Il 22 maggio in piazza per #Moltopiùdi194, Sui nostri corpi decidiamo noi!

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    In occasione dei 40 anni dall’approvazione della Legge 194, domani parteciperemo alla mobilitazione nazionale che nei territori denuncerà la violazione dei diritti delle donne sulla libertà di decidere riguardo i propri corpi e le proprie vite. Questa battaglia ha una portata ben più ampia della rivendicazione di migliori normative e assistenza sanitaria, poiché in questa fase storica la lotta per i diritti riproduttivi e non riproduttivi e la liberazione dei corpi assume una portata politica immediatamente generale e radicale. Gli ultimi anni ci mostrano l’avanzata incessante di nuove forze della destra reazionaria, dentro e fuori le istituzioni, con la sempre maggiore centralità nel dibattito pubblico di istanze razziste, sessiste e classiste.

    Si è scritto e discusso tanto rispetto ai “nuovi populismi di destra” che conquistano posizioni di governo o raggiungono ampi gruppi parlamentari in Europa e in America, evidenziando il carattere xenofobo e nazionalista dei loro discorsi e delle proposte politiche che supportano. Un elemento che è necessario evidenziare è il sessismo promosso da queste forze reazionarie, che nel dibattito pubblico promuovono l’immagine di una donna-oggetto, subalterna alla figura maschile: il caso delle violenze di Colonia in Germania, in seguito al quale in tutta Europa le forze reazionarie hanno gridato alla necessità di “difendere le nostre donne” dal “nemico straniero”, è particolarmente emblematico della strumentalizzazione dei corpi e della violenza di genere per riprodurre la sottomissione della donna e il discorso nazionalista.

    La figura della donna subalterna viene riprodotta anche nell’ambito delle politiche e del dibattito pubblico sui diritti riproduttivi, in cui assistiamo a tentativi di limitare il diritto all’aborto e all’accesso alla contraccezione, tramite un intreccio di oscurantismo e paternalismo sessista. Donald Trump è diventato il paladino mondiale dell’odio verso la donna e il capofila degli oppositori all’autodeterminazione: ha interrotto i finanziamenti USA alle organizzazioni umanitarie che promuovono la contraccezione nel mondo e garantiscono l’assistenza sanitaria per l’aborto al di fuori degli Stati Uniti, danneggiando gravemente il diritto all’autodeterminazione e alla salute di milioni di donne, in particolare nel Terzo mondo; inoltre ha nominato ai vertici dell’amministrazione USA personaggi che diffondono fake-news, come l’”aumento di aborti favorito dalla diffusione della contraccezione”, oltre ad aver tagliato i finanziamenti per l’accesso alla contraccezione gratuita e per l’educazione sessuale nelle scuole. La disinformazione e la manipolazione psicologica delle donne sono una pratica ampiamente diffusa nel mondo per impedire l’autodeterminazione e l’esercizio del diritto all’aborto, come dimostrano le inchieste riguardanti reti internazionali di “centri di assistenza” per donne che desiderano abortire, dove in realtà trovano attivisti anti-abortisti che disinformano, colpevolizzano, terrorizzano con falsità riguardanti i rischi medici e psicologici.

    La manipolazione psicologica é solo una delle strategie adottate dagli antiabortisti, che dove possibile rivendicano strumenti repressivi senza alcun interesse per i più basilari diritti civili delle donne. Lo dimostra la battaglia che si porta avanti in Belgio per abolire gli articoli del codice penale che criminalizzano l’aborto. Ma anche in Polonia, che in seguito alla caduta del regime comunista aveva fortemente limitato il diritto all’aborto per le pressioni della Chiesa cattolica, oggi il governo di destra cerca di abolire il diritto di aborto anche nei casi di stupro, prevedendo un sistema di controllo sulle donne addirittura in caso di aborto spontaneo e negando i diritti costituzionali. All’interno di un conflitto riacceso in Germania rispetto alla reale accessibilità del diritto all’aborto, di fronte a una legislazione che punisce a livello penale l’informazione pubblica rispetto ai diritti delle donne pur previsti dall’ordinamento, i leader della Afd – partito tedesco di chiara ispirazione nazista – addirittura arrivano ad equiparare il diritto all’aborto con l’Olocausto, dimostrando quanto sia spregiudicata la retorica usata per criminalizzare le donne che rivendicano la libertà di scelta.  Il controllo sui corpi delle donne e la strumentalizzazione della maternità sono elementi necessari per rafforzare il discorso omo-nazionalista sui temi della natalità, delle migrazioni e della coesione sociale. E’ infatti diffuso tra queste forze politiche la retorica della “sostituzione etnica” per via di un calo delle nascite e di un aumento delle migrazioni.

