Il lavoro che ci (a)spetta.

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Durante la scuola e l’università ci parlano in continuazione del futuro lavorativo. Politici, docenti, genitori, giornali ci tempestano di avvisi sui rischi che ogni nostra scelta comporterà per il futuro lavorativo. Quale indirizzo di studi frequentiamo, cosa approfondiamo liberamente fuori dai programmi, cosa facciamo nel tempo libero, quanto siamo “social” o quanto ci sforziamo di “inventare” occasioni di profitto, ma soprattutto quanto tempo impieghiamo a finire gli studi. Sono alcuni temi centrali del bombardamento di consigli per avere un migliore futuro lavorativo.

L‘occupabilità – essere desiderabili per le imprese – ci viene imposto durante tutti gli studi come obiettivo centrale, sacrificando o distorcendo i nostri desideri, bisogni e personalità. Ma com’è questo mondo del lavoro che ci aspetta? Questa marea di consigli e imposizioni per trovare lavoro funzionano davvero? Per avere un buon futuro lavorativo – perché nessuno di noi vuole un brutto lavoro – dobbiamo cambiare noi stessi, migliorarci? Oppure è il mercato del lavoro a dover cambiare? E soprattutto: il Governo del cambiamento quale futuro lavorativo ci sta preparando? Proviamo a farci un’idea partendo da tre questioni: il numero di posti di lavoro, la qualità del rapporto di lavoro e la sicurezza sul lavoro.

Secondo l’ISTAT il tasso di disoccupazione tra i giovani (15-29 anni) é del 22.9% con un picco nel Mezzogiorno del 37.4%. Nel mercato del lavoro italiano ci offrono poche occasioni  di lavoro, in particolare se cerchiamo un posto che abbia a che fare con il nostro titolo di studio: il 37% dei lavoratori giovani (25-34 anni) ha un titolo di studio superiore a quanto richiesto per il suo lavoro. Troviamo poche occasioni di lavoro, mentre le poche che ci restano sono spesso contrarie agli obiettivi per cui abbiamo studiato per tanti anni.

Il Governo Conte ha fatto numerose promesse riguardo le nostre aspettative sul lavoro, annunciando un radicale cambiamento della situazione. Ma il principale provvedimento sul lavoro presente nella Legge di Bilancio é il blocco delle assunzioni a tempo indeterminato nella Pubblica amministrazione per tutto il 2019. Significa impedire la garanzia del lavoro stabile per giovani insegnanti, medici, avvocati, professionisti dei beni culturali e tutti gli altri lavoratori della Pubblica Amministrazione. Lo Stato italiano ha pochi dipendenti e con un’età media elevata rispetto agli altri Paesi europei, eppure preferiscono peggiorare i servizi pubblici offerti ai cittadini piuttosto che investire sulla nostra professionalità acquisita negli studi. Le promesse di stabilizzazione dei ricercatori, di assunzioni da parte del Ministero dei Beni Culturali e di riapertura dei concorsi in vari settori vanno in fumo e si dimostrano solo propaganda per prenderci in giro.

Insieme a questo blocco di assunzioni hanno previsto un “bonus” per laureati con lode: le aziende che assumeranno questi studenti “eccellenti” otterranno uno sconto fiscale. Questa misura é anche peggiore di quelle del Jobs Act: gli sgravi alle imprese del Jobs Act hanno fallito, tenendo alta la disoccupazione e aumentando la precarietà nonostante i più di 20 miliardi regalati agli imprenditori; ma almeno quegli sgravi erano per tutti i giovani, questi invece riguardano una piccola platea e dimostrano una discriminazione assurda verso gli studenti che hanno avuto maggiori difficoltà negli studi, magari dovendo lavorare a causa dell’assenza di borse di studio.

Dobbiamo rifiutare con forza queste discriminazioni e rivendicare subito l’avvio dei concorsi per tutti i posti di lavoro mancanti nella Pubblica Amministrazione, insieme ad un Piano per il lavoro che non sia fatto di “bonus” ma di reali strategie di investimento pubblico per innovare il nostro sistema produttivo arretrato e rispondere ai bisogni dei cittadini.

La “guerra alla precarietà” annunciata dal vicepremier Di Maio é tutta propaganda, lo dimostrano gli effetti del “Decreto Dignità”. L’annuncio di quel decreto ci ha dato inizialmente speranza, pareva un cambio di rotta rispetto al Jobs Act. Poi la montagna ha partorito il topolino. I vincoli all’utilizzo di contratti a tempo determinato e in somministrazione sono stati minimi, così oggi l’ISTAT ci dice che negli ultimi mesi é addirittura aumentato il numero di questi contratti. Tanta propaganda, tante aspettative, ancora delusioni e rabbia di fronte all’ingiustizia che ci impongono.

Davanti a noi resta un futuro lavorativo in cui saremo ricattabili, sotto la minaccia del mancato rinnovo del contratto, con l’impossibilità di realizzare progetti di vita o farsi una famiglia. Continuano a chiamarci “mammoni” perché siamo i giovani che vivono più a lungo con i propri genitori rispetto agli altri Paesi europei. Per darci la reale possibilità di emancipazione dalla famiglia serve la garanzia di diritti sul lavoro, dobbiamo rivendicare con forza il superamento di queste ingiustizie.

Infine, riguardo il lavoro che ci aspetta, nessuno parla della sicurezza. La diamo per scontata, eppure siamo in un Paese in cui muore un lavoratore ogni due o tre giorni. Il Governo ha fatto della sicurezza la sua parola chiave, ma senza intervenire per garantirla realmente a cominciare dal posto di lavoro. Oltre all’assenza di nuove misure per imporre alle imprese maggiore sicurezza e il rispetto della normativa, questa maggioranza parlamentare sta per approvare una Legge di Bilancio che riduce del 30% il contributo INAIL richiesto alle imprese: si tratta di un favore agli  imprenditori e un danno ai lavoratori, perché riduce di 110 milioni i fondi per la formazione sulla sicurezza nel lavoro. Tutto questo di fronte a dati ISTAT che certificano l’aumento degli infortuni e delle malattie lavorative negli ultimi mesi.

Questo mondo del lavoro é ingiusto e fa male alla salute, mentre ci vengono a dire che é colpa nostra se finiremo disoccupati o costretti a vivere con i nostri genitori fino ai trentanni. Questo Governo non sta cambiando la situazione: la sta peggiorando continuando sulla strada dei suoi predecessori. Ormai é chiaro che non avremo aiuti dall’alto: i nostri diritti dovremo farli valere organizzandoci, trovando proposte radicali per sanare le ingiustizie. Infine scendendo in piazza e manifestando per imporre i nostri bisogni sopra gli interessi del potere e dell’austerità.

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