Scuole e università in agitazione permanente – verso e oltre l’8 marzo!

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    Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo!

    Piattaforma della Rete della Conoscenza verso e oltre l’otto marzo, giornata di sciopero femminista globale! In Italia la giornata è promossa da “Non Una Di Meno”, movimento al quale aderiamo a livello nazionale, animato in tutto il paese da tantissimi collettivi, organizzazioni, centri antiviolenza, spazi e realtà femministe.

    Studentesse in stato di agitazione permanente: firma l’appello! > http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2018/11/20/studentesse-in-stato-di-agitazione-permanente-firma-lappello/

    Leggi il comunicato di Non Una di Meno > https://nonunadimeno.wordpress.com/2019/01/23/non-una-di-meno-l8-marzo-noi-scioperiamo/

     

    Scuole e università in agitazione permanente: perché l’8 marzo noi scioperiamo

    La liberazione dalla violenza di genere e contro le donne è una questione che riguarda tutt*.

    Per troppo tempo discriminazioni, stupri, aggressioni e omicidi sono stati trattati dai miopi dibattiti dei media e dell’opinione pubblica come unici aspetti tangibili della violenza, sottovalutandone il suo carattere strutturale. Le dinamiche di subalternità generate dall’eteropatriarcato ed i rapporti di potere tra i generi, infatti, continuano ad imbrigliare la nostra società, declinando la violenza di genere in molteplici sfaccettature, lasciandole campo libero d’azione in ogni sfera del nostro vivere. Ad oggi, infatti, non è più accettabile l’idea per cui chi perpetua la violenza sia una cellula impazzita, un elemento scollato dalla società, e chi la subisce sia un elemento debole o fuorinorma, perché il carattere sistematico e strutturale della violenza, nelle sue diverse forme e nelle sue diverse sfaccettature ci rende tutte e tutti coinvolti.

    Prendere posizione ed agire contro la violenza significa decostruire i ruoli di genere e scardinare i paradigmi che creano ruoli precostituiti all’interno della nostra società. Le impostazioni sociali, infatti, riguardano tutti i generi, ed è necessario mettere quotidianamente in discussione gli archetipi, femminili e maschili, che educano alla standardizzazione e non permettono il riconoscimento del machismo e del sessismo, figli della stessa matrice patriarcale. Scardinare gli stereotipi sociali, a partire da quelli relativi all’amore ed alle relazioni, uscire dai rapporti tradizionali di forza e di possesso, costruire un’idea sana e libera di affettività e di sessualità significa compiere un primo passo verso un cambio di rotta. L’educazione sessuale e alle differenze nelle scuole, in questa prospettiva, gioca un ruolo fondamentale nel sottrarre alla cultura familiare ed alle immagini stereotipate dell’industria pornografica la prerogativa di educare alla scoperta del corpo e del proprio orientamento sessuale.

     

    Per invertire le relazioni di potere e le logiche di subordinazione, tuttavia, è necessario ripensare l’intero ruolo sociale dei luoghi della formazione, contaminando ogni ambito del sapere e destrutturando l’impostazione patriarcale della cultura e della conoscenza: per questo l’8 marzo sciopereremo nelle scuole e nelle università di tutto il paese.  Ripensare i saperi in ottica femminista, infatti, significa valorizzare il loro potenziale trasformativo nei confronti del sistema.

