Quale cambiamento?

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A poche ore dalla votazione della fiducia al governo M5S-Lega, pubblichiamo una nostra prima riflessione su quanto avvenuto negli ultimi mesi, fra alleanze, contratto, opposizione.

Questione democratica e dibattito pubblico: quale cambiamento?

Negli ultimi tre mesi il dibattito pubblico si è concentrato sulle possibili formazioni di governo, mentre nei palazzi si passava da un’ipotesi all’altra senza soluzione di continuità. Che maggioranza formare? Un dibattito che ha avuto ben poco a che fare con le promesse di cambiamento nella campagna elettorale: il nodo centrale era esclusivamente andare al governo, non importa con chi, non importa la coerenza dei programmi. Il governo purché ci sia, insomma, anche per una forza, il Movimento 5 Stelle, che proprio sul contrasto ai governi precedenti – “la casta” – e ai giochi di potere ha costruito larga parte del suo consenso. E’ più importante cambiare il Paese – come è stato ripetuto durante una lunghissima campagna elettorale – o solamente andare al governo? La risposta che emerge dai fatti delle ultime settimane è la seconda: la ricerca del potere è stata il binario su cui si sono mosse due forze dipinte come “antisistema”, la Lega e il Movimento 5 Stelle, in perfetta continuità con le dinamiche che hanno più volte affermato di voler abolire.

Gli stessi protagonisti di questa nuova legislatura ricordano il passato piuttosto che un nuovo futuro: infatti Berlusconi continua ad essere una figura centrale. L’evoluzione del quadro politico degli ultimi mesi è stato infatti condizionato dalle scelte prese ad Arcore, fino al via libera alla formazione di un Governo M5S-Lega. Che fine faccia la “questione morale” fondante per il M5S – già messa da parte con l’accordo per la presidenza del Senato ad una berslusconiana di ferro – non è dato saperlo. Sicuramente, volendo attenersi al Contratto di Governo, la lotta contro l’establishment è stata ridimensionata: il nodo del conflitto di interessi e delle politiche anticorruzione, uno degli ostacoli principali ad un ok del Cavaliere all’intesa gialloverde, è stato ridotto ad un paragrafo privo di chiarezza, che pare utile a salvare le apparenze più che impegnarsi realmente nel contrasto gruppi di potere.

Con il benestare di Berlusconi è quindi partito il processo di formazione della nuova maggioranza, a cominciare dalla scrittura di un Contratto di Governo. Le modalità di articolazione del dibattito sul contratto, dai media mainstream agli ambienti dell’opposizione, sono emblematiche dell’enorme questione sociale e democratica che resta aperta e insoluta.

Le prime pagine dei principali quotidiani e le homepage dei siti di informazione non hanno fatto altro che riportare per settimane una serie di numeri: le oscillazioni dello spread, le percentuali di calo delle borse, il rapporto deficit/PIL, le coperture finanziarie assenti nella proposta di contratto. Sulla stessa strada si è mossa l’opposizione portata avanti dal Partito Democratico.

Quello che ci chiediamo è: davvero davanti alla proposta di rimpatriare mezzo milione di persone, il problema delle opposizioni è la sostenibilità economica di questa misura? Davvero davanti ad una riforma della tassazione profondamente iniqua l’unica critica che si muove è l’incompatibilità con i vincoli di bilancio imposti dall’UE? Eppure, questo è il dibattito a cui abbiamo assistito: nell’assenza di volontà di muovere una critica che andasse nel merito delle questioni, sono state definitivamente sdoganate proposte lesive dei diritti umani, alle quali la strada era stata certamente spianata dalle misure messe in campo precedentemente – un esempio lampante è la gestione Minniti. E’ stata concessa piena legittimità nel dibattito pubblico ad un programma reazionario, mentre si riteneva più importante difendere l’austerità, la tecnocrazia europea, gli speculatori finanziari, piuttosto che la dignità e i diritti delle persone.

Negli ultimi mesi, un elemento cardine nel dibattito è stato quello della “paura”: se in campagna elettorale è stata la Lega a fondare sul mantra della paura il suo discorso politico  – del migrante che invade, stupra, cancella le tradizioni – nelle settimane successive questo elemento terroristico è stato adottato dalle opposizioni: ciò di cui si deve aver paura è l’incompetenza al governo, è l’instabilità politica, è l’incapacità di dare garanzie ai cosiddetti “poteri forti”. La narrazione negativa delle opposizioni è risultata quindi elitaria ed inefficace, andando a regalare un consenso ancor maggiore a Movimento 5 Stelle e Lega.

