NON C’È PIÚ TEMPO: 12 ANNI PER FERMARE IL DISASTRO CLIMATICO

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Mentre la Grecia e l’estremo Sud Italia continuano a subire le inondazioni e la distruzione causate del primo uragano del Mediterraneo, dalla Corea del Sud apprendiamo che abbiamo solo 12 anni per impedire che la temperatura del Pianeta superi i +1,5 °C, arrivando fino a +2 °C, con effetti disastrosi e irreversibili per la vita sulla Terra.

Questo è l’allarme lanciato dall’ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organo dell’ONU che lavora continuativamente all’elaborazione di strategie di limitazione dei danni provocati dalla specie umana sul clima, basandosi su previsioni scientifiche aggiornate ai dati attuali.

Estinzione di moltissime specie, innalzamento rapidissimo delle maree, siccità, disordini e conflitti sociali, il tutto per mezzo grado in più rispetto a quel grado che già abbiamo raggiunto dall’inizio dell’industrializzazione. La COP21 del 2015 aveva portato diversi Governi di tutto il mondo a firmare l’Accordo di Parigi, in cui tutti gli Stati si sono impegnati a ridurre immediatamente le emissioni per mantenere l’aumento della temperatura terrestre sotto i +2°. Quei due gradi, però, sarebbero comunque troppi; già nel 2001 l’IPCC aveva messo in guardia i Governi di tutto il Pianeta contro gli effetti entro la fine del secolo di un innalzamento di due gradi. 20-30% in meno di acqua potabile disponibile nell’area mediterranea e nell’Africa meridionale, una diminuzione drastica delle rese dei cereali, 60 milioni di nuovi casi di malaria in Africa, la fine dei ghiacciai della Groenlandia.

 

A Katowice a dicembre, nel cuore carbonifero della Polonia, si terrà la  COP24. È giunto il momento che i Governi di tutto il mondo si assumano seriamente le loro responsabilità rispetto alla riduzione delle emissioni.A tre anni dalla COP21, non è stato fatto abbastanza. L’Inghilterra continua ad investire nel fracking, la Norvegia continua le esplorazioni artiche in cerca di carburanti fossili, e la Germania prevede l’abbattimento di un’intera foresta in funzione dell’estrazione carbonifera, arrivando ad arrestare e reprimere violentemente gli attivisti che si sono opposti. Trump ha ritirato gli USA dall’impegno preso a Parigi, rispondendo soltanto ai bisogni della grande industria, che stanno distruggendo il Pianeta. Solo qualche mese fa l’EPA, l’ente americano per la protezione ambientale, aveva ha definito troppo elevati i limiti sulle emissioni fissati dall’amministrazione Obama, annunciando di allentarli, visto il calo del prezzo del petrolio. A livello globale, l’interesse nella riconversione energetica è ancora troppo scarso, e, mentre la grande industria inquinante e le emissioni incontrollate proseguono, la spesa nell’industria degli armamenti continua a crescere, tornando ai livelli della guerra fredda, con tutti i rischi a livello umanitario e climatico che ne conseguono.

Cifre esorbitanti: 1739 miliardi solo nel 2017.

 

Il nostro Paese, dal canto suo, non è da meno: la riconversione ecologica è solo nelle parole del Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ma non nei fatti, e il disarmo è ancora lontano. Proprio in questi giorni in Basilicata il Ministro Di Maio ha fatto un grosso dietrofront rispetto al profilo assunto dal movimento 5 stelle sul territorio, rispetto all’estrazione del petrolio nella regione, scatenando le critiche della cittadinanza.

Oltre al caso in sé, questo Governo non si sta adoperando a sufficienza per rispondere alla grave crisi alle porte: nella nota di aggiornamento del DEF si afferma di volersi impegnare a raggiungere entro il 2050 un sistema energetico basato unicamente su fonti rinnovabili e sostenibili, ma le misure prese non sono all’altezza. Le scadenze degli obiettivi del 2020 e del 2030 sono ancora molto lontane, sulle grandi opere non fa dietrofront, preoccupandosi di portarle a termine. In poche parole, il profilo del Governo è contraddittorio tra l’immaginario che prova a costruire e le politiche effettivamente attuate, ancora a servizio degli interessi dei pochi a scapito della salute e della volontà dei molti..

 

I comitati ambientali di tutto il paese si stanno organizzando in queste settimane per porre fine alle politiche che stanno martoriando i loro territori. Il nostro Paese è attraversato da conflitti ambientali, dalle lotte No Tap e No Snam, nel Sulcis, a Taranto, in Val Susa. Battaglie diverse, tutte capaci però di pensare un altro mondo possibile; è solo riprendendo il controllo dei nostri territori, che possiamo ripensare insieme il modello di sviluppo, in una prospettiva ecologica ed ambientalista. Solo con l’autogoverno possiamo decidere sulle nostre vite, contro chi specula sulla nostra salute. Solo restituendo valore ai processi democratici e valorizzando il sapere critico possiamo uscire dall’impasse. Ciò significa tornare ad impegnarsi nella ricerca per le fonti di energia rinnovabile e nelle opere ad impatto minimo sull’ambiente, vuol dire ripensare il sistema di mobilità e il sistema di istruzione, rispetto ai quale l’attuale Governo non dà alcuna risposta, se non ancora ulteriori tagli.

Solo rimettendo al centro la conoscenza è possibile trasformare radicalmente la nostra società e il nostro modello di sviluppo, prima che sia troppo tardi.
La crisi è alle porte e non c’è più tempo: mancano due minuti a mezzanotte, manca meno di un grado al collasso climatico.
Abbiamo solo dodici anni per mettere in atto una vera e propria rivoluzione ecologica, partendo dai nostri territori, dalle nostre città, dalle strade, dalle scuole e le università.

 

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