     

    Radici e rami della violenza sistemica

    Nelle scuole e nelle università, luoghi che dovrebbero essere sicuri ed insegnare rispetto, uguaglianza ed emancipazione, ogni giorno le studentesse hanno da interfacciarsi con un ambiente violento e ostile, in cui maschilismo e discriminazione sono all’ordine del giorno.
    Continuano a moltiplicarsi i casi di abusi e molestie da parte di professori e compagni di classe, e l’oppressione a quelle studentesse e quegli studenti che denunciano o che si battono per un mondo libero dal maschilismo.
    Altro fenomeno preoccupante è quello della violenza di genere in alternanza scuola-lavoro: oltre al maschilismo spesso insito nella distribuzione degli stage, solitamente divisi tra lavori “maschili” e “femminili”  – conseguenza anche della pre-canalizzazione degli indirizzi di studio -, negli ultimi anni sono stati documentati casi, come quello di Monza, di molestie sullo stesso luogo di alternanza, dove la denuncia è ancora più complessa vista la condizione di subalternità vissuta dallo studente in ASL, privo del diritto di chiudere unilateralmente il rapporto di stage senza subire conseguenze negative.
    Nelle scuole poi docenti, presidi e gruppi-classe sono spesso colpevoli di minimizzare o nascondere gli accaduti, proteggendo sempre l’insegnante o il “maschio forte” del gruppo, con la paura che l’emergere del fenomeno sia una cattiva pubblicità per una scuola-azienda sempre più simile ad un ente privato che deve promuoversi per raccogliere iscritti come se fossero clienti.
    Altra grave minaccia e forma di violenza è quella  della presenza di organizzazioni fasciste e gruppi “pro-life” nelle scuole, questi ultimi con l’obiettivo di insegnare una cultura patriarcale e retrograda che toglie alle donne il diritto di decidere sul proprio corpo.
    La riproduzione della violenza in questi luoghi, quelli in cui per definizione si forma la società del futuro, è gravissima proprio perché funzionale a preparare, insegnare ed abituare alla violenza, normalizzandola.
    Per questo è necessario rendere scuole e Università spazi femministi in cui, tramite l’organizzazione di studenti e studentesse, si eliminino alla radice la violenza ed il pensiero machista, a partire dalla costruzione di sportelli anti-violenza, distribuzione gratuita di preservativi e assorbenti, educazione sessuale e all’affettività ai fini di creare collettivamente un ambiente in cui le molestie non siano più all’ordine del giorno, e dove ci si possa sentire liber* di denunciare.
    Esempio virtuoso è quello di S.Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, dove una rappresentante d’istituto è stata vittima di un attacco di bullismo ed è stata presa di mira con insulti sessisti a causa del suo impegno femminista: immediatamente gli studenti e le studentesse della scuola si sono mobilitati e mobilitate in solidarietà. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno, una risposta collettiva studentesca, che non lasci nessuna da sola.
    Solo creando consapevolezza e liberando i luoghi della formazione sarà possibile costruire una società libera da sessismo e patriarcato, solo scuole e università potranno sovvertire la l’impostazione culturale predominante e modificare radicalmente la società tutta!

    A partire dal ruolo trasformativo che i saperi hanno all’interno della nostra società, è infatti necessario prendere consapevolezza del fatto che le discriminazioni e le disuguaglianze che sono presenti all’interno dei luoghi della formazione siano paradigmatiche rispetto a tutte le sfere del sociale. Il mondo del lavoro, in primis, continua ad essere lo specchio di un sistema basato su logiche di potere profondamente subordinate ad una cultura eteropatriarcale. Assistiamo con sempre maggiore intensità allo svilupparsi di processi di femminilizzazione del lavoro: all’aumento quantitativo delle donne lavoratrici si affianca una vera e propria modifica qualitativa del lavoro, che di fatto relega la maggioranza delle donne al settore terziario. Ad oggi, inoltre, la differenziazione delle mansioni spesso continua ad essere operata sulla base della divisione tra i due sessi biologici, sulle “inclinazioni” personali basate sulle stereotipate considerazioni che da essa derivano e sulle stesse aspirazioni personali indotte dalla socializzazione del genere; in un simile panorama, la visione neoliberista del sistema lavorativo, promuovendo il paradigma della produttività, del merito e della valorizzazione individualistica delle logiche di rendimento innesca malsane dinamiche di competitività e di precarietà generale, che legittima e giustifica lo sfruttamento e le discriminazioni sui luoghi di lavoro, specialmente nei confronti delle soggettività più esposte.

