The first pride was a Riot: studentesse e studenti verso l’onda pride

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Per una battaglia che non scenda a compromessi, vogliamo tutto!

Negli ultimi anni a livello globale stiamo assistendo a un movimento apparentemente contraddittorio per quanto concerne i diritti civili: da un lato esponenti di governo come Trump o Putin continuano a reprimere qualsiasi forma di dissenso adottando politiche restrittive in materia di diritti, dall’altro in molti paesi del mondo occidentale notiamo dei primi passi in avanti per la comunità LGBTQIA+. Non possiamo non riconoscere, però, come anche questi spesso siano stati utilizzati dai vari governi come delle pezze a colori per coprire la messa in campo di politiche che hanno fatto regredire il funzionamento del welfare state che da ormai 70 anni caratterizzava le nostre democrazie. Questo processo è avvenuto anche nel nostro paese, ove la differenza sostanziale tra forze politiche non era riguardante il campo economico e quindi anche l’idea di società alla base, ma la differenziazione tra centro-sinistra e centro-destra partitica, in questi ultimi anni, si è contraddistinta principalmente sulle riforme in merito ai diritti civili.  Basti pensare al DDL Cirinnà, sicuramente un passo in avanti rispetto al vuoto esistente prima, ma ancora troppo indietro per i bisogni di una comunità che merita di essere riconosciuta e di essere tutelata in toto e non solo parzialmente, come poi avvenuto. Inoltre è importante sottolineare come il trattamento di questa materia da parte del PD e dei precedenti governi sia stato usato solo ed esclusivamente in chiave strumentale all’acquisizione di consensi, mediante l’approvazione di un testo legislativo monco come quello della Cirinnà, che la stessa senatrice nelle ultime settimane ha difeso dal governo lega-5stelle anche strumentalmente, senza una reale connessione con il fronte sociale lgbtq+ (eccetto che arcigay e famiglie arcobaleno). Dopo le elezioni del 4 Marzo come comunità lgbtq+ e in generale come cittadini dobbiamo far fronte a una situazione ancora più complessa, per quanto più chiara da definire rispetto a prima: questo governo è omo-transfobico e patriarcale. Di fatti, leggiamo le chiare dichiarazioni d’intenti del nuovo ministro della famiglia e per la disabilità Fontana e conosciamo la posizione ambigua assunta dai 5 stelle sulla tematica: come dimenticare quando resero il DDL Cirinnà monco, la battaglia per non far passare tutta la parte riguardante le adozioni rifiutando di votare il DDL cosi com’era presentato, per timore di una emorragia del suo elettorato di destra. Dopo le prime polemiche rispetto all’introduzione del ministero della famiglia e della disabilità e l’assenza della delega alle pari opportunità in esecutivo, ecco il contentino: la nomina di un pentastellato dichiaratamente gay. Non vogliamo deleghe assegnate per occupare sedie e pacificare il dissenso. Riteniamo imbarazzante l’atteggiamento di silenzio assenso di tutto il governo a fronte delle dichiarazioni medievali del ministro Fontana e questa delega neo-assegnata con ampio ritardo è la tipica mossa dei 5 stelle per stare con due piedi in una scarpa, senza prendere posizione, contenitore senza contenuti.

