Primo Maggio, in piazza uniti contro lo sfruttamento!

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La giornata del Primo Maggio, tradizionale festa dei lavoratori, risulta per noi studentesse e studenti un momento importante per riflettere su come stia cambiando il lavoro insieme all’istruzione. Come abbiamo ribadito a gran voce negli ultimi anni, in particolare con lo sciopero dell’alternanza scuola-lavoro del 13 ottobre 2017, noi dovremmo avere la libertà di studiare e affrontare dei percorsi formativi di qualità, per emanciparci dalle nostre condizioni economiche e sociali di provenienza, per interpretare criticamente il mondo che ci circonda, per sviluppare i nostri talenti anche nel mondo del lavoro una volta terminati gli studi. Eppure niente di tutto questo si vede all’orizzonte delle trasformazioni che stanno investendo la scuola e l’università: le riforme dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalla riforma Gelmini alla “Buona Scuola”, hanno imposto gli interessi delle imprese private al di sopra dei bisogni degli studenti e delle studentesse. Questo fenomeno è particolarmente chiaro quando guardiamo all’alternanza scuola-lavoro e ai tirocini universitari, in cui intere parti di percorso formativo vengono svolte nelle imprese, dove ci viene imposto di produrre merci o servizi per il profitto dei privati, nella maggior parte dei casi senza alcun progetto formativo concreto. Così le imprese ottengono forza-lavoro a costo zero, mentre il nostro tempo viene destinato allo sfruttamento piuttosto che alla formazione e alla crescita culturale. Spesso ci viene detto che questa forma di schiavismo delle studentesse e degli studenti è necessaria per imparare a mettere in pratica le nostre conoscenze, per confrontarci con il mondo reale, ma si tratta di una mera giustificazione per nascondere la sottomissione della formazione allo sfruttamento e al profitto delle imprese. Il lavoro gratuito a cui siamo costretti viene quindi mascherato, presentato come un’occasione per migliori condizioni lavorative nel futuro, come una soluzione al problema della disoccupazione giovanile. Un metodo simile viene impiegato con il lavoro gratuito presentato come volontariato oppure “occasione per fare esperienza”, nella miriade di annunci che troviamo online e offline quando cerchiamo una occupazione durante o dopo il termine degli studi. L’”economia della promessa”, con cui si descrive la diffusione sempre più ampia e capillare del lavoro gratuito per “fare curriculum”, sta portando la nostra generazione ad accettare ogni forma di sfruttamento, anche in forme estremamente degradanti come nel caso delle offerte sessiste specificamente orientate alle donne in base a stereotipi di genere – hostess, cameriere, lavori di cura, etc. Il mercato del lavoro è sempre più ingiusto e fondato sul lavoro precario e la disoccupazione intermittente, mentre in particolare nel nostro Paese l’assenza di investimenti produttivi porta alla prevalenza di offerte di lavoro dequalificato e alla diffusione dei working poor – chi pur avendo un lavoro risulta in condizioni di povertà. In questo contesto veniamo costretti a ricercare ogni possibile occasione per raggiungere un posto di lavoro dignitoso, con una concorrenza tra di noi sempre più esasperata e al ribasso, arrivando ad accettare lo sfruttamento senza retribuzione di alcun tipo, sperando che l’esperienza accumulata ci porti un qualche vantaggio nel futuro. Eppure questi vantaggi non si vedono per la maggior parte di noi, soprattutto in Italia ma anche per chi ha scelto di emigrare in cerca di maggiori occasioni e si ritrova a lavorare all’estero comunque per tante ore a fronte di un salario insufficiente. Persino al termine di percorsi formativi storicamente considerati una garanzia di un futuro lavorativo sicuro e dignitoso, si é diffusa una condizione di sfruttamento e insicurezza sociale sempre più aspra. Oggi gli specializzandi di Medicina di “Chi si cura di Te?”, con cui siamo scesi in piazza a Torino, hanno denunciato le condizioni di precarietà e sfruttamento dei tanti di noi che una volta terminato il percorso universitario non riescono a completare la propria formazione a causa degli scarsi investimenti pubblici nel Sistema Sanitario Nazionale, restando in un limbo di sfruttamento mascherato da “lavoro autonomo”.

Anziché un lavoro dignitoso, che risponda alle nostre aspirazioni e ci permetta una minima base economica di autodeterminazione, ci ritroviamo davanti ad un mercato del lavoro che offre prevalentemente salari da fame, arrivando addirittura alla sempre più ampia diffusione del lavoro a cottimo 4.0. Infatti le nuove tecnologie digitali e l’interconnessione continua delle persone ha aperto lo spazio per una nuova frontiera dello sfruttamento, che utilizza lo strumento delle piattaforme online e degli algoritmi che ne determinano il funzionamento per sfruttare al massimo grado dei lavoratori che vengono presentati come “utenti” o al massimo “lavoratori autonomi”. E’ il caso dei riders, fattorini che consegnano alimenti a domicilio per piattaforme come JustEat, Deliveroo, Foodora, in prevalenza giovani e studenti lavoratori, ma con la presenza sempre più ampia di over-30 in cerca di un qualunque reddito nell’epoca della disoccupazione dilagante. Questi lavoratori, la cui attività lavorativa è del tutto organizzata da algoritmi segreti, ricevono salari con il metodo del cottimo e non hanno tutele concrete per la sicurezza sul lavoro, in caso di periodi di malattia, etc. Siamo scesi in piazza a Bologna per la parata dei Riders Union perché in questo momento storico viene sempre più spesso negata la natura del rapporto di lavoro, che al massimo viene definito “lavoretto”, per negare i diritti tradizionalmente previsti per i lavoratori subordinati, in modo da aumentare i profitti dell’impresa. Si sta sviluppando quella che abbiamo chiamato “filiera dello sfruttamento”, ovvero l’espansione della produzione di profitto a scapito del diritto allo studio e delle tutele per i lavoratori, partendo dai luoghi della formazione fino al mercato del lavoro. Come studenti, spesso costretti a lavorare per l’insufficienza delle borse di studio e dei servizi per il diritto allo studio, oppure indotti a lavorare gratuitamente per accumulare esperienze spendibili sul mercato del lavoro, vogliamo denunciare questa situazione di sfruttamento generalizzato e imporre la nostra alternativa, che parte dell’istruzione gratuita e di qualità e dalla lotta comune tra studenti e lavoratori contro lo sfruttamento in ogni sua forma, passando da questo Primo Maggio in cui abbiamo manifestato per le strade di Torino, Milano, Trieste e Bologna. Con questi obiettivi abbiamo costruito la mobilitazione degli Stati generali dello sfruttamento del 24 novembre e continueremo a muoverci in futuro, tenendo al centro la rivendicazione di un reddito garantito a tutte e tutti, senza condizioni, uno strumento sempre più urgente per garantire la libertà di scelta di ciascuno, per poter rifiutare le forme più odiose di lavoro gratuito e di ricatto per chi ha una precaria condizione economica.