Dipingere la ricontrattazione del debito come una misura pericolosamente eversiva, difendere il pareggio di bilancio contro ogni istanza sociale, appellarsi alla tecnocrazia europea, sono tutti fattori che hanno contribuito alla costruzione di una polarizzazione tra chi difende l’establishment e chi lo combatte, fra chi si muove nel solco delle politiche di austerity e chi le rifiuta, una retorica che ha indubbiamente giovato alle forze di maggioranza. E che, soprattutto, ha nascosto sotto il tappeto un elemento centrale: come si può definire “anti-establishment” chi promuove la flat tax tutelando proprio gli interessi delle élite; chi intende adottare politiche fortemente regressive e disumane in termini di gestione dei flussi migratori in perfetta continuità con Minniti; chi antepone la meritocrazia al soddisfacimento dei bisogni? Troppo concentrato sulla stabilità dei mercati e sulle garanzie da dare agli investitori, il contrasto al governo M5S-Lega si è trincerato dietro una difesa dell’esistente ben distante dalle condizioni materiali e dal bisogno di cambiamento di milioni di cittadini. 

Il Governo della maggioranza Lega-M5S sta dunque chiedendo la fiducia alle Camere presentando come programma i contenuti del “Contratto per il governo del cambiamento”. Definire le politiche pubbliche tramite strumenti di diritto privato è quanto di più lontano si può immaginare da un’idea di democrazia partecipativa, in cui il processo decisionale non venga monopolizzato da una minoranza indifferentemente da quelle che sono le istanze sociali espresse da chi sta fuori dai palazzi del potere. Gli esponenti del nuovo Governo, a cominciare dal premier Conte, continuano a dichiarare che l’esecutivo si limiterà a portare avanti le misure previste dal documento, come se il destino del Paese sia stato ormai scritto nero su bianco, senza alternative, dai due “azionisti” Salvini e Di Maio. La democrazia viene così trasformata in una contrattazione tra privati, in particolare i leader di due forze politiche, che prendono scelte sul nostro futuro chiusi in segrete stanze, negando la necessità di un ruolo dei soggetti sociali nel processo decisionale e della rappresentanza parlamentare nella definizione del programma di governo del Paese. In particolare lo stesso contratto include la marginalizzazione del Parlamento come luogo decisionale, prevedendo un “Comitato di conciliazione” in cui risolvere in privato le contraddizioni tra Lega e M5S, in cui prendere accordi superando la centralità del Parlamento come luogo di dialettica tra maggioranza e minoranza per definire l’indirizzo politico delle istituzioni.

Nonostante queste dinamiche preoccupanti, che mostrano una direzione di superamento della democrazia parlamentare verso un processo decisionale elitario e privato, abbiamo assistito al tentativo di dare una legittimazione popolare all’accordo tra le due forze politiche. Il contratto di Governo ha avuto una fondamentale funzione propagandistica per le due forze di maggioranza, senza la presenza di un reale indirizzo esecutivo. La “partecipazione” rivendicata da entrambi i partiti é del tutto retorica, sia per il numero limitatissimo di cittadini che hanno partecipato alle consultazioni, sia per la dinamica plebiscitaria della consultazione, priva di una discussione sui contenuti. Al netto di queste evidenti contraddizioni, lo stesso processo di consultazione, avviato frettolosamente e con la forma del plebiscito, non ha avuto l’obiettivo di coinvolgere realmente i cittadini in una discussione sul futuro del Paese e nel merito delle politiche da mettere in agenda: l’accordo del resto è stato chiuso dai leader, ciò che serviva era una superficiale legittimazione dal basso.

Il Governo nasce quindi all’insegna di un’idea di democrazia lontana dalla partecipazione reale dal basso, mentre si caratterizza fortemente per l’accento sulle misure repressive. Nel contratto è infatti particolarmente dettagliata e definita prioritaria una politica di inasprimento delle misure repressive sui territori, dando forte centralità alle Forze dell’Ordine. Negli ultimi anni le forze politiche prevalenti hanno sfruttato l’impoverimento di milioni di cittadini e l’esclusione sociale per legittimare un discorso di odio e contrapposizione tra subalterni, dando inizio ad una guerra ai poveri che ha visto da parte delle istituzioni una risposta repressiva alle marginalità sociali, piuttosto che una politica di contrasto alle diseguaglianze e di inclusione sociale. Cavalcando le insicurezze dei cittadini, forze politiche tanto di precedenti governi quanto dell’attuale maggioranza hanno posto in cima all’agenda politica problemi come l’ordine pubblico, l’immigrazione, il decoro, diffondendo discorsi violenti che continuano a legittimare la xenofobia e il razzismo, ma anche le crociate contro tutte le forme di povertà che si manifestano nelle nostre città. La guerra ai poveri inaugurata dai decreti Minniti-Orlando, con i daspo rivolti ai mendicanti, sembra destinata a proseguire con al capo delle Forze di polizia proprio Matteo Salvini, campione della diffusione di fake-news e discorsi rivolti a terrorizzare i cittadini ed aizzarli contro “gli esclusi” o contro i propri oppositori.