Inoltre risulta evidente che tali forze (5stelle e Lega), nonostante la loro vincente autonarrazione, sono tutto fuorchè anti-establishment, poichè dietro tali forze si celano interessi volti al mantenimento dello status quo e all’incremento di politiche neoliberiste, ma a differenza del passato tale rafforzamento dell’ establishment neoliberista non verrà mascherato sotto l’incremento delle libertà individuali ma anzi ha chiaramente un progetto conservatore e reazionario della società,  da rafforzarsi con azioni culturali e provvedimenti di stampo patriarcale a discapito di donne, gay, bisessuali, lesbiche, trans ecc., con il rigetto di migranti e di tutte le categorie più a rischio esclusione sociale. Questo tipo di idee sono state poste al centro del dibattito pubblico attraverso le dichiarazioni di Fontana riguardanti la comunità LGBTQIA+ e per ciò che riguarda il tema migrazioni e sicurezza il ministro Salvini ha già fatto comprendere quale sarà l’impostazione di questo governo, un governo che si prospetta essere liberticida e reazionario.  E’ chiaro che non è tra le priorità di questo governo tutelare e attivare politiche a sostegno dell’inserimento lavorativo dei /lle trans*, molto spesso vittime di discriminazioni sul luogo del lavoro, così come non è tra le priorità di questo governo salvaguardare il diritto alla salute senza discriminazioni per tutta la comunità lgbtq+ e per le donne – basti pensare alle posizioni conservatrici sull’aborto-, come neanche il diritto allo studio e alla città di chi si trova in età da formazione e già deve subire le angherie di un mondo che spesso opprime, ti lascia ai lati, ti fa vergognare di te stesso/a.

Chiaro è che il conflitto sarà dunque più elevato in questi anni di governo gialloverde,  e dovremo essere pronti a tentativi di smantellamento del poco che esiste ed a una chiusura di un confronto istituzionale a livello nazionale. Per tali ragioni, i Pride oltre che momenti di aggregazione, di riconoscibilità e di orgoglio di ciò che siamo, saranno sempre di più momenti di denuncia e di proposte territoriali e locali per migliorare le condizioni degli studenti e delle studentesse LGBTQ+ e non solo: gli spazi di contrattazione si riducono ai piani locali e sarà importante, ove possibile, lavorare in questa direzione cercando l’esposizione pubblica e il confronto per punti con le amministrazioni locali per fare dei passi in avanti rispetto al piano nazionale e provare ad incalzare il piano nazionale e il dibattito pubblico.

Questa necessità non può però esimerci da una riflessione centrale: tanto a livello nazionale quanto a livello territoriale abbiamo subito gli effetti della normalizzazione delle rivendicazioni lgbt+ sempre più schiacciate nelle linee guida di “ciò che è socialmente accettato” senza la reale messa in discussione dell’esistente; è impossibile non percepire gli effetti di questo processo sulle giornate dei pride. Questi momenti, che dovrebbero essere occasioni di lotta e rivendicazione politica a trecentosessanta gradi, spesso vedono schierarsi in campo figure istituzionali che svuotano il senso di quei momenti per portare una lettura parziale e inconsistente, o esclusivamente propagandistica. Se è vero che i pride e le mobilitazioni possono essere strumenti adatti per fare pressione a livello territoriale, ugualmente non ci si può abbandonare a logiche di compromesso o contrattazioni al ribasso ed è fondamentale andare in controtendenza rispetto ai tentativi di istituzionalizzazione dei momenti di lotta.

 

The first pride was a Riot – da Stonewall a oggi, rivoltiamo tutto!

Il nostro pride nasce dal basso, dagli esclusi dalla società, persone sporche e immorali.

Erano negre, donne, trans, puttane, lesbiche, frocie, bisessuali e per questo subivano le vessazioni dello stato che secondo una morale perversa agiva violentemente sui loro corpi e sulla loro mente. Il 27 giugno 1969  a Stonewall gli emarginati e le emarginate si sono stancate di subire violenza e soprusi e hanno marciato per mostrare con orgoglio quei loro corpi che tanto facevano ribrezzo agli occhi di tutti.
La nostra battaglia è ancora la stessa: noi dobbiamo e vogliamo lottare per liberarli, perché non vogliamo sottostare a quella perversa repressione che la società ci vuole imporre, provando a farci indossare una divisa grigia, coprendo tutti i nostri colori.
Noi non ci stiamo, non la vogliamo indossare quella triste divisa, anzi non vogliamo indossare proprio nulla, vogliamo avere la libertà di mostrare chi siamo e ribellarci a questa società patriarcale, maschilista, esclusivamente binaria, che detta una moralità disumana e perversa.
Tutte le nostre manifestazioni non possono che essere rivoluzionarie e antisistema perché questo sistema ci sta stretto.
Noi lottiamo per una società che sia realmente inclusiva, che accolga non solo le LGBTQIA+  ma tutte le altre minoranze che abitano questo pianeta; noi lottiamo al fine di ribaltare questo mondo malato partendo proprio dalla nostra sessualità, da quello che abbiamo nascosto sotto le mutande, perchè è proprio da lì che tutto inizia.

