femminismo che entra nei territori, nei quartieri difficili (infatti in Argentina quasi il 30% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, e la maggior parte di questa povertà è vissuta da donne, lesbiche e travesti).

    Come vi ho detto, quindi, nel 2015 siamo scese nelle strade, ma nel 2016 vi fu un salto enorme, quando ci fu il femminicidio di Lucía Perez, che non solo fu un attacco contro una ragazza molto giovane, di soli 16 anni, ma in più aveva i segni del colonialismo: questi segni sono rimasti impressi sul corpo di Lucía, che fu uccisa il 12 ottobre, giorno in cui si commemora la conquista dell’America, e fu impalata e torturata con le stesse modalità che i colonialisti utilizzavano contro le popolazioni occupate. Questa congiunzione ci ha fatto scendere in piazza e abbiamo deciso di portare nelle strade non solo questo, ma anche l’immaginario che ci veniva riportato dalle compagne polacche dopo lo sciopero del 3 ottobre 2016.

    Ed è per questo che abbiamo scioperato il 19 ottobre 2016, ci siamo fermate, e abbiamo fatto una piccola rivoluzione utilizzando e mutuando uno strumento sindacale, che abbiamo costruito con le compagne sindacaliste (mi sembra molto importante sottolineare il processo di accompagnamento delle compagne nei sindacati, che sono tradizionalmente strutture chiuse e patriarcali, processo con cui cerchiamo di contaminare con il femminismo chi si trova in queste strutture affinché si possano ribellare al patriarcato). Da quel momento in poi, dal 2016, lo sciopero è cresciuto, in tre anni, fino ad oggi.

    Per quanto riguarda lo sciopero femminista, credo che le compagne abbiano già detto molto: abbiamo iniziato a classificare i conflitti sociali e problematizzare il lavoro di cura, ribadendo che si tratta di una cura collettiva, che deve uscire dalla realtà chiusa della famiglia eteropatriarcale. In questo senso, il #CongressoMondialedelleFamiglie, o anche le strutture di potere come la chiesa o i partiti politici, vogliono presentare un’idea di famiglia come una macchina della violenza: a questo noi rispondiamo con un’altra idea di famiglia, non basata su relazioni di sangue o sull’amore di coppia, ma su un sistema di relazioni reciproche, su un sistema collettivo di cura che riesce a porre in relazione dialettica la vulnerabilità e la forza.

    Voglio, però, arrivare all’enorme lotta che abbiamo portato avanti l’anno scorso sulla legalizzazione dell’aborto, una lotta che chiaramente non è nuova ma si è rafforzata ed è vincolata alla crescita della marea. Come Ni Una Menos vogliamo emanciparci dalla violenza machista, vogliamo riappropriarci della sessualità delle donne, dei trans, delle lesbiche, dei travesti. Vogliamo uscire da questa dinamica che inserisce la sessualità in un sistema di colpe e castighi, che porta a condannare l’aborto. In questo senso, questa lotta ha fatto uscire allo scoperto i nostri desideri e le nostre pratiche sessuali, ha fatto uscire allo scoperto gli aborti, perché l’aborto l’hanno vissuto le nostre nonne e le nostre figlie, e parlandone tutte insieme quel che ci accomuna è che nessuna donna lo ha fatto sola, c’è sempre qualcun* che ci tiene la mano: questo evidenzia il vincolo di forza tra le compagne.

    Ovviamente parliamo di #sanitàpubblica, ovviamente parliamo di autonomia dei nostri desideri e delle nostre decisioni, del fatto che non vogliamo riconoscere ed accettare la maternità come destino obbligato.
    Una cosa molto importante è che la Chiesa Cattolica, così come quella Evangelica, hanno cercato di convincerci che le donne povere e le migranti non vogliono abortire. Ma noi abbiamo iniziato a tessere vincoli in questi ultimi anni, tramite le assemblee femministe nei luoghi di conflitto, nei luoghi più lontani dai centri urbani e più vulnerabili economicamente, lì sono state le donne a dire in prima persona “Sì, noi vogliamo abortire” e ognuna parlò per sé stessa: lì ci fu un salto molto importante perché, come diceva la compagna polacca, quel che fa la retorica antiabortista è parlare in nome delle povere, delle migranti, sostenendo che queste categorie desiderano la maternità, ma in Argentina sono state proprio le compagne dei barrios a dire che sì, vogliono il diritto abortire.

    In questo senso in Argentina la lotta antiabortista ha un respiro molto più ampio, poiché bisogna leggere sempre ciò che succede attraverso le lenti del #colonialismo: l’approvazione della legge che garantisce l’aborto in Argentina avrebbe portato a dover far approvare la stessa legge in tutta l’America Latina e né la chiesa cattolica né quella evangelica l’avrebbero mai permesso.

    Vorrei dedicare l’ultima parte dell’intervento a quel che non siamo ancora riuscite a fare: non siamo riuscite a costruire una forma di organizzazione politica di questa marea che sia libera da sistemi rappresentativi, e questo è un debito enorme su cui dobbiamo lavorare e riflettere. E nemmeno siamo riuscite ad elaborare un pensiero sul potere.
    Cos’è per noi il potere?
    Ci sono tante donne che vivono sotto la soglia di povertà e che sono vulnerabili, e quindi oggi non possono essere qui.

    Crediamo che sia necessario imporre contro la pedagogia della crudeltà (espressa con il #femminicidio, con la proibizione dell’aborto o con l’imposizione della famiglia eteropatriarcale) una pedagogia femminista: momenti come la giornata di ieri sono pedagogia femminista; la cura collettiva, il riconoscimento reciproco, uscire a cercare le compagne che non sono con noi oggi: questa è pedagogia femminista.

    Nos mueve un deseo, porque estamos luchando contra el patriarcado: es de vida o muerte compañeras!
    ¡NI UNA MENOS!

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