Controcorrente per fermare il razzismo – 10 novembre in piazza!

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In tutto il mondo, dall’America del Sud agli USA, passando per l’Europa, aumentano i consensi delle forze politiche reazionarie, razziste e sessiste: l’assenza di sicurezza sociale e l’isolamento a cui tante e tanti cittadini sono stati costretti dalle politiche della globalizzazione e dell’austerità hanno spianato la strada alle ideologie individualiste, della supremazia dell’uomo bianco e mediamente benestante, del ritorno alla tradizione patriarcale. E’ così che vengono sdoganate nel dibattito pubblico retoriche violente e politiche repressive e discriminatorie nei confronti dei poveri, in particolare quelli migranti, tacciati di causare criminalità e degrado. I problemi reali come la sicurezza sociale – sicurezza di avere una casa, un lavoro tutelato e ben pagato, l’accesso agli studi, etc. – vengono affrontati come questioni di “invasione” e di ordine pubblico, piuttosto che andando ad eliminare le ingiustizie che alla radice comportano l’esclusione sociale, l’insicurezza e la povertà. Al posto della guerra alla disuguaglianza, vediamo avanzare sempre più una vera e propria guerra agli ultimi.

Pensiamo all’accanimento nei confronti dei migranti, a cui viene addossata la colpa dei bassi salari, della disoccupazione, del furto di denaro pubblico da parte di privati e addirittura della criminalità. “Ci rubano il lavoro”, “Ci stanno invadendo”, “stuprano le nostre donne” sono alcuni luoghi comuni sempre più diffusi. Sono tutte notizie false che nascondono la verità, ovvero che in anni di tagli alla spesa sociale, di privatizzazione dei servizi pubblici e di precarizzazione continua del lavoro l’unico, effetto è stato quello di aumentare la povertà, condizione che accomuna tanti e tante, indipendentemente dal colore della propria pelle. Non molti lo sanno ma l’Italia accoglie meno migranti della media Europea: i residenti non nati in Italia sono il 10% della popolazione, a fronte di un 13% del Regno Unito e un 11% della Francia. Allo stesso modo, secondo il Ministero della Giustizia i reati nel nostro Paese sono in calo da anni, una riduzione dei crimini che avviene proprio con l’aumento degli arrivi dai Paesi del Sud del mondo: é chiaro che le migrazioni non aumentano in alcun modo la criminalità.

E’ più facile deresponsabilizzarsi puntando il dito contro chi si individua come “diverso” e quindi pericoloso – favoreggiando un clima di odio, razzismo, insicurezza e paura – piuttosto che scegliere di mettere in campo delle politiche per sconfiggere ogni tipo di disuguaglianza e ingiustizia. La classe politica italiana, dal PD di Minniti fino al Movimento 5 Stelle di Di Maio, ha cavalcato questa degenerazione del dibattito pubblico, fino all’arrivo al Ministero degli’Interni di Matteo Salvini, che ha fondato la sua campagna elettorale sullo slogan “prima gli italiani”. Eppure il partito di cui Salvini era dirigente nazionale, nel periodo 2008-2011 ha votato le peggiori manovre di tagli finanziari alla spesa sociale, in particolare sull’Istruzione, condannando milioni di cittadini italiani alla povertà e all’emarginazione sociale degli ultimi 10 anni. Una volta arrivato al governo ha dimostrato di realizzare seriamente la guerra contro i migranti con la chiusura dei porti alle navi “Aquarius” e “Diciotti” che trasportavano migranti scampati all’annegamento nel Mediterraneo. Ma con l’approvazione in Consiglio dei Ministri del Decreto Legge “Sicurezza” Salvini ha rilanciato ancor di più una politica violenta e ingiusta. Dall’eliminazione della protezione umanitaria per i migranti che rischierebbero la vita se venissero rimpatriati, fino all’introduzione del reato penale per chi blocca una strada durante una protesta – un gravissimo attacco alla libertà di dissenso di tutti i cittadini – il provvedimento disegna un modello di politica e di società che affronta i problemi sociali con la repressione, la riduzione delle libertà e la negazione del diritto alla vita per i migranti che scappano da fame e guerra.