Ci siamo stancati di una società patriarcale che vuole il maschio bianco occidentale (possibilmente bigotto) come cittadino di serie A, e più la tua identità si allontana da questo standard e più diventi un inutile cittadino di serie Z; noi ne abbiamo abbastanza, non vogliamo che ci siano ultimi. Noi vogliamo una società che accolga tutt* come figl* eguali fra loro, e che le nostre differenze siano la nostra bellezza, perchè è così.

Fino a quel giorno noi continueremo a marciare mostrando a questa società che c’è un’alternativa a questo grigio torpore: quell’alternativa è il nostro arcobaleno, nel quale c’è posto per tutti i vostri colori.

Per un’alleanza di corpi liberi

Nella società neoliberista si sono aggiunti negli ultimi anni nuovi stereotipi rispetto a quelli tradizionali eteronormati, dove rispettare i nuovi standard significa ottenere il permesso per essere accettati. Questi nuovi ruoli di genere riguardano proprio i corpi, a partire da quanto essi rispettino un certo canone estetico. In particolare al Pride, se hai un corpo maschile muscoloso sei liberissimo di poter ballare in mutandine su un carro, ma se per caso hai la pancia o se hai un corpo femminile è già un problema mostrare liberamente i tuoi capezzoli.  Quando parliamo di di stereotipi però parliamo anche di un sistema di ruoli: il maschio “alpha”, bianco e eterosessuale è la figura che tutti i soggetti maschili, anche omosessuali, sono spinti a inseguire per riuscire a gudagnarsi il rispetto degli altri; già se hanno un’espressione di genere più femminili vengono incasellati in un ruolo diverso, “più debole”, ricalcando l’interazione già esistente tra i ruoli di genere tradizionali. La stessa cosa vale per le persone di sesso femminile che, sé lesbiche, destano stupore se non sono dei “maschiacci” pur mantenendone un’eccezione caricaturale. In una riproduzione articolata come questa di una nuova piramide dei generi diventa ancora più escludente per le altre lettere della sigla, cioè transgender, transessuali, intersessuali, asessuali e queer.

L’esaltazione di un sistema sempre binario di stereotipi è quindi ormai fortemente presente anche nella stessa comunità LGBT+ .

In questo processo di esclusione binaria ed estetica entrano in gioco anche il decoro: sempre più spesso il Pride sembra che debba essere una “festa” ma che non scandalizzi la normalità e la buona condotta degli abitanti delle città che attraversa. La violenza della retorica del decoro non solo colpisce quindi la capacità politica di sovversione del Pride, ma si abbatte proprio sui corpi che non rispettano le norme di cui sopra con la stessa logica con cui la Minniti Orlando reprime migranti, transessuali e senzatetto.

Tutto ciò è tutt’altro che libertà dei corpi e autodeterminazione.
Obiettivo primario del Pride deve essere quello di scardinare questi standard qualitativi per rivoluzionare un modo di pensare ormai retrogrado, ovvero per liberare i corpi da regole che ci costringono in degli abiti che non ci appartengono. Vogliamo essere liber* di esprimere noi stess* attraverso i nostri corpi, sostituendo alla paura di pregiudizi e preconcetti escludenti l’alleanza dei nostri corpi stessi!

Chi strumentalizza i nostri corpi non è nostro alleato!

