DALLE PAROLE AI FATTI, SERGIO COSTA E IL GREEN-WASHING AL TEMPO DEL GOVERNO GIALLO-VERDE

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DALLE PAROLE AI FATTI, SERGIO COSTA E IL GREEN-WASHING AL TEMPO DEL GOVERNO GIALLO-VERDE

 

Le dichiarazioni di Sergio Costa, il nuovo ministro dell’Ambiente promettono azioni positive sull’ambiente. Economia circolare, tutela delle biodiversità, lotta alle ecomafie, mobilità sostenibile e acqua pubblica, insieme a una buona dose di critiche alle grandi opere, sono temi di cui più volte abbiamo discusso e che più volte abbiamo chiesto nelle piazze del nostro Paese. Pur apprezzando le parole del ministro, però, ci siamo riservati di osservare questi primi due mesi di governo, e il rischio che a questa nomina non seguano azioni politiche realmente incisive sta già emergendo.  

In questo editoriale cercheremo di rispondere ad alcuni dei principali cavalli di battaglia di questo governo sul tema.

 

In primo luogo, per parlare di economia circolare bisogna partire dal presupposto che il capitalismo non è sostenibile. Il sistema economico attuale, totalmente lineare, si basa su una produzione indiscriminata e continua, che non valuta l’utilità né pratica né sociale di ciò che produce, ma solo il guadagno dei pochi. Un sistema concorrenziale totalmente deregolamentato, colorato di verde da alcune ridicole misure come il mercato delle emissioni, non può essere base di nulla di circolare. Una massa di rifiuti talmente enorme e fuori controllo, business redditizio per la criminalità organizzata come quella italiana, non può essere base di un ciclo “a rifiuto zero” se non si interviene direttamente sul sistema produttivo del nostro paese. La delega all’economia circolare assegnata a Costa, non può essere sufficiente in quanto slegata dalla delega all’economia e anche da quella dello sviluppo economico, dell’agricoltura e dell’industria, limitando così la possibilità di coordinazione tra i ministeri. È necessario un ripensamento complessivo di tutto il modello di sviluppo: dalla produzione di materie prime, per tutto il processo di elaborazione, fin al consumo, oltre a una gestione consapevole dei prodotti di scarto, che devono essere comunque ridotti al minimo indispensabile, è necessario valutare le altre forme di impatto ambientale, come il rilascio di inquinanti nel territorio, o le emissioni prodotte durante il trasporto. Inoltre, è necessario indagare la filiera produttiva, non solo dal punto del mero impatto ambientale: i diritti dei lavoratori devono essere garantiti e tutelati, e la lotta al lavoro nero e al caporalato deve essere prioritaria.

Per quanto riguarda la mobilità sostenibile, il ministro ha ripetuto il mantra della diminuzione dei veicoli alimentati a gasolio e benzina, che per tocca solo la superficie del problema. Seppure questi veicoli siano sicuramente più inquinanti, e tenendo conto che nemmeno quelli a metano siano a impatto zero, la questione non è tanto sul numero di veicoli circolanti, quanto sulla conformazione urbana ed extraurbana e sul trasporto pubblico.

I processi di gentrificazione, trasformazione in città-vetrina, turistificazione e airbnbizzazione che hanno colpito sia grandi che piccoli centri urbani, hanno portato all’espulsione dei più poveri dai centri città, rendendo sempre più necessario l’uso dell’automobile per muoversi. Inoltre le politiche di austerità hanno portato a ingenti tagli, se non a privatizzazioni, del sistema del trasporto pubblico, cosa che ha portato ancora di più all’uso dell’automobile, poiché spesso i mezzi pubblici non sono accessibili, efficienti e non rispondono ai bisogni di tutte e tutti. Infine, ma non certo meno importante, è evidente che la conformazione delle nostre città è a misura di automobile: continue colate di cemento vengono fatte per costruire parcheggi e strade, come visibile anche nel caso bolognese del Passante di Mezzo o nella scarsa se non completamente assente sensibilizzazione al trasporto sostenibile nel Meridione, dove a oggi nelle principali città, un trasporto pubblico non idoneo e una scarsa informazione circa l’inquinamento, impedisce a chiunque non viva nei centri dei nostri Comuni di spostarsi senza auto. C’è una tendenza nel favorire l’uso dell’automobile, cosa che per i più maliziosi potrebbe anche essere legata alla forza economica delle case automobilistiche. Il problema è che la produzione delle automobili, anche quelle elettriche, inquina, inquina moltissimo. Per evitarlo, bisogna ora puntare su piano di investimento massiccio nel trasporto pubblico, impedire ulteriori devastazioni e cementificazioni sui nostri territori e puntare su un’implementazione dell’efficienza energetica degli edifici delle nostre città. In poche parole, bisogna rendere l’automobile superflua, perché la rivoluzione si fa sui mezzi pubblici (gratuiti) e in bicicletta.

