SCUOLE E UNIVERSITA’ CONTROCORRENTE: ARRIVA L’ONDA D’URTO!

0 Flares 0 Flares ×
Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone

“Il sapere non é fatto per comprendere, ma per prendere parte.”

Noi studentesse e studenti dobbiamo ogni giorno affrontare enormi ostacoli per completare i nostri studi. Per questo il 12 ottobre abbiamo dato una scossa a questo Paese rivendicando una reale garanzia del diritto allo studio, scendendo in piazza in 70 mila da Nord a Sud del Paese. Grazie alla nostra mobilitazione nazionale abbiamo costretto il Governo – in particolare il vice-Presidente del Consiglio Luigi Di Maio – ad un confronto che finalmente ha attirato l’attenzione sui nostri problemi e sulle nostre proposte per cambiare la scuola e l’università. In queste settimane tanti cittadini ci hanno chiesto perché mobilitarsi solo adesso se tagli e riforme le hanno fatte i decreti precedenti. Abbiamo dimostrato che sono 10 anni che popoliamo le piazze del nostro paese ma non siamo mai stati ascoltati. Ora è tempo di cambiamento: abbiamo dimostrato che con le manifestazioni si ottiene ancora molto. Non possiamo accontentarci di un incontro, non possiamo accontentarci di promesse. E’ tempo di tornare a scendere in piazza, convocare assembleee, discutere di tutti i problemi che dieci anni di riforme targate Forza Italia-Partito Democratico hanno causato. Abbiamo bisogno di costruire una mobilitazione permanente per non disperdere mai l’eco della protesta e della proposta.

Senza borse di studio per scuole e università, alloggi, abolizione del contributo volontario e innalzamento della No-Tax area ed un reddito di formazione, chi proviene da condizioni economiche svantaggiate viene escluso dalla formazione e così si riproducono sempre di più le disuguaglianze sociali. E’ impressionante come i tassi di dispersione scolastica e di abbandono degli studi universitari siano strettamente collegati alla crescita esponenziale della povertà nel nostro Paese che attanaglia ormai oltre cinque milioni di persone, e cresce soprattutto tra i giovani. Senza un titolo di studio elevato non possiamo accedere al lavoro che desideriamo e migliorare la nostra condizione materiale: un cane che si morde la coda. Se consideriamo le fasce di popolazione più esposte all’emarginazione sociale, allora notiamo che gli ostacoli all’accesso agli studi sono ancor più pesanti per i giovani migranti. Questi non solo sono costretti ad affrontare i costi, ma anche le discriminazioni burocratiche: succede che i titoli di studio precedenti non vengano riconosciuti e ti costringano a ripartire dalle scuole superiori anche se sei già diplomato; succede che non ti vengano garantiti né borsa di studio né posto alloggio o altre agevolazioni perché non hai i documenti richiesti – spesso inutili – come accaduto a Lodi per il servizio mensa dei bambini; addirittura molto spesso non viene garantito un servizio di assistenza in lingua straniera, perciò non riesci nemmeno a capire cosa ti dicono i burocrati alle decine di sportelli in cui tutti noi siamo spesso costretti a compiere la nostra odissea per accedere agli studi e ai servizi per il diritto allo studio. Sono tanti aspetti di un complessivo sistema di istruzione che non é aperto a chi proviene da altri Paesi. Le conseguenze dell’esclusione da scuole e università e di chi è a rischio di emarginazione sociale sono devastanti, perché negano gli strumenti culturali per comprendere la realtà sociale in cui si è arrivati e nega anche la possibilità di accedere a lavori qualificati: l’alternativa sempre più diffusa è lo sfruttamento più esasperato da parte di italiani senza scrupoli, tanto nell’economia legale quanto in quella sommersa del traffico di stupefacenti o del lavoro a nero. Ciò che resta a chi è costretto ad abbandonare scuole università sono lavori precari, circuiti mafiosi e il ritorno dell’eroina nei nostri quartieri. Siamo stufi di sentire come la nostra generazione venga definita “figlio dello sballo”. Le nostre città non hanno biblioteche, i luoghi della formazione costano sempre di più e lo Stato non prevede nessuno strumento di tutela per le famiglie che hanno perso molto o tutto a causa di una crisi economica pagata solo dai più poveri. Ci chiediamo dunque: un ragazzo che non si può permettere una laurea, che non riesce a stare al passo con gli esami a causa dei lavoretti che è costretto a fare per dare una mano in casa come fa a non cadere nelle mani della criminalità organizzata? Come fa ad uscire dalla sua condizione di povertà? L’esclusione dai percorsi formativi è quindi una delle cause dell’insicurezza sociale che viviamo già da giovani ed è diffusa in tutte le fasi della nostra vita sempre più precaria. Questo dramma sociale non può essere evitato senza aprire a tutte e tutti i luoghi della formazione, eliminando ogni costo per l’accesso alla conoscenza.