Troppo spesso nei Pride si giocano strategie di strumentalizzazioni sui nostri corpi per ottenere un profitto economico o politico. Gli innumerevoli sponsor che “sostengono” economicamente i Pride comparendo coi loro loghi sulle locandine rivendicano il loro essere “gay-friendly” sperano così di poter ampliare la propria clientela e così anche i guadagni, senza poi realmente essere realmente  inclusivi e antidiscriminatori negli ambienti di lavoro. Anche quando rivendicano politiche di diversity management sono spesso e volentieri volte ad aumentare la produttività e non alla tutela effettiva delle persone.
Inoltre vogliamo dirlo chiaramente: non parlano a nostro nome soprattutto le aziende che sfruttano i propri lavoratori, proprio perché la mancanza di tutele e la precarietà espongono ancor di più a discriminazioni i soggetti LGBTQIA+.

Lo stesso discorso vale per chi utilizza i Pride come passerella politica: abbiamo visto sparire dai programmi politici dei maggiori partiti le istanze dei soggetti LGBTQIA+. Ci è dunque chiaro che anche chi non esprime costantemente concetti omotransfobici comunque non è intenzionato a volersi battere per un pieno accesso ai diritti civili.  Ma vogliamo che sia chiaro che noi chiediamo di più, cioè i diritti civili non possono essere scissi da diritti sociali per tutt*: per questo vogliamo un welfare universale che riconosca tutte le famiglie.

L’attuale composizione comunemente intesa della famiglia, che ricorda più i Fantastici 4 che non il mondo naturale, è più recente di quello che si pensa: fino a 80 anni fa , una famiglia naturale era di mamma e papà con 6\7 figli, oggi non sarebbe più così.  Bisogna poi considerare le differenza tra Paesi: tra mondo occidentale e mondo orientale, tra nord e sud; per esempio al sud ancora oggi la “famiglia” viene inteso in senso più largo comprendendo, a livello quasi strutturale, anche nonni zii e nipoti. Queste differenze, storiche e geografiche, dimostrano che la famiglia naturale più che corrispondere alle idee di madre (o forse padre) natura è condizionata soprattutto dalle condizioni storico-sociali e dalla narrazione dominante in tema di costumi sessuali e ruoli di genere.

Quindi che cos’è la famiglia naturale? L’attuale formazione del modello familiare è storicamente dato.  Non esiste il concetto di famiglia naturale in sè, ma questo viene determinato dalla narrazione dominante in tema di costume sessuale e ruolo di genere.

La domanda giusta allora è: che cos’è la famiglia?

Ci è stato detto che non esiste famiglia senza matrimonio, non esiste famiglia senza figli, non esiste famiglia senza mamma e papà, ma soprattutto che la famiglia è il tassello originale della struttura sociale. Ci sembra però che questa costruzione della famiglia sia stata utile più agli sfruttatori che agli sfruttati: quando servivano figli per lavorare, le donne per badare alla casa, quando serviva una dottrina tradizionale per governare, quando bisognava eliminare le opposizioni politiche, quando si volevano eliminare gli stranieri e i soggetti scomodi, quando si volevano tagliare le spese sociali per scaricare questo costo sulla povera gente, quando si è cercato facile consenso per le competizioni elettorali. La famiglia perciò non è altro che il luogo in cui si riproducono le disuguaglianze, storiche e sociali, e dove si trasmette la cultura dei governanti.

Crediamo che ogni politica di emancipazione deve puntare a distruggere l’apparenza dell’  ”ordine naturale”, deve rivelare che quello che ci viene presentato come naturale altro non è che una contingenza. Per questo la retorica brutale di Salvini e Adinolfi non ci sembra molto diversa da quella del “dipartimento mamme” del Partito Democratico . La legge Cirinnà, per esempio, ha legittimato la differenza tra famiglie naturali di Serie A e “sfamiglie” di Serie B. Le sfamiglie infatti sono la testimonianza della genitorialità sociale contrapposta a quella biologica, della possibilità di autodeterminarsi, della necessità di un riconoscimento insieme esistenziale e politico: due mamme, due papà, un solo genitore, nessun figlio, e tutte le combinazioni sfamiliari possibili incutono timore alla classe dominante.

