Reddito di cittadinanza: hanno davvero abolito la povertà?

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Il Governo ha finalmente approvato il decreto sul reddito di cittadinanza. Come il Governo Renzi approvò i famosi “80 euro” poco prima delle ultime elezioni europee, anche il Movimento 5 Stelle emana il decreto giusto in tempo per la tornata elettorale. Oggi come cinque anni fa, la propaganda annuncia una rivoluzione: Renzi parlava della “più grande operazione di redistribuzione della ricchezza”, mentre Di Maio dice di aver “abolito la povertà”. Noi in questi anni siamo scesi in piazza contro il Jobs Act, rivendicando una politica alternativa: la garanzia di tutele a tutti i lavoratori precari, insieme all’istituzione di un reddito minimo garantito esteso anche agli studenti, per liberarci dal ricatto tra lavoretti sottopagati e povertà. Nel reddito approvato dal Governo Conte, quanto vengono rispettate le rivendicazioni degli studenti e dei lavoratori scesi in piazza contro i Governi precedenti, che in seguito hanno votato in tanti per le attuali forze di maggioranza? Il reddito di cittadinanza di Di Maio e Salvini redistribuisce la ricchezza e abolisce la povertà?

 

Partiamo da un dato di fatto: il reddito di cittadinanza approvato dal Governo è totalmente diverso da quello presentato dal Movimento 5 Stelle in campagna elettorale negli ultimi anni. Invece è praticamente identico al Reddito di Inclusione approvato dal Governo Gentiloni, ma con un numero di beneficiari che arriva a 1,3 milioni di famiglie. La principale differenza con il programma elettorale dei 5 stelle è che lo Stato non darà 780 euro a tutti i cittadini con un reddito inferiore alla soglia di povertà, ma assegnerà una integrazione per chi non arriva a quella soglia. In pratica, se lavori in un call center per 600 euro al mese, non avrai diritto a 780 euro – e quindi la possibilità di rifiutare un lavoro con un salario scandalosamente basso – ma solamente a 180 euro, con il divieto di abbandonare il lavoro nel call center, altrimenti perderai il sostegno al reddito. La più grande delusione delle aspettative dei cittadini che hanno sostenuto le proposte di reddito minimo garantito è proprio questa, perché saremo ancora costretti a fare “lavoretti” sottopagati e in condizioni di forte ricattabilità. Un’integrazione del reddito come quella prevista dal Governo è una legittimazione del lavoro povero, perché lo Stato permette che si continui a lavorare per pochi spiccioli e si limita a compensare l’avidità dei datori di lavoro con i fondi pubblici. Il reddito non deve integrarsi a un basso salario, semmai deve essere una garanzia che ci permetta di abbandonare i lavoretti e non essere costretti a cedere a ricatti.

 

Un’altra grave mancanza del reddito di cittadinanza è il calcolo della situazione di povertà. Non considerano la condizione individuale, ma quella familiare. Ciò significa che se un povero vive con parenti che lavorano, magari con uno stipendio dignitoso, non può accedere al reddito perché considerato troppo ricco. Noi giovani siamo particolarmente penalizzati, perché spesso costretti a rimanere a casa dei genitori e pesare sulle loro spalle: il reddito minimo garantito dovrebbe assicurarci la possibilità di farci una vita autonoma dalla famiglia. E soprattutto dovrebbe permetterci di studiare serenamente. Il reddito viene negato a tutti gli studenti, perché considerati mantenuti dalle famiglie, mentre tanti di noi sono costretti a lavorare per affrontare i costi della vita da studente, in particolare se fuori sede. Da anni rivendichiamo non a caso l’introduzione di un reddito di formazione per tutti gli studenti, indipendentemente dalla condizione familiare di provenienza. Ospite a Porta a Porta, la sera stessa dell’approvazione del Reddito di Cittadinanza il Ministro Di Maio ha sostenuto che il reddito è un aiuto rivolto anche agli studenti in cerca di un lavoro (per farli lavorare, non per farli studiare), non riconoscendo invece la funzione di sostegno allo studio che questo strumento potrebbe garantire.