La nuova legislatura si apre quindi con l’esplodere della questione democratica, con il consolidamento di processi decisionali antidemocratici dietro la maschera della partecipazione, ma anche con la minaccia di un regime repressivo ancor più aspro nel futuro.

Diseguaglianze e diritti

Nel processo di formazione della nuova maggioranza é importante evidenziare le profonde contraddizioni emerse rispetto alla questione sociale, su cui è palese la contraddizione tra la proposta di istituire una flat tax, propagandata lungo tutta la campagna elettorale dalla destra, e il reddito di cittadinanza, punto di forza del programma dei Cinque Stelle.

La flat tax manifesta una serie di criticità piuttosto evidenti: avvantaggerebbe solo la fascia più ricca della popolazione, sacrificando una progressività fiscale che, di fatto, con questo provvedimento sparirebbe – verrebbero fissate solo due aliquote al 15% e al 20%. Piuttosto che una proposta di riforma realmente necessaria e utile, come la patrimoniale, che andrebbe a gravare solo sulle fasce più ricche della popolazione, si è preferito portare avanti questa misura che comporta vantaggi fiscali solo per una ristretta minoranza di ricchi. Come se non bastasse la promessa di un forte taglio delle tasse per i più ricchi, gli esponenti della maggioranza hanno già annunciato che si limiteranno a tagliare le tasse per le imprese, rimandando gli interventi sulle famiglie. Dopo la propaganda delle ultime settimane e l’agghiacciante dichiarazione di Salvini del “chi guadagna di più paghi meno tasse” risulta ormai palese che si vuole inasprire la stessa politica fiscale degli ultimi governi: sgravi fiscali e tagli delle tasse per le imprese, con maggiori costi per i cittadini in termini di servizi e welfare sottofinanziati.

La proposta di un reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei pentastellati negli ultimi anni e punto del contratto di governo, sembra difficilmente conciliabile con quanto appena descritto. Il reddito, misura che da anni sosteniamo e promuoviamo come strumento di emancipazione e autodeterminazione, così come proposto dai Cinque Stelle ha dei forti limiti. Il RdC prevede un’erogazione mensile di 780 €, corrispondenti alla soglia di povertà assoluta individuata dall’OCSE. La natura familistica del RdC consiste nel fatto che i criteri di accesso a tale misura vengano stabiliti sulla base del reddito familiare; non viene quindi preso in considerazione il diritto di ciascuno all’autonomia individuale dalla famiglia di provenienza: tante e tanti di noi verrebbero esclusi, anche se siamo costretti a lavorare per vivere come fuori sede e non pesare sulle nostre famiglie. Inoltre, tale misura vincola il cittadino ad accettare le proposte di lavoro – sono previsti massimo 3 rifiuti – offerte dai centri per l’impiego nell’arco di due anni, un vincolo per noi inaccettabile poiché impedisce di rifiutare proposte di lavoro che non corrispondono alle nostre aspettative, ai nostri studi o non ci garantiscono una vita dignitosa.

Insomma, questa maggioranza si fonda su un programma mirato ad acuire le diseguaglianze presenti all’interno del nostro paese, allargando il divario, già presente, tra i poveri e i ricchi.
Non sarà questo l’unico divario a crescere: la totale assenza di misure strutturali per il sud, emblematiche del non riconoscimento di una questione meridionale ancora attuale, rispetto alle quali l’introduzione di un ministero per il sud (senza portafoglio) altro non è che uno specchietto per le allodole. 

Quale spazio per scuola e università nel Contratto di Governo?