    In Irlanda il 25 maggio si terrà un referendum per l’abrogazione delle norme costituzionali che vietano l’aborto tranne in caso di rischi per la vita della donna incinta, dopo una campagna referendaria che ha visto la Chiesa cattolica e le destre diffondere messaggi violenti, falsità, e discorsi paternalistici sulle donne che desiderano il diritto all’aborto.

    Il movimento anti-abortista ha solide relazioni transnazionali, come dimostrano i rapporti tra gli irlandesi e gli italiani, questi ultimi impegnati nella diffusione di una campagna pubblicitaria anti-abortista incentrata su messaggi di odio e morte – in netto contrasto con il nome che utilizzano per il proprio movimento “Provita” – arrivando a definire “l’aborto prima causa di femminicidio” con un ennesimo e disgustoso schiaffo alla dignità delle donne, che proprio nelle retoriche che negano il diritto all’aborto trovano le fondamenta culturali che legittimano la violenza di genere.

    Il movimento anti-abortista italiano trova solidi referenti e finanziatori nelle formazioni neofasciste e all’interno delle gerarchie della Chiesa cattolica, che ancora oggi dispone di spazio e potere decisionale in ambito sanitario, educativo, mediatico; ma anche nelle forze politiche che hanno prevalso nelle elezioni del 4 marzo. Numerosi esponenti della Lega – il cui leader Salvini ha giurato sul Vangelo in campagna elettorale di “difendere la Nazione” in pieno stile fascista – hanno infatti posizioni anti-abortiste, tra cui spicca il senatore leghista Massimiliano Romeo che ha recentemente dichiarato che “sei milioni di bambini sono stati uccisi” a causa del diritto all’aborto in Italia. La battaglia per i diritti riproduttivi e non riproduttivi deve essere rilanciata a maggior ragione in un momento in cui la Lega si accinge a formare una maggioranza di Governo insieme al Movimento 5 Stelle, sulla base di un “contratto” programmatico che non parla di diritti delle donne se non in termini familistici e paternalistici, ribadendo una concezione della maternità come funzione biologica e necessità per la “Nazione”, piuttosto che come libera scelta della donna.

    Di fronte a queste ingiustizie, alla violenza e all’ipocrisia del movimento anti-abortista e delle destre reazionarie, la rivendicazione dei diritti riproduttivi e non riproduttivi è una contraddizione fondamentale per contrastare la spirale di sessismo, razzismo, oscurantismo e nazionalismo che si diffondono sempre più nelle nostre società.

    A quarant’anni dalla sua approvazione, la legge 194 del 1978 si presenta come una delle “vittorie mutilate” del movimento femminista italiano. La 194 è un testo di legge sicuramente di apertura rispetto alla rivendicazione del diritto all’aborto ma, dalla sua approvazione, è inadeguata a realizzare appieno le rivendicazioni femministe. La stessa scelta della legge come mezzo per affermare il diritto all’aborto fu discussa: l’aborto era l’unica operazione medica regolamentata da una legge dello Stato, invece che da un procedimento sanitario; chiaramente per una scelta ideologica che si palesa anche nella stesura definitiva del testo di legge, per cui la donna è funzionale all’aumento della popolazione e la maternità va “tutelata” in funzione della “Nazione”.