Ma non ci sono solo i costi della nostra vita da studenti, esistono anche forme più sottili di discriminazione dentro le scuole e le università, che hanno effetti negativi sull’intera società. Parliamo della didattica, del cosa e del come si insegna. Partiamo da ciò che ci viene insegnato, prendendo come esempio lampante della discriminazione l’alternanza scuola lavoro. Nei tecnici e professionali è previsto un monte ore obbligatorio più elevato rispetto ai licei: esiste quindi, più forte di prima, una classifica tra sapere manuale e sapere teorico. Non è solo una questione di classificazione delle materie didattiche, già di per sè inammissibile, ma una sedimentata idea di società disuguale. Questa visione classista dei luoghi della formazione è inammissibile. A tutti noi vanno garantite le stesse possibilità: il definanziamento degli istituti tecnici e professionali è uno dei maggiori disastri degli ultimi vent’anni. Bisogna investire sull’innovazione e abbattere le disuguaglianze alla radice: è una questione non solo di gratuità ma di qualità della didattica. Anche negli atenei si è sviluppato negli anni un doppio canale, tra insegnamenti generali e insegnamenti “professionalizzanti” con lo stesso meccanismo. Ma al netto della divisione tra percorsi formativi “di serie A” e percorsi formativi “serie B”, in tutti i percorsi formativi sempre di più si schiacciano i contenuti e i metodi di insegnamento sull’idea che la scuola e l’università servano solamente a produrre forza lavoro utile alle esigenze di breve periodo delle imprese. Tanto nei tecnici e nei professionali, quanto nei licei, tanto nei corsi di laurea ordinari, quanto in quelli professionalizzanti, si riducono gli insegnamenti generali, gli approfondimenti, le attività di ricerca secondo gli interessi degli studenti, per lasciare spazio a ciò che serve alle imprese – le cosiddette “competenze” o “skills”. Questo è un danno alla nostra formazione, perchè rende lo studio solamente uno strumento del profitto altrui e non un mezzo per esprimere il nostro talento o conoscere il mondo, anche negli aspetti che non servono a Confindustria da qui ad un anno. Oggi l’istruzione è diventata una catena di montaggio che dalla scuola all’università produce studenti-ingranaggi per la grande macchina-impresa, ma non riesce più a formare cittadini che abbiano una cultura e una conoscenza completa del mondo in cui vivono.
Questi sono alcuni esempi di come la scuola e l’università siano oggi strumenti per allargare le disuguaglianze, tra poveri e ricchi, tra migranti o figli di migranti e autoctoni, tra i privilegiati e chi non ha mai ricevuto opportunità di riscatto. Sono anche esempi di come la democrazia sia sempre più a rischio anche perché viene negata ai giovani una formazione completa sulla realtà che li circonda e gli strumenti per interpretare il mondo, quindi anche per interpretare i fenomeni politici e sociali del nostro tempo. Michel Foucault scrisse che “il sapere non è fatto per comprendere, ma per prendere posizione” proprio perché tramite la conoscenza possiamo decidere da che parte stare nelle grandi questioni che riguardano il nostro presente e il nostro futuro: senza conoscenza è più difficile essere davvero parte di una democrazia. E’ per questo che siamo in stato di agitazione permanente, perché camminiamo in una direzione controcorrente e vogliamo costruire un’alternativa con la nostra creatività e i nostri sogni. Andiamo controcorrente, non fermiamoci di fronte agli ostacoli che ci vengono calati dall’alto e di fronte alla retorica secondo cui “non cambia mai nulla”. Uniti possiamo cambiare la rotta di questo Paese, come le studentesse e gli studenti hanno fatto prima di noi scrivendo la storia che studiamo sui nostri libri.
Scuola e università controcorrente
Durante le precedenti legislature, l’apice delle nostre lotte lo abbiamo ritrovato spesso nell’opposizione a singoli provvedimenti: dal movimento dell’Onda che ha travolto i luoghi della formazione e le città contro le riforme di Gelmini e Tremonti, fino alle mobilitazioni contro la Buona Scuola di Renzi e Giannini negli ultimi quattro anni. Negli anni abbiamo saputo riconoscere le radici e l’impalcatura ideologica di questi provvedimenti che hanno subordinato l’istruzione ai soli interessi della imprese e dei mercati, perché anche altri diritti universali – come la salute e la cultura – sono stati trasformati in servizi commerciali, ponendo numerose barriere all’accesso e riducendo i finanziamenti pubblici attraverso le politiche di austerità europee.