    Cercare di invertire la rotta significa chiedere uguali possibilità di accesso al mondo del lavoro e parità di carriera, a partire dall’eliminazione del gender pay gap e del soffitto di cristallo; significa poter godere di autodeterminazione nella gestione del lavoro, attraverso nuove formule che permettano alle donne di essere libere nelle proprie scelte di accettazione o rifiuto della maternità, di decisionalità riproduttiva, per una liberazione dalla schiavitù del lavoro precario e mal retribuito.

     

    Se le diseguaglianze di genere si rafforzano dietro i banchi di scuola

    Ogni giorno all’interno delle nostre scuole ci imbattiamo in fenomeni di sessismo e violenza frutto del sistema etero-patriarcale che vige all’interno della nostra società: non sono eventi sporadici, infatti, ma risultati di scelte politiche che hanno alimentato gli stereotipi di genere sfruttando anche i luoghi della formazione per riprodurli nelle suo varie forme.

    Uno di questi è infatti il fenomeno della pre-canalizzazione nel sistema scolastico che continua a riprodurre e legittimare gli stereotipi e fa da terreno fertile per le diseguaglianze di genere che vediamo nel mondo dell’università e nel mondo del lavoro.
    Se a partire dalla scuole elementari  ci viene insegnato cosa è da ‘’femmina’’ e cosa è ‘’da maschio’’, dai colori ai giochi come anche nel caso dei ‘’lavori’’, quando si arriva alla scelta del percorso delle scuole superiori questo fenomeno si mostra in tutte le sue contraddizioni: i dati per le iscrizioni dell’anno 2017-2018 mostrano un’incidenza di 7 ragazze su 10 nei licei contro il 3 su 10 per gli istituti tecnici e professionali ma non solo, esistono infatti sostanziali differenze anche all’interno dei Licei stessi li dove le iscrizioni nei Coreutici e nei Licei ad indirizzo Scienze umane sono rispettivamente pari al 91,8% e all’89,5% rispetto al dato dei Licei Scientifici dove l’incidenza femminile scende sotto al 50%.

    Questi dati ci mostrano come ad oggi se da una parte la scelta del percorso formativo continua ad essere legato in modo indissolubile alla condizione economica di partenza a questo si intreccia il permanere e la riproduzione all’interno delle nostre scuole l’idea per cui il genere possa in qualche modo determinare le nostre attitudini e le nostre passioni producendo lo spostamento sui percorsi umanistici delle ragazze e sui percorsi tecnico-scientifici dei ragazzi e non come frutto di mera scelta individuale o data da fattori contingenziali ma risultato di un determinato schema sessista di ruoli di genere: abbiamo la necessità di scardinare questa logica e affermare che chiunque, a prescindere dalla propria identità di genere o orientamento sessuale, può intraprendere qualsiasi percorso formativo e quindi qualsiasi tipo di lavoro. Come? Partiamo dalla didattica dove le donne continuano ad essere raccontate solo come mogli, madri o figlie eliminando il ruolo fondamentale e il contributo che hanno dato alla storia, alle arti cosi come alla scienza nonostante tutti gli ostacoli di natura economica e sociale che hanno trovato sul loro percorso.

    Con l’obbligatorietà dell’alternanza scuola-lavoro, inoltre, il sessismo che permea i luoghi della formazione ha avuto un ulteriore forma in cui esprimersi in tutta la sua violenza: a partire dal già citato caso di Monza fino ad arrivare a tutti gli annunci pubblicati in cui veniva specificato non solo il genere richiesto per l’esperienza di alternanza, che si innesta perfettamente nel fenomeno della pre canalizzazione della scelta del percorso formativo,  ma anche criteri legati al fisico e alla bellezza della ragazza li dove lo standard di bellezza deve rispettare quello egemonico creando una vera e propria gerarchia anche nella possibilità di accedere ai percorsi di alternanza. A questo modello di alternanza noi contrapponiamo lo strumento dell’istruzione integrata che non solo ribalti i rapporti di forza con il mondo del lavoro che vuole le scuole piegate ai bisogni delle imprese ma che sia anche strumento di emancipazione dai ruoli di genere e autodeterminazione per tutte le studentesse e gli studenti.