    Negli anni ’70 la fuoriuscita dall’aborto clandestino è sicuramente stato un passo avanti, ma risulta problematico che l’ISTAT, seguendo i parametri dati dal Ministero della salute, affermi  che gli aborti in Italia siano diminuitiL’indagine non tiene conto, perchè impossibile rivelarlo con le metodologie di ricerca adottate, di tutte le interruzioni di gravidanza praticate in totale clandestinità, in cliniche estere o private, non più tramite mammane o intrugli vegetali, ma attraverso medicinali abortivi (come la pillola RU486) o altri farmaci che provocano contrazioni uterine che possono comportare anche delle gravi emorragie (il più comune ed economico è il Cytotec). L’implementazione dell’aborto farmacologico negli ospedali pubblici e negli ambulatori è invece una delle rivendicazioni più importanti per cui partecipiamo alla mobilitazione, perché l’utilizzo strutturale della pillola abortiva permetterebbe di decostruire la patologizzazione dell’IVG, che viene percepita come un atto sofferto che segnerà la donna per il resto della vita e la condannerà al senso di colpa perenne. Garantendo al contrario un servizio più efficiente ed al passo con le ultime scoperte medico-scientifiche alle donne, queste potrebbero vivere l’aborto in maniera meno medicalizzata, senza dover passare dalla sala operatoria. I dati sull’utilizzo in Italia dell’aborto farmacologico sono molto deludenti: la media è del 15%, mentre in Inghilterra si arriva al 49% ed in Finlandia al 93%. Per di più, nel nostro paese è possibile ricorrere all’aborto farmacologico entro i 49 giorni, a differenza di quanto indicato da gran parte della letteratura scientifica che fissa il limite a 63 giorni. Questa arretratezza è collegata anche alla modalità  di trasmissione dei saperi ginecologici nei corsi di Medicina, dove raramente si studia la procedura abortiva farmacologica.

    La presenza della medicalizzazione oppressiva è presente anche in altro passaggio della legge, in cui si impone al medico di invitare la paziente a 7 giorni di riflessione prima del successivo incontro. Anche in questa dinamica è possibile individuare la reticenza del legislatore nel voler favorire l’autodeterminazione della donna lasciandola libera di scegliere se e quando abortire senza l’imposizione paternalista di tempistiche predefinite.

    Altro grande limite del testo normativo, sicuramente il più conosciuto e, ad oggi, il più lesivo, è l’obiezione di coscienza, ovvero la possibilità dei ginecologi e del personale sanitario che collabora all’operazione di potersi astenere dal servizio per motivi etici e morali, nonché religiosi. Il tasso di obiezione in Italia è del 70% in media, con punte che sfiorano il 90% in alcune regioni. Questa misura, pensata dal legislatore per tutelare i vecchi ginecologi, è stata usata strumentalmente dai gruppi di pressione per rendere l’applicazione di questa legge difficile. Negli anni si è inoltre sviluppato il fenomeno dell’obiezione “di comodo”, attraverso il quale tutti quei ginecologi che non praticano l’IVG negli ospedali pubblici lo fanno nel privato, guadagnandone molto di più. Per i ginecologi essere obiettori è quindi una convenienza che permette di fare carriera e di avere maggior tempo da dedicare alle pubblicazioni. Queste dinamiche fanno in modo che i medici non obiettori si occupino quasi unicamente di aborti, arrivando a farne anche una decina in un giorno di servizio.  Per di più capita che in diverse strutture saniterie ci siano solo obiettori, esiste possibilità di avere un aborto, dando vita al fenomeno dell’obiezione “di struttura” che lo stesso articolo 9 della legge 194 vorrebbe evitare garantendo la continuità del servizio ma che, di fatto, avalla perché non prevede alcuna sanzione per quelle strutture in cui si raggiunge il 100% di medici obiettori e non si può fare l’aborto. Il superamento di tali contradidzioni non potrà che partire proprio dalle Facoltà di Medicina, dove ancora oggi proliferano blocchi ideologici di carattere politico e religioso che contaminano le offerte formative con bigottismi che dovrebbero appartenere al passato.

    Il testo normativo e l’applicazione concreta della legge 194 sono ben inserite all’interno dei tradizionali schemi di potere della nostra società, succubi del sistema eteropatriarcale che emargina tutte le soggettività subalterne rendendo di fatto impraticabile l’autodeterminazione dei corpi e delle vite. Nell’ultimo rapporto del Ministero della Salute sull’attuazione della L. 194, viene individuato come i tassi di IVG più elevati restino quelli per le donne tra i 25 ed i 34 anni di età, ma le stime dimostrano come il ricorso all’aborto sia strettamente dipendente da alcune caratteristiche sociali ed economiche: status, occupazione, età e titolo di studio. Le donne che possono realmente permettersi di utilizzare pratiche abortive sono donne provenienti da un determinato contesto sociale, economico e lavorativo privilegiato: questo comporta una vera e propria trasformazione dei sistemi di prevenzione e interruzione di gravidanza in dispotivi di discriminazione di classe.