 

In queste settimane ci stiamo attivando contro tali politiche, discutendo e portando modelli alternativi a questo, tanto nelle nostre scuole e università, quanto in tantissime città del Paese. I valori a cui ci ispiriamo sono la giustizia sociale, l’eguaglianza, l’integrazione e l’accoglienza. Solo questa può essere una soluzione vincente e praticabile e i fatti lo testimoniano, pensiamo a quanto fatto a Riace da Mimmo Lucano in questi anni: un sistema di integrazione dei migranti con la popolazione locale che aveva ridato vita ad un paesino del sud italia purtroppo sempre più destinato all’abbandono e allo spopolamento. Lucano stimato e apprezzato in tutto il mondo, com’era prevedibile, è stato vittima di un’ingiusta criminalizzazione.

 

Vediamo i luoghi in cui studiamo come i posti ideali in cui costruire un modello e un esempio di società basata sul confronto e il dialogo, in cui più culture si incontrano e imparano a conoscersi, senza nessun tipo di pregiudizio, con l’obiettivo di una convivenza solidale e rispettosa l’uno dell’altro. Purtroppo esiste un grosso ostacolo materiale a tutto ciò: l’accesso alla formazione per i migranti è complicatissimo nel nostro Paese, sia per le enormi carenze del sistema del diritto allo studio, sia perché non esistono adeguati supporti giuridici che permettano ai migranti di ottenere l’equipollenza del proprio titolo di studi in Italia e l’orientamento verso la scuola/università più adatta.

Domani 10 novembre scenderemo in piazza, a Roma, contro razzismo e decreto Salvini.

 

Decreto Salvini: fermare il razzismo di stato

 

Due giorni fa il governo ha posto la fiducia su uno dei provvedimenti bandiera della Lega, nonché dei più discussi degli ultimi mesi, il decreto sicurezza e immigrazione, presentato dal ministro dell’interno Salvini. Un decreto sul quale il vicepremier prosegue sulla rotta tracciata dal suo predecessore Minniti, tanto sul piano simbolico, con un’operazione per nulla neutrale quale l’accostamento della questione migratoria a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico, quanto nel merito, con la stretta repressiva e lo smantellamento dei processi di integrazione. Il DL sicurezza si configura come il prosieguo autunnale della campagna (anche elettorale) anti-migranti che il governo porta avanti da prima dell’insediamento dell’esecutivo, con la Lega in testa e tutti gli altri al traino (fino all’opposizione, con il PD che riesce a contestare il decreto accusandolo del rischio di aumento di clandestini, schiacciandosi assolutamente sulla retorica governativa – anche coerentemente con le politiche in materia di migrazioni portate avanti nel corso dell’ultima legislatura). Se negli scorsi mesi l’oggetto della propaganda e degli attacchi leghisti erano gli sbarchi, con il termine della stagione estiva ci si è spostati su un altro fronte sul quale conquistare consensi, quello dell’accoglienza: dal “sono troppi” al “prendono 35€ per non fare nulla” il passo è breve, e la prima dimostrazione è stato l’attacco violento contro Riace, con l’arresto del sindaco Mimmo Lucano celebrato con selfie sorridenti da numerosi esponenti del Governo, la messa in stato d’accusa di un modello di convivenza, integrazione reale, rilancio del territorio e buona accoglienza che per questo governo costituiva una spina nel fianco.

Che Salvini volesse condurre la sua permanente campagna elettorale sulla pelle dei migranti è cosa nota: carne da macello per sbattere i pugni sul tavolo con l’Europa verso la tornata elettorale primaverile – come si è reso evidente con i casi limite dell’Aquarius e della Diciotti -, carburante per la macchina dei sondaggi, nei quali il leader leghista è in crescita, con il partito che supera il 32%. Così come è cosa nota che le politiche del PD, decreto Minniti in testa, non avrebbero fatto altro che agevolarlo. Cosa resta di questa estate, dei violenti attacchi alle ONG, che hanno costretto una per una tutte le imbarcazioni a ritirarsi dal bacino del Mediterraneo – fino a che non è salpata la nave italiana Mare Ionio, con la missione Mediterranea, lo scorso mese – degli accordi con la Libia per il recupero e rimpatrio forzato dei migranti partiti? Restano i morti: uno ogni sette di coloro i quali hanno provato ad attraversare il Mediterraneo nei mesi estivi, 2000 dall’inizio dell’anno.