Proprio perché riconosciamo il nesso tra gli attacchi a diversi diritti, non ci interessa “studiare in una scuola d’oro in un mondo di merda”, perché noi studenti abbiamo una condizione particolare ed un ruolo storico: noi studenti delle scuole, delle università, noi dottorandi, noi accademici, siamo soggetti ricattati e impoveriti e siamo coloro che subiscono sulla propria pelle tutte le condizioni della precarietà. Tutte queste contraddizioni della nostra società noi le subiamo in prima persona e possiamo anche farle esplodere partendo da noi. Lottare quindi per migliorare le nostre condizioni, le condizioni dei soggetti in formazione, significa lottare per trasformare l’intera società. Partire dalla rivendicazione dell’istruzione gratuita e di qualità, eliminando ogni barriera posta all’accesso ai luoghi della formazione e liberando i saperi e la conoscenza dalle logiche del mercato, non vuol dire fare una battaglia corporativa e autoreferenziale: significa invece lottare per riprendere possesso delle nostre vite, per emanciparci e sottrarci allo sfruttamento che ci viene imposto. Invece la fragilità e l’insicurezza delle nostre condizioni hanno permesso alla paura e all’individualismo di entrare prepotentemente nelle nostre vite. Nel modello sociale e produttivo in cui agiamo, siamo portati a competere con chi ci sta accanto: nella grande guerra tra poveri, tutti sono potenzialmente nostri avversari, dal compagno di banco, dal collega di lavoro al migrante. L’esclusione, da problema da fronteggiare insieme, una condizione che accomuna tutti noi soggetti impoveriti e ricattati, è diventata uno strumento dei privilegiati per disciplinare e controllare ulteriormente le nostre vite, reprimendo il dissenso ed oscurando le rivendicazioni collettive di giustizia sociale. Le politiche degli ultimi due ministri dell’Interno, Marco Minniti e Matteo Salvini, hanno contribuito ad acuire questa frammentazione: attraverso la retorica del decoro e del giustizialismo – per gli altri, mai per sé stessi come ha dimostrato la Lega con il furto di 49 milioni che mai verranno restituiti – insieme a quella dell’emergenza insicurezza, si è dapprima permesso l’allontanamento tramite lo strumento del DASPO dalle città di chiunque non era utile all’accumulazione di profitto dei soliti padroni – in particolare i poveri e i senzatetto, chi si ribellava e si opponeva a questa speculazione, a chi manifestava per i propri diritti. Poi, con l’avvento del nuovo Governo Conte, si sono stanziati 2.5 milioni per il progetto “Scuole sicure” per intensificare la presenza di agenti e installare telecamere negli istituti di 15 città metropolitane, al fine di “contrastare lo spaccio di droga negli istituti scolastici” e incentivando lo strumento del DASPO alle studentesse e agli studenti. La strategia che lega queste politiche securitarie, bigotte e repressive con il processo di aziendalizzazione della scuola è evidente: svuotare di senso e ruolo sociale l’istruzione e la formazione, eliminare di fatto il carattere educativo e pedagogico dell’istituzione Scuola al fine di legittimare strumenti utili al controllo e al disciplinamento degli individui. Non sono dei casi le continue uscite del Ministro Salvini sulla necessità della leva obbligatoria “per insegnare l’educazione ai ragazzi”, o gli “schiaffi” da dare ai ragazzi.
Viviamo in un momento storico di grandi cambiamenti, ma la direzione di queste trasformazioni è preoccupante. Nella guerra tra poveri e contro i poveri che si diffonde in tutta Europa, sta avendo sempre più seguito una cultura dell’uomo forte, bianco e violento, che assume il comando in difesa della tradizione e della nazione. Non stanno cambiando solamente le maggioranze di Governo, ma cambia il senso comune. Al punto che ritornano centrali nel dibattito pubblico gli attacchi alla libertà di scelta delle donne sul proprio corpo, perchè da sempre la donna è strumentalizzata come oggetto su cui costruire la propaganda del nazionalismo violento e oppressivo; vengono negati diritti umani fondamentali come la protezione umanitaria; si