Per questo noi chiediamo non di essere riconosciuti come famiglie, concetto che non vogliamo incarnare, ma come detentori e promotori di diritti davanti allo smantellamento dello stato sociale. Non pensiamo che ci vadano garantiti sostegni e tutele in termini di welfare in base al fatto di essere riconosciuti come nuclei familiari o meno. Dobbiamo far uscire il nostro paese dalla logica del welfare familistico per approdare a un welfare universale per tutt*. Includendo anche le soggettività meno (ri)conosciute della sigla LGBTQIA, che hanno ancora maggiori difficoltà nel poter avere dei figli.

Nella logica per cui i legami sono affettivi e non biologici, chiediamo anche una serie di tutele e di possibilità per le coppie e i/le singol*  che vogliano intraprendere la strada della genitorialità: stepchild adoption, accesso alla Gestazione per Altri, a tutte le pratiche di fecondazioni assistita nel nostro paese ancora fortemente eteronormata. La legge 40 sulla fecondazione assistita vieta, infatti, tutt’oggi l’accesso alla pratica a donne single, a coppie lesbiche o omosessuali.   Non possiamo non riconoscere che una battaglia per la genitorialità è monca se non combattuta insieme a una battaglia sui diritti non riproduttivi. La scelta non riproduttiva, a causa dello stigma sociale che si porta dietro, è più opprimente per le soggettività femminili rispetto che quelle maschili, eppure tutelare il diritto alla non riproduzione è un punto scoperto da aggredire. Questo è imprescindibile anche per un ripensamento globale del sistema di adozione, oggi fortemente basata su un modello classista ed escludente rispetto alle famiglie non mononucleari eteronormate, oltre che bigotto e discriminante.  Non pensiamo che la battaglia per la famiglia debba porsi l’obiettivo dell’adeguamento a quella che ci impongono come “norma”: vogliamo ricostruire su nuove basi il nostro bisogno di autodeterminazione, oltre etenormatività e binarismo di genere.

 

Scuole e università libere per liberarci tutt*!

In qualità di studenti e studentesse pretendiamo scuole e università realmente laiche, scevre da ogni tipo di discriminazione che si possa tradurre in atti di violenza verbale e/o fisica, o causare disagio nella vittima di tale mancanza di accettazione. Ma l’ “accettazione” non basta, c’è bisogno di una diffusa apertura alle differenze, come punto di forza che investa tutti gli organi e i soggetti facenti parte dei luoghi della formazione. Non si dovrà quindi più attuare alcun tipo di iniziativa che punti alla “normalizzazione” delle suddette diversità, ma esse andranno piuttosto valorizzate, in quanto portatrici di idee e modi di pensare spesso ignorati dai/dalle docenti, o omessi nei libri di testo, a causa di un tabù a cui da sempre sono legate le nostre scuole e le nostre università. Per spezzare le catene che la società patriarcale ci impone è necessario aprire le porte degli spazi che dovrebbero essere appunto dedicati allo scambio libero e democratico di conoscenze e che verranno quanto più arricchite tanto più accoglieranno soggetti il più possibile diversi tra loro per pensiero, etnia, cultura, orientamento sessuale e identità di genere. Per favorire l’inclusione di tutt* all’interno dei luoghi della formazione, e quindi all’esterno di questi ultimi, risulta perciò urgente una approfondita revisione dei programmi didattici che garantiscano una nuova visione della storia, come delle arti e delle scienze, liberi dall’impostazione di tipo patriarcale che attualmente domina tutti i campi del sapere. Lo stesso vale per i metodi di insegnamento ormai obsoleti che prevedono lezioni spesso esclusivamente di tipo frontale, impedendo la libera espressione degli studenti e delle studentesse tutt* e rendendo l’ambiente scolastico sterile e poco adatto alla condivisione di idee e, di conseguenza, alla conoscenza di sè e dell’altro. Non veniamo abituati a confrontarci, ma esclusivamente a raccogliere le informazioni che ci vogliono dare, lasciando la nostra mente sgombra da temi troppo “pericolosi” o “ scomodi” e piena invece di tutto ciò che ci vogliono far credere universalmente giusto.