Ma per il Governo fermare gli sbarchi non basta, perché sul territorio italiano i migranti ci sono, perché in ogni caso continuano ad arrivarne (ad ennesima riprova del fatto che il movimento si può provare ad arginare, ma non arrestare, che ci sono spinte più forti della paura dei controlli e della morte in mare), perché dopo settembre la retorica sui barconi non funziona più come in estate, perché “prima gli italiani” vale durante tutto l’anno, non è certo uno slogan stagionale. Ed ecco l’attacco all’accoglienza, la promessa elettorale mantenuta, la prova di forza del Ministro dell’Interno che ne conferma l’egemonia su un governo tutto a trazione leghista. La bozza presentata poco più di un mese fa al Consiglio dei Ministri aveva già fatto discutere: abolizione della protezione umanitaria, prolungamento del periodo di permanenza in hotspot e centri per il rimpatrio,  esclusione dal registro anagrafico dei richiedenti asilo, restrizione del sistema di accoglienza… Anche guardando a quelle parti del decreto che non trattano di immigrazione ma di sicurezza, la tendenza è confermata: un governo che si fa forte con i deboli e debole con i forti, come evidenziano provvedimenti quali la messa all’asta dei beni confiscati alle mafie (che equivale alla loro riconsegna nelle mani della criminalità organizzata) o l’inasprimento delle pene, con il passaggio da reati amministrativi a penali, per chi occupa o manifesta. In fondo clandestini, giovani dei centri a-sociali, buonisti etc sono tutti sulla stessa barca, ed è quella che il Ministro dell’Interno punta ad affondare.

Non pensavamo che fosse possibile peggiorare il testo del decreto, ma forse sottovalutavamo la violenza di cui questo governo sa essere capace. Nella discussione in Senato, infatti, è stato approvato un maxiemendamento presentato proprio dal governo, che dà un’ulteriore stretta alla concessione della protezione internazionale, individuando una lista di Paesi sicuri attraverso la quale filtrare le domande d’asilo e, ancora, una lista di aree interne sicure all’interno di Paesi non ritenuti come tali, in cui poter rimpatriare il migrante interessato. La direzione è chiara, ed è quella dei respingimenti, dei rimpatri forzati, della chiusura dei confini. È la direzione scelta dai nazionalismi sempre più diffusi in Europa, che sta facendo del nostro continente una fortezza inaccessibile, in cui i confini acquistano sempre più importanza: a livello interno, rendendo palese la differenza tra coloro per i quali le frontiere tra i Paesi europei non esistono e coloro per i quali, invece, vengono chiuse, militarizzate, trasformate in luoghi di morte; a livello esterno, con la collaborazione con governi criminali come quello libico o quello turco e la delocalizzazione in Paesi terzi delle procedure di esclusione, senza alcun vincolo di rispetto dei diritti fondamentali. Ma i confini non esistono solo al di fuori del nostro territorio nazionale: guardando alle città, è sempre più evidente come la ghettizzazione della popolazione migrante continui ad essere portata avanti, costituendo al contempo la causa e la conseguenza dell’esclusione e della povertà. Dai centri di accoglienza, agli hotspot, ai quartieri ghetto, la marginalizzazione, la sottrazione dallo spazio pubblico e dagli sguardi della popolazione e dei turisti, la tutela del decoro attraverso l’occultamento delle condizioni in cui versano migliaia di persone continua ad essere la strategia principale in materia di migrazioni. Le difficoltà per l’accesso al lavoro e alla formazione, concatenate a quelle per l’ottenimento dei permessi, l’insufficienza e l’inefficacia dei programmi di integrazione, di contrasto dell’abbandono scolastico, di inserimento nel mondo del lavoro stanno per lasciare spazio alla sostanziale eliminazione di tutto questo: sembrava non fosse possibile fare più passi indietro rispetto alla situazione attuale, ma è così. Con il decreto Salvini non solo si amplificano i meccanismi di controllo e di criminalizzazione sulla popolazione migrante, ma si attaccano violentemente le poche esperienze positive, si cancellano in un colpo una serie di diritti di base, si opera un’ulteriore differenziazione, si gettano le basi per la riduzione in povertà e in condizione di totale esclusione di una fetta ancor maggiore di popolazione, che costituirà nella retorica governativa un motivo in più per aumentare misure e dispositivi di sicurezza e tutela del decoro. A guadagnarci è la Lega che, facendo leva sulla paura e sui bisogni irrisolti e non considerati di migliaia di persone, rispetto ai quali crea con la costruzione del migrante come capro espiatorio un efficace meccanismo di distrazione, vede aumentare i suoi consensi, come negli ultimi mesi. A perderci siamo tutti, migranti in primis.