 

In questo quadro, si inseriscono le grandi opere, le quali sono parte integrante di un piano di sviluppo che non si dirige minimamente verso il superamento del fossile e di altre fonti inquinanti, bensì continua nella medesima direzione. In questo contesto ci teniamo a ricordare come siano state profondamente contraddittorie e sibilline le posizioni del Movimento Cinque Stelle sulle grandi opere e soprattutto nei confronti delle resistenze popolari che esse hanno incontrato lungo tutto il territorio, da Tav ai Muos fino alla resistenza contro TAP. Il Movimento Cinque Stelle si era schierato contro queste opere sin dalla prima ora, affiancandosi ai movimenti territoriali, e ottenendo, in funzione di queste convinte posizioni, un grande sostegno elettorale, soprattutto in Puglia.


Un arretramento sui temi ambientali era già stato reso evidente dal Patto di Governo con la Lega, che ha visto i Cinque Stelle scendere a patti con la visione leghista di un’Italia come potenza economica e industriale, che niente affatto si concilia con un piano di riconversione e abbandono del fossile, indebolendo di molto le posizioni presentate in campagna elettorale: nessuna menzione alle grandi opere, né alla questione Terra dei Fuochi, nessun riferimento allo Sblocca Italia o a una sua eventuale abrogazione, e nessuna definizione di un piano per la riduzione delle emissioni di CO2.

 

Fra i casi più eclatanti ricordiamo le iniziative e le interrogazioni parlamentari che i 5s hanno fatto in supporto alle lotte contro TAV e TAP quando erano all’opposizione e il silenzio assordante ora che sono al governo che dimostra la volontà di rispettare i trattati, di banalizzare la lotta a queste opere inutili e dannose riducendole ad un mero ragionamento contabile sulla quantificazione delle penali e di giustificare la violenta repressione che questi Movimenti hanno subito e continuano a subire nella totale indifferenza nazionale. Basti pensare alle infinite multe e denunce con le più svariate e strumentali motivazioni recapitate a numerosi attivisti No TAP (ad oggi più di 300.000€ di multe con il solo scopo di dissuadere e scoraggiare la resistenza) oppure alla storia dell’attivista No TAP arrestato in Grecia mentre era lì per sostenere la lotta degli attivisti greci e opponeva resistenza pacifica passata totalmente sotto silenzio.


Eppure la commissione della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha pochi giorni fa approvato definitivamente il finanziamento del gasdotto grazie alla votazione favorevole del membro del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha fornito l’approvazione per la realizzazione della parte italiana.


Insomma, tanti silenzi e contraddizioni in questo governo multiforme sul tema grandi opere, a maggior ragione se consideriamo che la Ministra per il Sud Lezzi si esprime contro lo sbocco di TAP a San Foca, ma non contro il gasdotto in sé, come lo stesso Governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano.  Naturalmente la stessa sorte tocca alla lotta contro i Muos di Niscemi, nel silenzio generale di questo governo,che tra una stoccata sovranista e l’altra non si cura della sentenza dell’11 luglio della Procura di Caltagirone che afferma che la grande opera non sia affatto di interesse strategico nazionale, che non può essere un’opera statale in quanto finalizzata alla sicurezza degli Stati Uniti.

 

All’indomani di questi primi due mesi di governo, sembra che la Lega stia riuscendo ad eliminare tutte le istanze di opposizione alle grandi opere che i 5 stelle hanno sempre sostenuto all’opposizione. Le speranze di cambiamento che si erano mostrate in campagna elettorale sono state finora disattese, ma noi continueremo a rivendicare una reale attenzione alle problematiche ambientali, che non sia solo una promessa da campagna elettorale, ma un vero e proprio obiettivo, la cui realizzazione parta da una reale decisionalità dal basso sul territorio, da un ripensamento collettivo e democratico del sistema produttivo, contro speculazione, sfruttamento irresponsabile delle risorse, repressione delle volontà territoriali ed ecomafie. Come Rete della Conoscenza continueremo a supportare le lotte ambientali, e ad attivarci per la costruzione e diffusione di saperi liberi dal retaggio di un sistema produttivo non sostenibile, e dai condizionamenti degli interessi privati nelle scuole e nelle università.

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