In più ci viene impedito di indossare gli indumenti che più ci rappresentano perché “poco consoni ad un luogo pubblico come la scuola” dove la libertà dovrebbe passare anche per questo aspetto della vita degli studenti e delle studentesse che subiscono ripercussioni sul proprio voto in condotta e vedono ogni giorno punita la loro volontà di mostrarsi per come sono.
Fin da piccoli il nostro modo di ragionare viene impostato sulla dicotomia maschio/femmina e sull’equazione normalità=uomo/donna etero (spesso conferendo un ruolo di spiccato rilievo all’uomo bianco, cisgender ed eterosessuale). È ora di sovvertire il sistema educativo attuale al fine di garantire a tutt* una libera scelta riguardo la propria sessualità senza dover incorrere in minacce, violenze e discriminazioni, ma al contrario con la certezza di ricevere uguali opportunità.

L’assenza di educazione sessuale nelle scuole incide negativamente sulla scoperta del proprio corpo e del proprio orientamento sessuale delegando questo ruolo alla cultura familiare, alle dicerie o agli stereotipi pornografici che non fanno altro che riprodurre idee bigotte o violente di sessualità.

L’impostazione della Buona Scuola e delle ultime politiche del MIUR – o l’assenza di esse sul tema dell’educazione sessuale – ci impongono di mobilitarci per restituire alla scuola il proprio valore sociale, in un momento in cui con la retorica della pretestuosa ideologia gender si torna a favorire sessismo, stereotipi e discriminazioni tra i generi. Riteniamo inaccettabile che tra i banchi di scuola continuino a crescere generazioni che, tra vere e proprie molestie sociali e dinamiche da branco, sono costrette ad autoformarsi sulla sessualità e sulle annesse dimensioni salutari, mentre cresce fra i nostri coetanei una diffusa inconsapevolezza rispetto al proprio corpo, rispetto alle malattie sessualmente trasmissibili, rispetto al piacere. Riteniamo che sia necessario assumere una volta per tutte il ruolo della scuola nell’educazione sessuale e alle differenze, contro ogni pretesa relativistica di appannaggio familiare.

In questa fase in cui esiste una continua regressione rispetto al tema dei diritti e dell’immaginario dei nuovi diritti di genere ed LGBTQIA+, abbiamo la necessità di ribadire l’importanza di costruire all’interno dei luoghi della formazione un argine culturale forte, capace di creare un’opposizione nel dibattito politico di questi mesi, che vede l’avanzamento di posizioni conservatrici espresse dalle escalation del neo ministro della famiglia.

L’inserimento dell’educazione sessuale all’interno dei luoghi della formazione può rappresentare una prospettiva di avanzamento della didattica, eliminando gli stereotipi a partire dalla formazione e dal confronto.

In questo senso non possiamo interrogarci sulla necessità dell’inserimento dell’educazione sessuale senza vedere in questa la necessità di investimenti sui servizi sanitari pubblici, senza i quali è evidentemente impossibile un investimento complessivo anche sui servizi legati all’ educazione sessuale nei nostri istituti e nelle nostre università: per questo continuiamo a rivendicare la contraccezione gratuita in scuole e università e l’apertura di centri anti violenza.

A partire dai pride ma non solo, è per una società più giusta ed eguale che continueremo a lottare affinchè scuola e all’università siano spazi sicuri per tutte e tutti, in cui conoscere sè stess* e gli altri, non posti di odio razzismo e omotransfobia. Lotteremo affinchè in questi luoghi e in città si organizzino attività culturali e sociali di contrasto e prevenzione di tabù, stereotipi e pregiudizi su orientamento sessuale e identità di genere. Lotteremo affinchè venga riconosciuta l’urgenza di inserire i saperi di genere e lgbtq+ nei programmi di studio, così come corsi di educazione sessuale per una sessualità più consapevole, senza rischi di malattie sessualmente trasmissibili per l’altro/a e senza preconcetti.

 

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