L’Istruzione e la Cultura sono stati ridotti a temi di secondo ordine, e nei pochi luoghi e momenti in cui le forze politiche hanno preso parola su questi temi, lo hanno fatto svilendo il ruolo sociale dei saperi, riducendoli a merce, comprendendo i luoghi della conoscenza come semplici strumenti di profitto sui quali fare degli investimenti. Nel contratto si legge di voler tornare a finanziare il settore dell’istruzione, ma non si scorge alcuna prospettiva definita, il contenuto è fumoso e per nulla chiaro sui nodi fondamentali: tranne qualche vago riconoscimento dell’esigenza di investimenti sul diritto allo studio, non esiste alcun riferimento al ruolo emancipativo dell’Istruzione, anzi, in linea con la retorica neoliberale che era propria degli ultimi Governi si pone come principio fondante la meritocrazia.

Meritocrazia, dunque, come assioma del futuro operato dei 5 stelle e della Lega, che già a partire dalla campagna elettorale hanno promosso l’idea di una società in cui sia proprio il merito il criterio di selezione. La cittadinanza e i diritti sarebbero dunque dei privilegi da conquistare in rapporto alle prestazioni svolte, alla condotta generale, alle competenze raggiunte. Dell’istruzione, allo stesso modo, viene riconosciuta solo l’emancipazione dell’individuo meritevole e non della collettività, tant’è che, durante il discorso di chiusura della campagna elettorale, Di Maio è stato molto netto: la sua (e la nostra) generazione, a cui è stato sottratto il futuro, deve ora riscattarsi, e ciò significa permettere ai migliori di andare avanti; poco importano le disuguaglianze esistenti nel nostro paese, che impediscono a tutte e tutti di accedere a percorsi realmente di qualità, e i criteri di valutazione delle prestazioni stabiliti su scale di quantificazione discutibili e arbitrarie. Si mette da parte il diritto di accesso universale all’istruzione e si avalla il modello neoliberale, competitivo ed escludente.

D’altronde, l’M5S su questo fronte è sempre stato molto coerente, seppur il merito cozzi gravemente col modello d’Istruzione che il movimento ha proposto fino alla scrittura del Contratto. Su scuola e università, infatti, il Movimento 5 stelle ha ha sostenuto in passato delle posizioni che poco hanno a che fare con i modelli neoliberali. Ad esempio, su temi come la didattica nel sistema scolastico o sulla figura del preside-manager, il Movimento ha sostenuto in passato posizioni quasi radicali che mettevano in contraddizione i limiti della scuola italiana, selettiva, di classe e gerarchica. Sono proprio questi temi però ad essere spariti dal Contratto di Governo, esplicitando la sostanziale subalternità dei pentastellati rispetto alla Lega Nord, che oggi esprime il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti.

In questo Contratto però, manca un’idea complessiva di scuola. Il “Governo del cambiamento” non fa alcuna proposta sostanziale: silenzio sul fenomeno ormai dilagante della dispersione scolastica e nessun riferimento sulla necessità di elaborare una legge nazionale sul diritto allo studio. Oltre a dei riferimenti più specifici che si rivolgono al mondo degli insegnanti, il contratto risulta poco chiaro, mentre oggi Conte ha dichiarato di non voler “stravolgere la Buona Scuola”. Analogo ragionamento vale per l’alternanza scuola-lavoro: si evidenziano, in parte, le problematiche riscontrate e denunciate dall’Unione degli Studenti, come la non inerenza dei percorsi di studio con i percorsi in alternanza, senza però dare dei chiarimenti sulla risoluzione del problema. Altri temi, ancora, vengono toccati con vaghezza: dalla questione degli studenti disabili all’edilizia scolastica, su cui però non ci sono nè manovre risolutive nè investimenti chiari. Nel mondo della scuola ci sono troppe necessità impellenti, dalla garanzia del diritto allo studio per tutte e tutti al di fuori da logiche meritocratiche e competitive, fino ad una ristrutturazione del sistema didattico, che sia capace di creare una reale connessione tra sapere e saper fare in un modello di istruzione integrata inclusivo che elimini il mantra dell’eccellenza e che ribalti il carattere escludente delle nostre scuole.

Anche sull’Università manca una proposta complessiva che riesca a rispondere a quelli che sono tutti i bisogni della comunità accademica e studentesca. Infatti, se da un lato emerge dal Contratto la volontà di maggiori finanziamenti sul diritto allo studio e l’innalzamento della no tax area, fondamentali per rendere maggiormente accessibile l’Università e aumentare il numero dei laureati nel nostro Paese – oggi siamo il terzo Paese europeo con il più basso numero di laureati -, dall’altro lato, non si prevede alcuna soluzione reale per i tantissimi precari della ricerca che reggono la didattica e la ricerca di intere dipartimenti. Il contratto risulta fumoso anche rispetto al numero programmato, se nel programma del Movimento5Stelle si parlava esplicitamente di riforma del numero programmato verso il suo superamente, ora si parla di “revisione”, senza esplicitare con quali interventi e quali risorse. Vogliamo che un’Università per tutte tutti non sia un mero esercizio retorico, ma vogliamo realmente abbattere tutti gli ostacoli all’accesso ai saperi, eliminando il numero chiuso in tutti i corsi di laurea.

