È Manifesto: Manifesto studentesco contro il cambiamento climatico

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È manifesto: il nostro futuro è appeso a un filo.

 

Le alluvioni, le allerte meteo, gli allagamenti, e le 11 morti di questi giorni, tra le quali quella di uno studente napoletano schiacciato dalla caduta di un albero sulla strada per l’Università, non ci possono lasciare indifferenti.

 

Il clima sta cambiando in modo allarmante. Non è qualcosa che accade all’improvviso, ma è un processo relativamente lento quanto inesorabile. Molti sono i segnali emersi negli ultimi decenni che ci indicano quanto questo mutamento porti con sé dei seri rischi per i nostri ecosistemi e per la sopravvivenza stessa dell’uomo nelle aree più a rischio del pianeta: il discioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai sulle catene montuose, la variazione delle correnti oceaniche, l’aumento della frequenza di eventi atmosferici estremi, sono solo alcuni di questi segnali. Le conseguenze legate a questi sintomi sono, dal punto di vista ecologico, disastrose. Assistiamo, infatti, ad un sempre maggiore tasso di estinzione delle specie animali e vegetali in ogni parte del mondo e alla distruzione di interi ecosistemi come le barriere coralline. Anche dal punto di vista antropologico gli effetti dei mutamenti climatici sono di forte impatto: l’avanzamento della desertificazione costringe intere popolazioni a migrare dai loro insediamenti originari, l’aumento del livello del mare causato dallo scioglimento delle calotte polari crea un rischio per le città sul livello del mare, la scomparsa dei ghiacciai fa sì che i corsi d’acqua abbiano una portata sempre più irregolare che compromette le coltivazioni che si avvalgono del rifornimento idrico fluviale; persino l’acqua potabile sta diventando un bene sempre meno disponibile a causa delle compromissioni all’interno del proprio naturale ciclo.

C’è una variabile significativa che determina tutti questi cambiamenti a livello climatico ed è la temperatura. Infatti variazioni anche apparentemente piccole della temperatura media sulla terra possono causare un completo stravolgimento dell’assetto climatico nelle diverse aree geografiche.

 

Negli ultimi tre decenni si è registrato un costante aumento della temperatura media, più che in tutto il resto della storia dell’uomo dalla sua apparizione sul pianeta, e secondo le ultime stime del IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) la previsione più ottimistica è che entro 12 anni la temperatura si alzerà ancora di 1,5 gradi centigradi.

I governi mondiali, devono prendere atto di ciò che la scienza grida al mondo ormai da decenni, ossia che tale cambiamento è determinato dal nostro modello di produzione e di sviluppo.

È infatti l’inquinamento atmosferico causato da alcuni particolari gas una delle principali cause dell’aumento delle temperature, attraverso l’ormai tristemente noto “effetto serra”. Tali gas sono prodotti dalle nostre fabbriche, dai nostri mezzi di trasporto, dalla maggior parte delle nostre attività (anche agricole e di allevamento), nonché dalla produzione di energia attraverso la combustione.

 

Diventa chiaro quindi quanto sia urgente intervenire su ciascuno di questi aspetti per arrestare l’aumento di temperatura che, raggiunta una certa soglia, diventerebbe irreversibile. Anche il disboscamento e la progressiva riduzione di vaste aree boschive del pianeta costituiscono una causa del surriscaldamento globale, in quanto le piante trattengono il calore che dal sole arriva sulla superficie terrestre.

 

Occorre agire subito! Purtroppo quando si pensa di avere molto tempo per risolvere un problema si tende a non intervenire in modo adeguato. E’ quello che sta accadendo in quasi tutti i paesi del mondo: i diversi governi, pur avendo preso determinati impegni davanti alla comunità internazionale, non hanno poi concretizzato le loro promesse. Addirittura molti governi soprattutto di estrema destra, per assecondare l’attuale modello di sviluppo capitalista volto al profitto, vanno tutt’ora esattamente nella direzione opposta: quando Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, l’ha fatto citando motivazioni economiche; Jair Bolsonaro ha già annunciato l’intenzione di permettere il disboscamento della Foresta Amazzonica, eliminare il ministero dell’Ambiente, aprire le riserve indigene alle compagnie minerarie, abbassare gli standard ambientali per le aziende, bandire ONG come Greenpeace e il WWF dal paese. La situazione italiana,d’altro canto, non è meno preoccupante: il nostro Governo non sta facendo nulla per dirigere il nostro paese verso una prospettiva eco-sostenibile, anzi. Il Movimento 5 Stelle, rispetto alle possibilità di riconversione ecologica del tessuto industriale e a tutte le grandi opere inutili e dannose per l’ambiente, sta facendo ogni giorno un passo indietro: dall’Ilva, alla TAV in Val di Susa, al gasdotto TAP in Puglia.

