DIGNITÀ SIGNIFICA PIENE TUTELE PER TUTT*!

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Il decreto legge “Dignità” è stato approvato dal Consiglio dei Ministri, ed ora verrà discusso in Parlamento, che potrà modificarlo entro 60 giorni. Già Salvini ed esponenti di Lega e delle opposizioni hanno annunciato la volontà di eliminare le poche tutele previste per i lavoratori sulla scia delle critiche fatte dalle associazioni delle imprese.

Il decreto modifica le norme sui contratti a tempo determinato, inserendo l’obbligo della “causale” dopo i 12 mesi di lavoro: ciò significa che le aziende non potranno impiegare lavoratori precari per più di un anno se non in casi eccezionali che giustificano la scadenza temporale del rapporto di lavoro (come l’assunzione di personale extra per picchi di produzione stagionale, etc.). Però resterà possibile licenziare e assumere ogni anno con contratti precari, per svolgere mansioni che in realtà dovrebbero prevedere un contratto a tempo indeterminato. La “causale” è una misura necessaria, ma dal primo mese, altrimenti non limita realmente gli abusi.


Il contratto di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato (c.d. staff leasing), non viene modificato. Ciò significa che in qualsiasi azienda e per qualsiasi lavoro, fino al 20% del personale potrà ancora essere impiegato a tempo indeterminato anche senza l’assunzione nell’azienda in cui si lavora. Infatti questi contratti vengono stipulati da agenzie interinali (Manpower, UMANA, etc.) ma i lavoratori vengono mandati a lavorare in altre aziende con meno diritti dei loro colleghi e con la possibilità di essere rimandati a casa in ogni momento con un taglio del salario. Questo sistema di sfruttamento continuerà a funzionare indisturbato.

 

Si compie una stretta sul licenziamento per i contratti a tutele crescenti (introdotti dal Jobs Act). Se il licenziamento non è per giustificato motivo o giusta causa l’indennità spettante al lavoratore sale da un minimo di 6 (prima era 4) ad un massimo di 36 mensilità (in precedenza 24). Ma rimane la conciliazione facoltativa incentivata dalla somma offerta dal datore di lavoro, pari a 2 e fino ad un massimo di 18 mensilità. Accettando tale somma, il lavoratore rinuncia però a fare causa all’azienda pur trattandosi di licenziamento illegittimo. Anche se aumenta l’indennità, non vengono ripristinate le piene tutele contro i licenziamenti illegittimi cancellate dal Jobs Act. L’unico strumento sicuro per evitare abusi e ingiustizie é l’ex art. 18, che prevedeva la reintegrazione sul posto di lavoro.

L’Articolo 4 comma 1 del Decreto in materia di delocalizzazione prevede finalmente la svolta in positivo che il Paese aspettava da tempo: l’impresa italiana ed estera operante nel territorio nazionale beneficiaria di aiuti di Stato che trasferisce la sua attività all’estero dovrà pagare delle sanzioni pecuniarie pari ad un importo da 2 a 4 volte quello del beneficio fruito, decadendo dal beneficio medesimo. Per la prima volta vengono approvati delle penali per le aziende che intascano soldi pubblici e poi vanno all’estero per assumere lavoratori con salari più bassi, senza diritti, oppure per pagare meno tasse. Bisogna proseguire su questa politica, garantendo l’attuazione delle penali per le multinazionali, che spesso utilizzano cavilli normativi per evitare questi limiti. In questo paese sempre più piattaforme digitali e sempre più aziende con appalti fanno profitti senza pagare tasse, equi salari e contributi, arricchendosi alle spalle dei lavoratori e dei cittadini producendo povertà invece che ricchezza. Sfruttano giovani e studenti che nell’impoverimento generale vedono una possibilità per “arrotondare”, a scapito di diritti e tutele –  senza parlare di pensioni e contributi che restano un sogno vano per un’intera generazione. Questi settori hanno urgente bisogno di essere regolamentati secondo le richieste che sindacati e lavoratori hanno portato pochi giorni fa al tavolo con il Ministero.

In sostanza il Decreto Dignità incide apportando delle migliorie, ma non cambiando il paradigma della precarietà imposto con le politiche degli ultimi decenni e infine con il Jobs act. Non vediamo infatti alcuna “Waterloo del precariato”, ma solo alcune misure positive ma insufficienti: per risolvere i disastri creati dal Job Act serve una manovra molto più organica e complessiva. Serve riscrivere la legge da capo per superarla davvero, sia per il presente di milioni di lavoratori sia per il futuro di giovani e studenti. Un decreto che è già pronto a subire la minaccia di chi per anni ha tutelato solo interessi dei soliti noti e rendite finanziarie, da Confindustria a gran parte dello scacchiere politico parlamentare, dal Partito Democratico a Salvini e i suoi accoliti, la Meloni e Forza Italia.


La debolezza di Luigi Di Maio si sta palesando in concreto, oltre che nei tanti proclami ricolmi di retorica e alle tante promesse ancora non mantenute, anche nei confronti di un governo sempre più egemonizzato da Salvini, chino di fronte allo strapotere delle parti datoriali Lo dimostra il dibattito interno alla maggioranza apertosi già nelle ore successive all’emanazione del decreto: Salvini e Di Maio hanno confermato la volontà di reintrodurre i voucher, uno strumento odioso di incentivo alla precarietà e al cottimo. La “dignità” si concretizza nell’eliminazione delle diseguaglianze e nella garanzia di piene tutele, un obiettivo che appare estraneo ad un governo a trazione leghista. Al contrario questa maggioranza sta dimostrando di negare la dignità di milioni di persone, non solo i lavoratori che non vedono migliorare le proprie condizioni di fronte a questo decreto, ma anche tutti coloro che vedono minacciati i propri diritti umani dalla violenta propaganda del Governo, concentrata sull’attacco alle minoranze come i migranti ed i soggetti LGBTQIA+.

Siamo pronti ad affermare le nostre priorità, cioè quelle di tutti coloro che in questi anni hanno subito le conseguenze della devastazione sociale, a partire dalla messa al bando del precariato con l’abolizione del Jobs Act e investimenti pubblici per rilanciare l’occupazione, fino all’accesso universale e gratuito a scuole e università perché non ne possiamo più di “mantenerci per studiare”: studiare è un diritto, non può legarsi alla necessità di sottoporsi al ricatto del lavoro precario. Così come vogliamo abolire lo sfruttamento che esiste già all’interno dei percorsi formativi, come dimostrano i tirocini universitari e l’alternanza scuola lavoro. Proprio sull’alternanza il ministro Bussetti ha confermato il sostegno a questo sistema di sfruttamento degli studenti, dimostrando ancora una volta quanto sia assente la volontà di garantire la dignità di tutte e tutti anche durante la formazione: ribadiamo invece la necessità di mettere profondamente in discussione il legame fra mondo della formazione e mondo del lavoro, perché le scuole e le università smettano di essere palestre di sfruttamento ed educazione alla precarietà e ai ricatti e diventino invece dei luoghi in cui imparare a leggere criticamente la realtà, conoscere i propri diritti, luoghi a partire dai quali poter immaginare un nuovo modello di produzione e di sviluppo che rispetti il lavoro, l’ambiente, le persone. E non sarà la rassegnazione, ma la conquista di un futuro di reale DIGNITA’, a guidare le nostre prossime azioni.

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