Dal primo giugno è in corso lo sciopero docenti per la rivendicazione degli scatti stipendiali: il dramma che oggi vive oggi l’Università italiana in buona parte, infatti, affonda da un lato le proprie radici nei definanziamenti che in questi anni l’hanno colpita, dall’altro nelle modalità di distribuzione delle risorse fortemente premiali che hanno innescato meccanismi competitivi anche tra gli Atenei stessi. E’ oggi più che mai necessario dare un a risposta reale con maggiori investimenti sull’istruzione e la ricerca, anche attraverso l’assunzione dei tanti ricercatori precari per una didattica di qualità  e alla copertura del fabbisogno dei singoli Atenei. Come si unisca il superamento della precarietà nella ricerca ed il miglioramento della didattica con il finanziamento delle università telematiche, che contano dunque un minor numero di docenti e spazi, è tutto ancora da comprendere.

Insomma, un vuoto di proposte. Eppure in campagna elettorale le idee non sono mancate, anzi, dopo molti anni, anche se in modo schizofrenico si era tornati a parlare di diritto allo studio. Noi abbiamo portato avanti delle proposte sia per la scuola che per l’università con la nostra campagna Freeducation: la gratuità dell’istruzione dallo 0-6 fino all’università, l’introduzione di un reddito di formazione, l’abolizione delle legge 107 per un altro modello di scuola, un ripensamento radicale del sistema didattico e valutativo e dei ponti tra sapere teorico e sapere pratico, maggiori finanziamenti sul diritto allo studio e l’innalzamento della no tax area nella graduale prospettiva verso un’Università gratuita e di qualità ed investimenti concreti per il pieno accesso alla cultura. Priorità assolute per un sistema democratico che per sopravvivere alla piena crisi in corso dovrebbe mettere al centro la conoscenza e i saperi.

Prendere parola e invertire la rotta: #decidiamoNoi!

Del “cambiamento” rivendicato in campagna elettorale e nel contratto, dunque, resta a tratti ben poco chiara la direzione, e laddove invece questa sia definita, non è quella in cui vogliamo muoverci. Non ci interessa però schierarci con chi, in questi mesi, è stato in grado di muovere attacchi alla maggioranza gialloverde esclusivamente difendendo establishment, austerity, élites. Vogliamo invece ribadire la necessità di costruire innanzitutto un’idea di futuro e di società differente, che non risulti fondata sul compromesso e su una partecipazione il più delle volte solo illusoria. Significa muoversi fuori tanto dal solco fino ad oggi tracciato dalle opposizioni, quanto da quello definito in vari passaggi del contratto di governo.

Per farlo, si deve mettere davvero al centro la democrazia, non come feticcio né come espediente per salvare le apparenze, ma partendo innanzitutto dalle rivendicazioni avanzate negli anni dai soggetti sociali. Per essere chiari: non ci basta leggere che si vuole “superare la Buona Scuola”, vogliamo essere protagonisti di questo superamento mettendo al centro le parole d’ordine che hanno portato decine di migliaia di studenti in piazza. Né ci fermeremo di fronte a singole proposte condivisibili in materia di istruzione, mentre il Governo porterà avanti politiche antidemocratiche e dannose su altri fronti. Non vogliamo “scuole e università d’oro in un mondo di merda”, ma vogliamo invece insieme a tante e tanti prendere parola sul futuro del Paese, facendo emergere dal basso le istanze democratiche per la liberazione da ingiustizia e sfruttamento.

Non possiamo accettare l’atteggiamento che questa maggioranza sembra voler adottare nei confronti del programma delineato dal contratto di governo, per il quale il confronto con i soggetti sociali viene negato essendo la strada da seguire già delineata nel contratto stesso.

Se ci devono essere cambiamento e partecipazione, che partano realmente dal basso, senza ridursi a votazioni e contrattazioni interne ai partiti di maggioranza.

Rifiutiamo l’ennesima delega in bianco: per troppo tempo altri hanno deciso per noi, restando sordi alle nostre istanze, adesso è arrivato il momento di prendere parola e invertire la rotta per davvero.

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