    Tali logiche di subordinazione materiale possono essere decostruite unicamente attraverso una vero e proprio smantellamento della cultura violenta, arrogante ed inquisitoria che pretende di poter mantenere potere decisionale sui corpi e sulle vite delle donne; tuttavia ad oggi il problema dell’assenza di un vero e proprio riferimento culturale che possa trasformare il sistema valoriale tutto, sia in ambito medico e sanitario, sia societale, è più rilevante che mai. C’è bisogno di una fortissima risposta culturale, che possa ribadire la necessità di andare ben oltre la 194, legge compromissoria nella sua applicazione concreta e non sufficiente per la tutela dei diritti delle donne, che dimostra la sua impostazione patriarcale e maschilista già a partire dal titolo. Nonostante la retorica delle forze progressiste di questo paese tenti ancora di dipingere il testo normativo come intoccabile e soddisfacente, è impossibile non prendere atto che questo agisca esplicitamente sul disciplinamento dei ruoli all’interno della società, con espliciti richiami alla concezione fascista che individua la maternità come ruolo meramente sociale, gerarchizzando i ruoli di genere e negando l’autodeterminazione delle singole soggettività.

    E’ necessario però riconoscere il nesso politico fondamentale tra diffusione della contraccezione e diritto alla libera scelta sulla gravidanza. Fino al 1971, quando fu abrogato dalla Corte Costituzionale, era ancora in vigore l’articolo 553 del Codice Penale, che vietava propaganda di qualsiasi mezzo contraccettivo, punibile fino a un anno di reclusione. All’approvazione di leggi che liberalizzavano la pratica contraccettiva non è seguita alcuna seria politica di educazione e informazione sessuale.

    Non dovrebbero sorprenderci i dati di un rapporto del ISTAT del 2015 nel quale emerge che ancora il 17,6% della popolazione italiana tra 15 e 54 anni utilizza come metodo contraccettivo il coito interrotto, mentre il 42,4% il condom e solo il 24,3% la pillola.

    Le conseguenze peggiori del mancato utilizzo di contraccettivi ricadono sulle giovanissime: il numero di aborti tra le ragazze minorenni è in aumento e un fenomeno analogo si riscontra tra le donne migranti. La formazione e la consapevolezza sulla contraccezione permetterebbero di evitare a tante di arrivare alla scelta dell’aborto per mera mancanza di informazione.

    Infatti la salute sessuale e riproduttiva rappresenta un diritto umano fondamentale eppure in Italia manca un programma organico e strutturato di educazione alla sessualità. Per questi motivi abbiamo lanciato la campagna #Freesex per l’educazione sessuale e la contraccezione gratuita nei luoghi della formazione. Questo tipo di formazione non è ancora parte integrante dei luoghi della formazione a causa della radicata cultura della vergogna del proprio corpo e del sesso, ancora oggi oggetti di pregiudizi che limitano la liberazione sessuale. Se da un lato è necessario un rovesciamento del senso comune e l’innesto nelle scuole di un’educazione sessuale non eteronormata e volta alla conoscenza del proprio corpo e all’autodeterminazione dello stesso, alla libera e consapevole scelta in materia di sessualità e riproduzione; dall’altro bisogna rendere accessibile e gratuita la contraccezione, che nonostante sia un punto previsto dalla legge 405 del 1975, non è affatto garantita ed è sempre a carico dell’utente, arrivando a costare fino a 300 euro all’anno per le donne.

    Secondo delle analisi condotte su scala europea, la Francia che ha il più alto punteggio sia per accesso equo e gratuito ai contraccettivi che per accesso all’informazione online sul tema è anche la nazione europea con il più alto tasso di fecondità: smascherare la falsa credenza che la scarsa natalità sia da correlare all’accesso alla contraccezione è il primo passo verso una collettiva sensibilizzazione sulla contraccezione e sulla necessità di renderla diritto garantito. La consapevolezza e la formazione sulla riproduzione e la contraccezione permettono la libera scelta sulle proprie vite.

    Per questo domani saremo nelle piazze di tutta Italia, nelle scuole, nelle università, per ribadire che vogliamo #moltopiùdi194 e #freesex per tutt*!

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