    Se a scuola già è quindi presente una pre-canalizzazione formativa di genere, è nel passaggio all’università e, ancor più, al mondo del lavoro, che questa si afferma un elefante nella stanza che non è possibile continuare a ignorare. Se guardiamo la percentuale di donne e di uomini iscritti ai corsi di laurea, secondo l’OCSE, troviamo una percentuale assai alta delle prime nei percorsi umanistici ed artistici, con picchi del 94% nei settori educativi, e una percentuale assai alta dei secondi in quelli ingegneristici, con circa il 79% di uomini iscritti. Non significa che le donne non si iscrivano in assoluto ai settori scientifici, ma tra questi, sono le scienze della vita (dal chimico farmaceutico al biomedico-sanitario passando dal geo-biologico) a vedere un consistente numero di studentesse iscritte, a differenza delle scienze dure, che restano un ambito quasi del tutto maschile. Non si può ridurre questa sproporzione a risultato di scelte individuali svincolate dal contesto, è evidente al contrario come siano il prodotto di una società che fin dall’infanzia prepara le bambine ad un futuro e i bambini ad un altro, senza che le loro passioni trovino spazio in questa divisione rigida, che rispecchia un mondo del lavoro segnato da una profonda divisione sessuale. Non è solo una questione di mansioni e di settori occupazionali, ma anche di salario, di formula contrattuale, di tasso di occupazione, di posizione.

     

    Genere, lavoro, povertà: una battaglia che riguarda tutt*! 

    Le gerarchie di genere sono sempre anche gerarchie di potere: in alcuni ambiti questo fatto risulta particolarmente evidente, e il lavoro in tutte le sue sfumature è certamente uno di questi. Molte sono le questioni lavorative che riproducono le disuguaglianze a partire da rapporti di forza; il gender pay gap è certamente una delle più evidenti, ma si unisce a un’altra serie di gravi mancanze sistemiche su cui si basa il mantenimento stesso del modello capitalista, come la mancata retribuzione del lavoro di cura e la richiesta alle donne di prestazioni sempre più efficienti, ma senza tener conto della divisione sessuata della cura.

    Il 3 novembre scorso era il cosiddetto equal pay day, giornata che con l’eguaglianza ha poco a che fare: indica infatti il momento a partire dal quale, fino alla fine dell’anno, le donne offrono “gratuitamente” le proprie prestazioni lavorative. Sembra un paradosso, ma è quello a cui si arriva considerando le differenze retributive in busta paga rispetto ai colleghi uomini. Considerano poi i part-time involontari e le differenze nel tasso di occupazione, si giunge a una conclusione ancor più drammatica: è come se le donne lavorassero gratis già da giugno. E infine, guardando alle posizioni: le posizioni manageriali, nel nostro Paese, sono ricoperte al 78% da uomini. Perché, si sa, le donne non possono ambire a ruoli dirigenziali, figuriamoci poi se i “sottoposti” sono di sesso maschile.