 

Il problema è globale, ma serve in primo luogo ripartire dalla nostra realtà nazionale per un deciso cambio di rotta, o sarà troppo tardi!

 

Dobbiamo fare la nostra parte, riprendere il controllo delle nostre vite, del nostro territorio e del nostro futuro.

 

Siamo studentesse e studenti delle scuole superiori e delle università. Se non agiamo subito, ci aspetta un futuro di precarietà e povertà dentro un mondo ecologicamente devastato. Per noi ripensare il modello di sviluppo in senso ecologico significa parlare innanzitutto di diritti, di qualità del lavoro, di democrazia e centralità del sapere critico nel processo di autogoverno e autonomia della comunità.

Con questo appello, vogliamo essere chiari: non ci stiamo al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Non ci stiamo alla promessa di un futuro fatto di precarietà e ricatti, nel quale saremo costretti a lavorare per chi inquina e devasta i nostri stessi territori. Abbiamo il massimo rispetto per i lavoratori costretti dalla necessità a lavorare in aziende inquinanti; anche perché spesso sono proprio quei lavoratori i primi a subire sui loro corpi i danni di un sistema economico e produttivo malsano. Siamo dalla loro parte quando lottano per la riconversione delle proprie industrie. Stare dalla parte dei lavoratori però non basta: noi non vogliamo morire per gli interessi di privati. Non vogliamo morire di polveri sottili e di aria irrespirabile, o per i disastri climatici che sono dietro l’angolo.

 

Vogliamo provocare il nostro paese: non saremo costretti a cedere a questo ricatto, perché saremo capaci di fermare il disastro climatico.

 

Non resteremo in silenzio, quando già durante il nostro percorso di formazione, in esperienze di alternanza scuola-lavoro o tirocini, siamo costretti a lavorare per imprese che attaccano il nostro Pianeta e ne consumano le risorse in modo del tutto irresponsabile. Per questo motivo è necessario che il Governo approvi un Codice Etico degli Studenti e delle Studentesse in alternanza e uno Statuto degli Studenti e delle Studentesse in Stage, che stabilisca dei criteri chiari in termini di giustizia ambientale e sociale che devono essere sempre garantiti in questi percorsi.

 

Lo stesso discorso vale per la qualità delle strutture edilizie delle nostre scuole e università, abbandonate a loro stesse, indietro anni luce rispetto alla riconversione energetica, al riciclo, alla qualità delle vita. Strutture fatiscenti e per nulla sicure: i crolli e i danni di questi giorni nelle scuole e nelle università sono emblematici dei danni provocati dal cambiamento ambientale, e della necessità di tornare ad investire in istruzione. Il ministro Bussetti ha detto chiaramente che per la scuola non ci sono i soldi. Serve immediatamente un piano strutturale di messa in minima sicurezza degli edifici, assieme a un lavoro di ripensamento radicale in termini di impatto ambientale che hanno i nostri luoghi di formazione.

 

I soldi ci sono. Ogni anno, lo Stato finanzia per oltre 16 miliardi di euro attività che producono danni all’ambiente. Reinvestire questi finanziamenti nell’istruzione e nella ricerca e sviluppo di tecnologie prioritarie per la transizione ecologcia del nostro modello di sviluppo

 

Mancano due minuti a mezzanotte, alla mezzanotte dell’Apocalisse climatico e ambientale: non possiamo più aspettare.

 

È necessario ripensare il modello produttivo in un’ottica che sia davvero sostenibile.

È necessario ripensare la produzione energetica in termini realmente democratici, in termini di redistribuzione anche di questa ricchezza, in nome della giustizia ambientale. È necessario combattere chi devasta e svende i territori agli interessi privati e chi favorisce la disinformazione e il negazionismo per fini personali, costruendo una coscienza collettiva sui temi ambientali.

È necessario investire perché i danni già provocati al clima e ai nostri territori non mettano a rischio la vita di nessuno, accogliendo chi scappa dalle aree del Pianeta già devastate, e attivando sistemi di prevenzione e limitazione dei danni che siano realmente efficaci.

È necessario che i Governi si impegnino, a partire dalla COP24 a Katowice, a ridurre le emissioni per impedire di superare il grado e mezzo di temperatura.

 

Abbiamo 12 anni per salvare il Clima: è ora di fare tutti la nostra parte.

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