inneggia alla discriminazione razzista e all’oppressione dell’uomo sull’uomo. Noi studentesse e studenti possiamo avere un ruolo importante nel contrastare la barbaria che si diffonde, ed i responsabili di questa degenerazione lo sanno bene: non è un caso che Salvini abbia chiaramente e più volte detto che “nelle scuole non bisogna parlare di politica”. Il pensiero critico che può nascere da scuole e università libere è una grande minaccia per ogni propaganda e politica fondata sulla falsità e l’ipocrisia, come sono i discorsi che istigano alla guerra tra poveri ignorando i responsabili della crisi economica in cui viviamo, oppure gli attacchi al diritto di aborto delle donne. Sfruttiamo questa forza che può venire dalla condivisione del sapere, dall’apertura di scuole e università al mondo esterno, attiviamoci per criticare e immaginare un’alternativa a questa deriva disumana che sta affrontando la nostra società. Partiamo dai momenti classici di confronto tra noi studenti: le assemblee, le autogestioni, le occupazioni. Sono pratiche di democrazia, in cui prendere parola in un mondo in cui parlano solo i leader politici in cerca di un plebiscito, mentre le persone comuni vedono oscurate le proprie domande e rivendicazioni. Sono anche pratiche di formazione personale e collettiva, in cui tramite lo scambio di idee ci si arricchisce tutti quanti di nuovi punti di vista. Ma soprattutto sono pratiche di lotta contro un sistema formativo che ci vuole trasformare in ingranaggi utili a riprodurre le ingiustizie, piuttosto che liberi cittadini che possano costruire una alternativa migliore dell’esistente.
Mobilitiamoci per cambiare davvero il futuro.
Solo mettendo al centro dell’agenda politica dei Governi la conoscenza è possibile voltare pagina e superare le contraddizioni di un modello di sviluppo ecologicamente, socialmente ed economicamente insostenibile, perché il sapere è lo strumento imprescindibile per scegliere da che parte stare nelle grandi questioni politiche del nostro tempo, ma anche per realizzare concretamente un progetto di società. Ciò significa che tramite la conoscenza possiamo contrastare la deriva che tra 12 anni renderà irreversibile il cambiamento climatico che minaccia la specie umana, immaginando un modello di sviluppo che metta al centro i bisogni delle persone piuttosto che i profitti di impresa, sviluppando le conoscenze tecniche necessarie a produrre in maniera più efficiente e sostenibile, ma governando questi progressi con metodo democratico e redistribuendo le risorse tra tutti i cittadini. Infatti vogliamo superare le disuguaglianze sociali, trasformare questo mondo di ingiustizie. Vogliamo formazione di qualità e diritti nel mondo del lavoro, e ciò può essere fatto soltanto tornando ad investire nella conoscenza. Bisogna ricominciare a finanziare istruzione e ricerca recuperando come minimo i livelli di spesa precedenti la Riforma Gelmini e i tagli successivi alla crisi: se il nostro Governo vuole veramente dare un segnale di discontinuità rispetto al passato con una reale risposta alla forte domanda di cambiamento, dovrebbe spostare i fondi destinati alle attività produttive inquinanti per destinarli all’Istruzione, al diritto allo studio, all’aumento strutturale per i fondi di reclutamento dei docenti e dei ricercatori. Questo è il vero cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese, di cui abbiamo bisogno noi, per poter dare piena realizzazione ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni.
Serve discontinuità, bisogna andare controcorrente, superare il passato e affrontare il futuro. Questa non è una battaglia solo degli studenti, ma una esigenza ed emergenza sociale che riguarda tutte e tutti. È per questo che il 16 novembre, quando scenderemo nelle piazze di tutto il paese, vorremmo essere assieme a tutti quei soggetti che intendono lottare per i propri diritti e per una società più giusta. Il 12 ottobre i 70.000 studenti che sono scesi lungo tutto lo stivale hanno dato una scossa al Paese: ora è tempo di cogliere l’Onda d’Urto.

Tweet about this on Twitter0Share on Facebook0Google+0Email to someone
logoretebianco La Rete della Conoscenza è il network nazionale dei soggetti in formazione. Vi aderiscono l'Unione degli Studenti e Link - Coordinamento Universitario.

CONTATTI

Privacy Policy