    Allora, forse ci sono più cose da fare, perché rivendicare l’equità salariale non basta. Per cambiare questo quadro, si deve partire dalle fondamenta: cambiare il mondo dell’istruzione e dell’educazione, a partire da quello che si insegna ai bambini e alle bambine, rifiutando una volta per tutte l’idea che se sei femminuccia a Natale ti regaliamo la cucina giocattolo e ti iscriviamo a danza e se sei maschietto invece dovrai per forza fare calcetto e giocare con le macchinine. Smetterla di indirizzare le studentesse e gli studenti verso determinati percorsi di studi esclusivamente in virtù degli sbocchi occupazionali, riproducendo la narrazione dominante che fa della divisione sessuale del lavoro una realtà immutabile. Finirla, una volta per tutte, di imporre le caratteristiche necessarie alla leadership: autorità, insensibilità, durezza, forza muscolare. E capire che la soluzione per combattere le diseguaglianze materiali e di accesso al mondo del lavoro non possono essere i sussidi e i bonus una tantum, ma una ristrutturazione complessiva del mercato del lavoro, che riconosca pari diritti e pari opportunità, rifiutando la femminilizzazione del lavoro come esperimento di precarizzazione e segregazione occupazionale ma costruendo al contrario le condizioni per un accesso paritario ad un lavoro di qualità, che segua non presunte inclinazioni innate dettate dagli stereotipi di genere, ma la necessaria autodeterminazione di tutte e tutti.
    Una direzione ben diversa da quella intrapresa dai governi del nostro Paese: se il carattere misogino dell’esecutivo gialloverde si rivela esplicitamente in proposte quali quella del DDL Pillon, che fa delle diseguaglianze economiche tra uomo e donna uno strumento di intimidazione e controllo, mascherandoli con una falsa retorica legata alla tutela dei bambini (che per primi subirebbero gli enormi danni di un provvedimento del genere), è a partire dalle politiche su welfare e lavoro che si consolidano le diseguaglianze di genere.

    La maggior parte del precariato è donna e ciò si ripercuote sulla vita di moltissime ponendole in condizioni di ricatto e non di rado costringendole ad accettare lavori retribuiti peggio e con meno garanzie.
    Ciò è evidente dai dati su povertà e occupazione: l’occupazione femminile è al 49,7%, -18,3 punti % di quella maschile; l’inattività femminile al 44%, +20 punti % di quella maschile (ISTAT, 2019); il differenziale salariale di genere complessivo al 43,7% (Commissione Europea, 2018). 2 milioni e 472mila sono le donne in povertà assoluta e 4 milioni e 669mila quelle in povertà relativa (ISTAT, 2018). In antitesi a questo quadro desolante esiste sottotraccia, nella storia delle donne e dei movimenti femministi, la rivendicazione per un’uguaglianza non formale, ma sostanziale, che si traduca nella reale possibilità di autodeterminarsi ed emanciparsi da logiche di sfruttamento ricorsive.

    Un esempio di questo è la proposta di reddito di autodeterminazione universale di Non Una di Meno (contenuta già nel Piano Antiviolenza) che, oltre ad aggirare la discriminazione razzista e il ricatto insiti nell’idea di reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle, mette in critica un modello di welfare familistico che incentiva il ricatto affettivo e la dipendenza delle donne, in nuclei familiari poveri, dai partner.

    Il modello di reddito di cittadinanza varato poco tempo fa dal governo giallo-verde, invece, non è universale ed è una misura incompleta e manchevole perché non si rivolge a un’ampia fetta di povertà, perpetuando un elemento discriminante rispetto alle soggettività migranti che non hanno cittadinanza europea, che non sono lungo soggiornanti e che provengono da Paesi che non hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale.
    Inoltre, questo modello appare ancora come familistico. Si rivolge alla famiglia e non alla singola persona. Basti pensare che il sostegno economico sarà calcolato sulla base del numero dei componenti della famiglia e su base annua.
    Questo significa non soltanto che la forma reddituale resta ancorata ad un’idea di parziale contrasto alla povertà piuttosto che all’emancipazione, ma anche che ad essere discriminate saranno anche tutte quelle donne divorziate o separate.