La funzione propagandistica (non intendendo in questo modo sottovalutare gli effetti del decreto, anzi!) del DL Salvini è resa ancor più palese dalla modifica di uno strumento da tempo nella top ten dei luoghi comuni sui migranti: i famosi 35€ al giorno, quelli che sentiamo tirare fuori ogni volta che si parla di povertà, di inclusione, di diritti. I 35€, che non si capisce bene da chi vengano rubati, se dai migranti mentre non fanno niente o mentre ci rubano il lavoro, oppure da chi se ne occupa, ma che sicuramente vengono sottratti agli italiani che intanto fanno la fame, nei discorsi razzisti che sentiamo ogni giorno in tv, sul web, per strada. Ecco, il prode ministro dell’Interno, con la complicità del Governo e il beneplacito di larga parte del Senato, ha deciso di porre finalmente fine a questa ingiustizia e a questo furto, con una scelta ben precisa dei capitoli da tagliare per ristabilire l’ordine: via mediazione culturale, corsi di italiano, orientamento al lavoro, assistenza sanitaria, progetti di inclusione sociale. La retorica con la quale si difende questa scelta ignobile e violenta è quella di un’inclusione differenziale amplificata (che, tradotto, si legge esclusione accelerata): servizi minimi e diritti essenziali, sì, solo per i titolari di protezione internazionale, perché in fondo a cosa serve garantire formazione e lavoro a chi, per colpa di leggi razziste, è considerato illegale? Ma in politica così come nel diritto non esistono definizioni neutre: anche la definizione di quali siano i diritti essenziali è un campo di battaglia. Nel momento in cui casa, assistenza sanitaria di base, cibo e acqua continuano a non essere a garantiti a troppe persone, migranti e non, limitarci alla rivendicazione di questi non ci basta: sono diritti essenziali il lavoro, la formazione, la socialità. E vanno assicurati a tutti, a prescindere da qualsiasi condizione: economica, sociale, di provenienza geografica.

 

Andiamo controcorrente: da scuole e università, per una società che non lasci fuori nessuno

 

Come studenti e studentesse, crediamo sia fondamentale, impegnarci a contrastare con qualsiasi mezzo a nostra disposizione il moltiplicarsi di diseguaglianze e ingiustizie nel nostro Paese.

Non è un caso che proprio la formazione sia posta sotto attacco dal DL Salvini e non solo. Il nodo dell’accesso a scuole e università è centrale in qualsiasi discussione sul fenomeno migratorio, e costituisce ad oggi un problema serio nel nostro Paese.
La scuola può essere, infatti, il luogo in cui le diseguaglianze si combattono o quello in cui si amplificano, e la cronaca degli ultimi mesi ci fornisce due esempi emblematici: da un lato Lodi, dall’altro Riace.

Lodi, Lombardia, settembre 2018: decine di bambini figli di migranti vengono esclusi dal servizio di mensa e trasporto della scuola a causa di un regolamento che impediva nella sostanza l’accesso a chi fosse risultato sprovvisto di alcuni documenti, irreperibili o inesistenti in tanti dei paesi di provenienza delle famiglie. Scatta il caso, parte quella che i giornali hanno definito “gara di solidarietà”, con una raccolta fondi su scala nazionale, le scuse di alcuni esponenti del governo (come se bastassero le scuse…) e per un po’ si parla di questa storia, ritenuta quasi unanimemente allucinante. Ecco, Lodi è un esempio di come la scuola può essere il luogo in cui si impara l’esclusione. E come Lodi ci sono tanti altri casi, che magari non sono balzati agli onori della cronaca, di quotidiana discriminazione.