 

Questo reddito di cittadinanza ci aiuterà a trovare un buon lavoro? Sicuramente non saremo noi a decidere quale lavoro. Infatti il decreto ci obbliga ad accettare una proposta di lavoro “congrua” secondo il punto di vista del centro per l’impiego. Saranno dei funzionari a decidere se le proposte di lavoro sono adeguate al nostro livello di istruzione, alle nostre necessità economiche e alle nostre aspettative professionali. Potremo rifiutare fino a due proposte, ma dopo il terzo rifiuto perderemo diritto al reddito e torneremo in condizione di povertà assoluta. In Italia un laureato su tre svolge un lavoro che richiede un’istruzione inferiore alla laurea – senza contare i laureati che emigrano all’estero esclusi da questo calcolo – quindi è molto probabile che tanti di noi riceveranno proposte di lavoro che non hanno nulla a che fare con quanto abbiamo studiato e soprattutto che non ci permetteranno di esprimere le nostre potenzialità. Saremo ricattati, costretti ad accettare lavori che potrebbero essere incoerenti con la nostra formazione o prevedere salari troppo bassi per una vita dignitosa.

 

Il Governo dovrebbe investire maggiormente nella ricerca e nello sviluppo sostenibile della produzione, solo così avremo maggiori lavori di qualità per tutti: invece entrambe queste voci di spesa hanno subito dei tagli con la prima legge di Bilancio del Governo Conte. Quest’ultimo dovrebbe inoltre garantire maggiori tutele a tutti i lavoratori e limitare fortemente i contratti precari. Proprio su questo punto emerge la beffa del decreto sul reddito di cittadinanza, approvato dallo stesso Di Maio che annunciava una “guerra alla precarietà”: tutti i nuovi funzionari che dovranno valutare le proposte di lavoro saranno assunti dallo Stato con contratti precari, senza alcuna garanzia di stabilizzazione. Diecimila “navigator” – il nome dato ai suddetti funzionari – che hanno studiato per tanti anni come noi, con la speranza di trovare un lavoro che offrisse sicurezza, verranno sfruttati dallo Stato senza alcuna garanzia per il proprio futuro.

 

Infine siamo davvero incazzati per la retorica che circonda questo decreto. I disoccupati, in particolare i meridionali, vengono descritti dal Governo come una massa di miserabili che non aspettano altro che intascare soldi pubblici per non far nulla. In un Paese che vede emigrare in cerca di lavoro centinaia di migliaia di giovani, in cui la disoccupazione giovanile arriva al 32%, in cui tra il 60% e l’80% degli studenti universitari lavora durante gli studi, veniamo ancora additati come scansafatiche che vogliono “passare la vita sul divano”. Dal loro palazzo del potere forse non riescono a vedere che quotidianamente tutti noi siamo costretti a lavorare per pochi spiccioli, senza tutele, spesso a nero, oppure cerchiamo disperatamente lavoro in un Sud che è stato impoverito e non offre più opportunità, per studiare e vivere in questo Paese in cui lo Stato non dà sicurezza sociale. Noi non vogliamo l’elemosina, non hanno alcuna giustificazione per questa campagna di insulti. Vogliamo la garanzia del diritto ad una vita dignitosa, niente di più, niente di meno. I veri scansafatiche, i veri parassiti, sono il 5% dei più ricchi italiani, che secondo Oxfam detiene una ricchezza pari a quella del 90% di tutta la popolazione. Un’élite che ha continuato ad arricchirsi, senza pagare minimamente il costo della crisi mentre noi venivamo impoveriti dalle politiche di austerità. A loro non viene richiesto nulla, continuano a ricevere sgravi fiscali per miliardi di euro.

 

Il reddito di cittadinanza nel complesso non abolisce affatto la povertà, né aiuta concretamente a migliorare la condizione lavorativa. Nel frattempo il Governo diffama tutti i cittadini in difficoltà come scansafatiche approfittatori. Questo non è cambiamento, è ancora una profonda ingiustizia.

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