    Al contrario, il reddito di autodeterminazione è pensato infatti come strumento di autonomia e liberazione dalla violenza di genere, dalla violenza economica e dalla violenza razzista, dalla precarietà, dallo sfruttamento, dal ricatto del lavoro. Deve essere pertanto universale e incondizionato, rivolto alla singola persona e non al nucleo familiare, slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno. Garanzia di indipendenza economica per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita da relazioni violente, in casa come sul luogo di lavoro; possibilità di rifiutare i lavori sottopagati, umilianti, un dispositivo di attacco e non di arretramento. Un reddito che non regala nulla alle imprese, al contrario: deve accompagnarsi a un salario minimo europeo, per contrastare i salari da fame e i meccanismi di gender pay gap, di dumping salariale e di segregazione lavorativa delle donne e delle/dei migranti.
    C’è bisogno di infrastrutture sociali in grado di liberare i tempi di vita, di affrontare la questione del lavoro riproduttivo e di cura come un problema che riguarda la società tutta e non soltanto, “naturalmente”, le donne.

     

    Saperi sovversivi e femministi: la trasformazione della didattica contro il patriarcato

    Il sapere non è neutro. Non è neanche singolare: non esiste il sapere, ma esistono molteplici saperi, e la loro diffusione – o, di contro, la loro rimozione – è specchio dei rapporti di potere esistenti. Guardando al mondo della formazione italiano, ma non solo, esiste oggi un grande assente: i saperi femministi, le storie di donne, le donne che hanno cambiato la storia, non esistono sui libri. La storia, la letteratura, la filosofia e la scienza che studiamo sono tutte declinate al maschile, o, meglio, declinate al maschile occidentale eteronormato. Ogni tanto, certo, emerge qualche figura femminile: quelle sufficienti a far crescere intere generazioni convinte che una scrittrice possa scrivere solo d’amore romantico, oppure che solo le mogli di meritino di essere ricordate. Studiamo una storia scritta dai vincitori, che riproduce secoli e secoli di patriarcato, rendendo così la conoscenza strumento di riproduzione delle diseguaglianze legate al genere, invece che di emancipazione, autodeterminazione, sovversione dell’esistente. Nelle scuole come nelle università, la trattazione di figure femminili nelle arti, nelle scienze, nella poesia, nella letteratura e nella storia viene consegnata a poche docenti particolarmente sensibili, quando dovrebbe essere una responsabilità dell’intero sistema di istruzione, che attraverso questa rimozione dimostra di voler del tutto abdicare al suo ruolo di cambiamento della società.

    Quando va bene, a scuola si ha l’occasione di fare qualche corso di approfondimento, e all’università – in pochi corsi di laurea di pochissimi atenei – si è fortunate e ci si imbatte in un esame di Gender Studies: sono eccezioni che si possono contare probabilmente sulle dita di una mano, a dimostrare ancora una volta come esista la necessità di modificare profondamente la didattica, rifiutando la relegazione del ruolo della donna alle appendici tematiche o ai paragrafi a fine capitolo, ma stimolando invece un cambiamento radicale. E la situazione non migliora spostandosi dalle facoltà umanistiche a quelle scientifiche: sono ancora troppi i corsi di medicina in cui non si parla di aborto se non in termini di condanna morale, impedendo a future generazioni di medici di formarsi su una pratica fondamentale e negando, di rimando, la tutela di un diritto fondamentale a milioni di donne.

    Sovvertire la didattica in ottica femminista, oggi, significa modificare radicalmente il modo in cui ci vengono raccontate la storia, la filosofia, le scienze, mettendo in evidenza la non neutralità di una serie di processi storici che continuano a determinare la persistenza di diseguaglianze ed esclusione di genere, ridando spazio a tutte coloro le quali sono state rimosse dai libri e dalla storia e togliendolo, invece, a chi (sui testi così come a lezione) continua a fare del sessismo una costante. Significa rivendicare un’istruzione che metta al centro una lettura delle discipline fondata sul contrasto al patriarcato e all’attuale sistema socio-economico che ne sostiene, in maniera spesso implicita ma pervasiva, la sopravvivenza. Significa sfatare i tabù e condannare con forza l’obiezione di coscienza all’interno delle facoltà di Medicina.