Riace, Calabria, ottobre 2018: con l’arresto del sindaco Mimmo Lucano, già sotto attacco da mesi da questo così come dal governo precedente, si torna a parlare del modello di accoglienza del paesino calabrese. Dove, ad esempio, si era riaperta una scuola ripopolandola con bambini e ragazzi di decine nazionalità, rendendola quello che ogni scuola dovrebbe essere: un luogo di incontro, di scambio, uno spazio in cui i confini si possano abbattere davvero, che reimmagini la società. Attraverso la formazione, a Riace si è costruito un modello di accoglienza diverso, nel quale la solidarietà ben lungi da essere una parola vuota era prassi quotidiana.

 

Non è un caso neanche che quel modello sia stato dichiarato illegale e smantellato: era la dimostrazione che si può vivere insieme in un modo diverso che faccia bene a tutti, popolazione locale e migrante, e al territorio, che ha ripreso a vivere reagendo allo spopolamento che interessa troppe aree interne del nostro Paese.

Lodi e Riace, due esperienze agli antipodi, geograficamente e politicamente, che ci raccontano però come la scuola e, più in generale, la conoscenza non possano essere messe in secondo piano nel discorso. Non possiamo parlare, oggi, di scuole e università inclusive, in particolar modo nei confronti delle soggettività migranti, e basta guardare i dati su abbandono e dispersione scolastica per rendercene conto, con tassi molto più alti tra gli studenti figli di immigrati. Non possiamo in alcun modo ritenere adeguato il sistema di accesso alla formazione, nel quale ai costi che tutti siamo costretti ad affrontare, si aggiunge per chi proviene da un altro Paese la battaglia per il riconoscimento dei titoli di studio o per l’accesso a un sistema di diritto allo studio escludente.

Non è un caso, infine, che spesso ai migranti in arrivo non venga riconosciuto il valore legale del titolo conseguito: attraverso questo meccanismo i migranti vengono inseriti in quei segmenti di mercato del lavoro con una bassa richiesta di competenze, che poi sono i segmenti nei quali si assiste maggiormente alla compressione dei salari, proprio quella su cui specula chi dice che sono i migranti la causa della povertà.

Per cambiare la rotta possiamo e dobbiamo partire da scuole e università, non solo garantendovi la possibilità di accesso attraverso l’abbattimento delle barriere economiche, ma anche mettendo in campo meccanismi mutualistici per far fronte insieme alle ingiustizie, attivando sportelli su diritto allo studio e riconoscimento titoli e lottando perché scuole e università li mettano in campo, promuovendo momenti di scambio interculturali, corsi di italiano ma anche di altre lingue.

Per cambiare la rotta è necessario anche un cambiamento culturale, a partire dalla profonda messa in discussione dell’etnocentrismo del quale è impregnata la didattica, con programmi che guardano solo a una parte del mondo, l’occidente, il nord, e non riescono a dare gli strumenti per leggere criticamente e comprendere il presente, per cogliere la complessità del fenomeno migratorio e smontare la retorica emergenziale in virtù della quale si continuano a comprimere libertà e diritti.

Vogliamo costruire dei luoghi della formazione liberi e aperti per davvero, per questo ci stiamo attivando e continueremo a farlo nei prossimi giorni per richiedere non solo nelle città – come si sta facendo da nord a sud del Paese – ma anche in scuole e università che si scelga di non applicare il decreto Salvini, rimarcando la differenza fondamentale tra legalità e giustizia e affermando che la conoscenza o è libera e per tutti, e dunque circola in luoghi dichiaratamente antirazzisti, o non è.

La nostra battaglia non si ferma al decreto Salvini, e per questo saremo in piazza domani 10 novembre a Roma con tante e tanti da tutta Italia, e torneremo nelle piazze di tutta Italia il 16, con una mobilitazione studentesca nazionale: saremo l’onda d’urto che travolgerà il Paese, andremo controcorrente perché la direzione dove ci sta portando questo governo non è quella che vogliamo per il nostro presente e per il nostro futuro, e sarà a partire da scuole e università che la cambieremo radicalmente!

 

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