Mafia e devastazioni ancora all’orizzonte. Ora basta, decidiamo noi!

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    Nelle prossime settimane l’Italia sarà attraversata da centinaia di iniziative e da importanti manifestazioni per proporre scelte politiche alternative a quelle che ci hanno portato – e 
    continuano a portarci – verso un Paese attraversato da ingiustizia, violenza e rassegnazione. Con tantissimi studenti parteciperemo alle manifestazioni del 21 marzo – Giornata della memoria delle vittime innocenti delle mafie – e alle mobilitazioni del Fridays For Future il 15 marzo e del corteo nazionale del 23 marzo a Roma contro le politiche dannose per l’ambiente, perché vogliamo decidere noi un progetto politico per un futuro migliore.

    Il nostro futuro viene costantemente deciso da altri, una minoranza che stabilisce la distribuzione della ricchezza e del potere senza alcuna democrazia reale.

    La politica, che dovrebbe essere la ricerca collettiva di soluzioni per i problemi dei cittadini, è diventata sempre più un concetto estraneo e negativo per tanti di noi proprio perché i rappresentanti nelle istituzioni non hanno dato una reale risposta ai nostri bisogni, semmai hanno continuato a riprodurre l’ingiustizia sociale.

    I nodi della decisionalità e del controllo popolare sono strettamente connessi a quello della democrazia. Questo non riguarda solo le risorse naturali, ma, ad esempio, anche l’utilizzo dei beni confiscati alle mafie che devono essere consegnati alla collettività. Una norma inserita nel decreto sicurezza prevede l’ipotesi di vendere ai privati i beni immobili e le aziende confiscate alla mafia, con il rischio che la criminalità organizzata se ne riappropri utilizzando dei prestanome.

    Nonostante la continua campagna elettorale permanente finga di avere al centro del dibattito temi come povertà, lavoro, prospettive di futuro per noi giovani nulla è stato realizzato per invertire davvero la rotta, dall’assenza di finanziamenti all’istruzione alla totale inconsistenza di investimenti per uno sviluppo sostenibile, inoltre per smorzare le lotte territoriali contro la realizzazione di grandi opere inutili, come la TAV o la TAP, se ne giustifica continuamente la costruzione con la creazione di nuovi posti di lavoro, sottoponendo al ricatto coloro che vivono nelle regioni strette dalla morsa della disoccupazione. Quando questi ecomostri arrivano a danneggiare non solo lo stato dell’ambiente circostante, ma anche la salute degli abitanti dei territori in questione, il ricatto ambiente/lavoro impedisce ai cittadini di combattere una battaglia che si gioca sulla salute propria e delle proprie famiglie. La salute e la sopravvivenza dei molti vengono sacrificate in nome del profitto. Allo stesso tempo, sempre più aree della Terra sono rese inabitabili dal cambiamento climatico, causato da un utilizzo delle risorse, concentrate nelle mani di pochi, irresponsabile e insostenibile.  Abbiamo soltanto 12 anni per convertire ecologicamente il nostro modello di sviluppo, prima che gli effetti del cambiamento climatico raggiungano livelli devastanti e irreversibili. Le voci degli studenti e delle studentesse, di un’intera generazione che sta lottando per il proprio futuro e quello del Pianeta, dovranno essere ascoltate dai governi mondiali prima che sia troppo tardi.

    Crediamo che scuole e università dovrebbero al centro del ripensamento delle nostre città e del nostro modello produttivo, in termini di riqualificazione del territorio, di progettazione di infrastrutture sostenibili capaci di rendere le nostre città davvero sostenibili e a misura di cittadino.

    Tutto ciò risulta ad oggi impossibile se consideriamo la situazione dei luoghi della formazione.

    Alla fine degli anni 60’ si parlava di scuola come “ascensore sociale rotto”. Solo i figli delle élite riuscivano a completare gli studi e l’80% dei figli di operai e contadini non raggiungeva la formazione superiore poiché costretti a lavorare. Cosa è cambiato oggi?

    Ad oggi siamo uno dei paesi più immobili. Il primo ostacolo alla mobilità sociale è ancora l’istruzione: su 100 bambini figli di genitori aventi come titolo di studio la licenza media solo il 50% raggiungerà le scuole superiori e solo il 38% conseguirà il diploma; di questi solo 10 riusciranno a laurearsi. Su 100 bambini con i genitori aventi come titolo di studio la laurea in 76 finiranno gli studi e oltre a questo in media, l’ingegnere “figlio di ricco” guadagna di più di un ingegnere “figlio di povero”.

     

    Avere meno opportunità nel nostro paese significa essere nati nelle periferie, in condizioni economiche svantaggiate: dove sono finiti i diritti costituzionali che dovevano portare avanti chi era nato indietro?

     

    Vogliamo organizzarci per condividere un progetto alternativo e conquistare un futuro migliore di quello che ci viene imposto, incontrandoci e prendendo parola insieme.

     

    Leggi la nostra piattaforma –> https://issuu.com/retedellaconoscenza/docs/fronte-compresso 

    Scarica i nostri materiali -> https://goo.gl/8deaah

     

    Contattaci e attivati nella tua scuola o università!

     

    Sul nostro futuro vogliamo decidere noi!

     

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