    E’ una partita che si gioca sui contenuti tanto quanto sui metodi: come si può pretendere di combattere il patriarcato se proprio scuole e università sono luoghi in cui si riproducono machismo e sessismo? Dall’impostazione cattedratica delle lezioni, ai libri di testo che ancora riflettono un’idea retrograda di società, alla prevaricazione e all’autoritarismo come modelli, quella che serve è una battaglia che sovverta scuole e università per come le conosciamo!

    Nelle lezioni o nei libri di testo hai riscontrato contenuti sessisti? Segnalali online taggando le nostre pagine, mappiamo la didattica per sovvertirla!

    C’è poi un altro grande assente dal punto di vista dell’educazione: in scuole e università il tema della sessualità viene affrontato di rado o evitato accuratamente come un tabù da docenti e dirigenti scolastici. Nei casi in cui venga trattato esso è in ogni caso ridotto a singoli incontri, non inseriti nel percorso scolastico regolare e quindi non garantiti a tutti e tutte; basti pensare che il 60% degli studenti e delle studentesse del nostro paese non ha mai partecipato ad una lezione di educazione sessuale. Queste ultime spesso riproducono una concezione eteronormata e duale del sesso improntato esclusivamente alla procreazione, privato di molti suoi aspetti, non sempre conosciuti in maniera chiara da studenti e studentesse: da orientamento sessuale e identità di genere alla masturbazione e alla ricerca del piacere, alla conoscenza del proprio corpo, alla prevenzione. La narrazione dell’amore nel nostro paese all’interno dei luoghi della formazione è ferma, sterile, escludente: essa non prende infatti in considerazione relazioni diverse da quella di coppia, etero, né tratta temi come il sex working e la pornografia. Tutto ciò costruisce un ambiente malsano, non risponde all’alto tasso di disinformazione riguardo sessualità ed affettività e non fa altro che riprodurre quegli stessi luoghi comuni, quello stesso sistema eteropatriarcale in cui viviamo. I saperi, e la loro condivisione, hanno quindi il ruolo di sradicare la violenza di genere in ogni sua forma attraverso l’abbattimento di una retorica radicata nella nostra società, riproposta continuamente e quindi assunta in maniera spesso acritica da giovani e meno giovani.

     

    Quello che vogliamo è tutto quello che ci spetta!

    Il corpo delle donne resta un campo di battaglia. Le tante e diverse forme di violenza che continuano a perpetuarsi necessitano di una risposta generale e di massa, a partire dai luoghi che come studentesse e studenti viviamo ogni giorno, scuole e università.
    Quindi, che fare?

     

    La contraccezione non è un lusso!

    La battaglia per la contraccezione gratuita non è più rimandabile. Sono ancora troppo poche le regioni che si sono dotate di programmi di garanzia della contraccezione gratuita,  nonostante questa sia un punto previsto dalla legge 405 del 1975, limitandola in ogni caso ad alcune categorie e considerando la residenza un requisito fondamentale. Il più delle volte, dunque, il costo della contraccezione è tutto a carico dell’utente, arrivando a costare fino a 300 euro all’anno per le donne.
    A fronte di un ricorso alla contraccezione già molto disomogeneo, con un drastico calo da nord a sud, nonché di profonde differenze nella garanzia di servizi tra i diversi territori (non solo tra le regioni, ma anche tra centro e periferia o città e provincia), l’assenza di programmi attuativi a livello nazionale non fa che cristallizzare una situazione già drammatica.
    Tra i giovani è ancor più necessario e urgente diffondere consapevolezza sui metodi contraccettivi e garantirne l’accesso: per questo continueremo a rivendicare non solo la totale gratuità per tutt* nell’accesso alla contraccezione, ma anche la distribuzione diretta di anticoncezionali all’interno dei luoghi della formazione, una priorità per migliaia di studentesse e studenti.

