Gender Revolution – The first pride was a riot!

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Sono passati 14 anni dalla prima Giornata Internazionale Contro l’Omofobia e accanto ad essa, nel tempo, abbiamo riconosciuto tante altre forme di discriminazione ai danni delle persone LGBTQIA+ da combattere, come la transfobia, la bifobia, la lesbofobia e l’a-fobia; i problemi, però, sono ben lontani dall’esser risolti.
Queste forme di violenza strutturali non sono altro che le conseguenze di una società ancora fortemente sessista, binaria, machista, e misogina, dove l’eterosessualità (dai media alle strade) viene messa a sistema e data per scontata, insieme alla corrispondenza tra il nostro sesso biologico e la nostra identità di genere.

In questi mesi abbiamo osservato una crescita significativa delle aggressioni transfobiche ed omofobe, soprattutto in ambiente scolastico, sicuramente dovuta anche al clima destrorso e repressivo che si respira nelle nostre città da un anno a questa parte, alimentato da daspo urbani, da una campagna elettorale razzista, omofoba, lesbofoba e demagogica, dalle mistificazioni sulla “teoria del gender” e da un bigottismo duro a morire nel nostro paese.
Questo vento nero, che porta con sé vecchi e nuovi fascismi, vecchie e nuove paure del “diverso”, si colloca nel solco storico di un’Italia schiacciata dalla precarietà lavorativa e dalla crescita della povertà, e si abbatte doppiamente su tutte le soggettività emarginate, socialmente subalterne e da sempre sommerse da pregiudizi, dalle donne ai migranti, dalle persone povere alla comunità LGBTQIA+ e soprattutto su chi si trova a vivere più di una di queste condizioni e modi di essere.
Mentre le disuguaglianze crescono insieme alla marginalità sociale, sempre più si è spinti ad autocolpevolizzarsi per i propri “fallimenti”, se non si è “vincenti”, laddove il vincente è colui che rientra perfettamente nello schema della competizione sfrenata e dell’individualismo.  

In questo quadro è importante non chiudere le porte e non isolarsi nella lotta per vivere allo scoperto e degnamente. Tutte le soggettività e le comunità subalterne devono allearsi e contaminarsi per la fine di ogni discriminazione, oppressione e gerarchia.
Sappiamo che per essere veramente liber* di essere come siamo, di amare in ogni luogo che attraversiamo dobbiamo sovvertire tutto. Non ci basta qualche formale appello alla tolleranza, non ci basterà una legge contro l’omotransfobia (in Italia purtroppo ancora non approvata), ci vuole una rivoluzione culturale, in cui tutte le istituzioni, le normatività nonchè ognuno e ognuna di noi si mettano in discussione. Tutto è differenza!

Questa trasformazione può e deve partire dai luoghi della formazione, dove ragazzi e giovani adulti crescono e accedono ai saperi. Le scuole e le università sono ancora oggi dei luoghi di riproduzione di diseguaglianze e stereotipi, luoghi in cui continuano ed esistere innumerevoli tabù, nei quali spesso è difficile imparare a conoscersi, nei quali la normalizzazione rappresenta una parola d’ordine.

Per sovvertire tutto, è necessario ripartire da qui, scardinando la convinzione che sessualità ed affettività siano afferenti esclusivamente alla sfera privata, che siano temi quali a scuola e all’università non si debba parlare, liberando i luoghi della formazione da un bigottismo ancora troppo diffuso e rivendicandone invece la natura di luoghi nei quali crescere conoscendo sé e gli/le altr*. Per combattere davvero le violenze contro gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender e queer, il primo fondamentale passo è togliere terreno fertile ai pregiudizi, combattendoli attraverso saperi e conoscenza: ripensare l’educazione sessuale svuotandola di ogni tabù, garantire la distribuzione gratuita di contraccettivi in scuole e università, sovvertire l’impianto patriarcale ed eteronormato della formazione, rifiutare qualsiasi forma di educazione alla normalità rigettando il concetto stesso di “normalità”.
Ma costruire scuole e università libere e liberate, nei quali ognun* possa essere e amare chi e come vuole, non può bastarci se il cambiamento non si estende alla società tutta: dev’essere generale, deve muoversi nelle strade, deve arrivare alle periferie delle nostre città, deve entrare nelle case, dev’essere davvero di tutte e di tutti.

Con questo spirito, nei prossimi mesi parteciperemo ai Pride che attraverseranno le città di tutta Italia: giornate di festa e di lotta collettiva per le nostre vite e i nostri desideri, nelle quali ribadire che non ci interessa l’immagine ovattata della comunità LGBTQIA+ spesso restituita dai media mainstream perché le nostre battaglie non sono volte a raccogliere le briciole, ma a sovvertire l’esistente, a stravolgere la molteplicità di situazioni di discriminazione e ingiustizia per costruire una società davvero libera e inclusiva.

Se ci ripetono che le condizioni nelle quali ci troviamo sono colpa nostra, se ci costringono ad abituarci e rassegnarci ad un presente che ci sta stretto, dobbiamo rispondere che non abbiamo intenzione di aspettare che qualcuno venga a insegnarci qual è il modo giusto per stare in questa società, qual è il modo giusto di essere, di relazionarsi all’altro: la risposta sta nella liberazione collettiva, nella presa di potere sulle nostre esistenze, sui nostri corpi, sulle nostre scelte.

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