    Vuoi portare avanti nella tua scuola o nella tua università una battaglia per la distribuzione gratuita di anticoncezionali? Contattaci per costruire insieme un progetto e una vertenza!

     

    Molto più di 194!

    Oggi, in un Paese in cui i picchi di obiezione di coscienza toccano in alcune regioni il 90%, e in cui esistono intere province in cui tutti i medici sono obiettori, la legge 194 è uno strumento fondamentale, ma non ci basta. L’obiezione di coscienza condiziona l’accesso al diritto all’aborto per migliaia di donne, e sono sempre di più i medici, anestetisti, infermieri, farmacisti, ginecologi  che si rifiutano non solo di praticare l’interruzione di gravidanza e l’aborto terapeutico, ma addirittura di fornire prima assistenza medica alle donne intenzionate ad abortire, prescrivere e vendere i contraccettivi d’emergenza o anche, nei casi più gravi, sconsigliare l’uso di preservativi o dei contraccettivi orali in farmacia.
    La battaglia per il diritto all’aborto è una battaglia per l’autodeterminazione, che metta al centro del dibattito l’idea che ogni donna deve essere libera di decidere sul proprio corpo, e che questo potere non può appartenere a nessun altro: non ai medici, non a mariti o compagni, non allo Stato o alla Chiesa.
    Vogliamo molto più di 194: vogliamo decostruire l’idea perversa e paternalista della patologizzazione e sminuizione di una donna che vuole abortire, vogliamo la garanzia di cure e tecnologie all’avanguardia, vogliamo la diffusione della pillola RU486 e l’implementazione dell’aborto farmacologico in tutti gli ospedali pubblici e ambulatori!

     

    Educazione alla sessualità, al piacere, alle differenze: adesso parliamo noi!

    Parlare di sesso all’interno delle nostre scuole è ancora un tabù. Parlarne in un’ottica svincolata dalla sola funzione riproduttiva lo è in misura ancor maggiore. E così, qualsiasi tipo di formazione è relegato alla dimensione familiare (sempre meno) o a internet (sempre di più). Per questo l’introduzione dell’educazione sessuale nei programmi è una necessità, ma purché questa sia spoglia di ogni moralismo. Non ci interessa un approccio catto-bigotto al tema del sesso, vogliamo piuttosto che l’educazione sessuale sia intesa in ottica femminista, che sia tanto strumento utile alla prevenzione e alla consapevolezza sulle malattie sessualmente trasmissibili quanto forma di conoscenza di sé, del proprio corpo, degli altri, come forma di crescita, di educazione all’affettività e alle differenze, di scoperta del piacere.

    Per scardinare la violenza patriarcale, per combattere lo stigma, per garantire la prevenzione è necessario partire da qui.

    Per questo nei prossimi mesi porteremo avanti in scuole e università un percorso di costruzione collettiva di una proposta di educazione alla sessualità, al piacere e alle differenze!

    Vuoi prendere parola o portare nella tua scuola un progetto sull’educazione sessuale? Contattaci e diffondi l’opuscolo “Che cos’è l’amor”!

     

    Violenza di genere? Fuori da scuole, università e dalle nostre vite!

    Scuole e università possono essere presidi femministi e spazi a partire dai quali scardinare la violenza patriarcale.

    Oggi troppo spesso nei luoghi della formazione che viviamo ogni giorno non esistono spazi sicuri nei quali le studentesse vittime di violenza possano trovare ascolto, assistenza, solidarietà. Per questo da anni portiamo avanti la battaglia per l’apertura di centri anti-violenza e consultori in scuole e università, un servizio che riteniamo essenziale e di cui deve farsi carico l’istituzione pubblica.

    Contattaci per portare anche nella tua scuola un progetto o una vertenza in merito!

     

     

     

     

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