Il primo anello della catena: liberiamo la formazione dallo sfruttamento!

Il processo che ha portato le scuole e le università a configurarsi come il primo luogo della filiera dello sfruttamento viene da lontano, ed è andato articolandosi in maniera più o meno evidente nel corso degli ultimi vent’anni, sotto la spinta dell’Europa e dei governi che si sono susseguiti nel nostro Paese, arrivando all’apice negli scorsi mesi. Adesso però è caduta la maschera: 1,5 milioni di studenti delle scuole superiori immessi a titolo gratuito nel meccanismo produttivo e un aumento del 116% dei tirocini universitari nel corso degli ultimi 5 anni, sono i numeri che confermano la direzione nella quale andavano – come abbiamo più volte denunciato – le riforme in materia di scuola e università, in combinato disposto con quanto avvenuto nel mondo del lavoro. Non è difficile, infatti, scorgere il filo rosso che connette Buona Scuola e Jobs Act. E’ centrale allo stesso modo evidenziare il nesso di queste politiche con la narrazione ideologica imposta da parte della classe politica e dei media mainstream per dipingere le scuole e le università come principale causa della disoccupazione giovanile, ma anche per presentare noi giovani come colpevoli della disoccupazione: i discorsi portati avanti da opinionisti e politici nel dibattito pubblico sui giovani “choosy”, “bamboccioni”, che dovrebbero andare a “scaricare cassette di frutta” o “giocare a pallone per trovare lavoro”, hanno proprio l’obiettivo di presentare noi sfruttati come i responsabili del disastro occupazionale. Il self made man é il modello costruito dalle ultime politiche in materia di istruzione e lavoro, che ci costringono a scegliere il nostro percorso formativo in relazione agli sbocchi occupazionali e alla possibilità di trovare in fretta un impiego, ci educa a sentirci colpevoli in caso di “fallimento” – non passi l’anno? non ti laurei in tempo? non trovi subito lavoro? la responsabilità è tua, e tua soltanto.

La massificazione dell’alternanza scuola-lavoro e la sua sostanziale assunzione come politica attiva del lavoro -e non come metodologia didattica- hanno fatto esplodere le contraddizioni di questo modello, attraverso centinaia di denunce di casi di palese sfruttamento degli strumenti utilizzati per sostituire lavoratori retribuiti e coprire turni  nei festivi – anche oggi in tanti saremo costretti a lavorare, come denuncia l’Unione degli Studenti lanciando lo sportello SOS Alternanza – Primo Maggio. Gli accordi e i protocolli d’intesa con i privati hanno aperto loro le porte della scuola, dando la possibilità ad enti privati e aziende di decidere direttamente sui nostri percorsi formativi. Un percorso che combacia con quanto successo in ambito universitario, non solo con la crescita esponenziale dei tirocini universitari, ma anche con una spinta sempre maggiore alla professionalizzazione, all’apertura di corsi di laurea “utili” alle imprese ma non definiti insieme a noi studenti e rispettando la nostra idea di formazione.

Le rivendicazioni di uno Statuto per i diritti degli studenti in alternanza scuola-lavoro e di un Codice etico portate avanti dall’Unione degli Studenti, il lavoro di inchiesta, denuncia e proposta in materia di diritti sui tirocini universitari avanzate da Link con la campagna Formazione Precaria, sono da leggersi dunque non come tentativo di miglioramento di questi strumenti ma come passi fondamentali in un loro radicale ripensamento, slegandoli dalla produzione e dall’accumulazione e quindi ribaltando completamente il disegno degli ultimi governi. Nel nostro Paese si é diffusa la retorica del “modello duale tedesco”, presentato come massimo esempio di efficienza nel rapporto tra formazione e lavoro, ma in Italia sicuramente la sua attuazione non ha portato nulla positivo: alternanza, tirocini e proposte sulle lauree professionalizzanti sono da un lato occasioni per  esternalizzare un pezzo della formazione e per l’inserimento delle logiche del mercato direttamente all’interno dei luoghi della formazione; gli ITS dall’altro sono spazi di innovazione e formazione di personale altamente qualificato su misura per l’impresa, ignorando totalmente i bisogni della società in termini di obiettivi di sviluppo sostenibile. La verità che sta dietro la retorica dei nostri governanti, é il fatto che siamo uno dei pochi Paesi in cui é più facile trovare lavoro con un diploma piuttosto che con una laurea: é il paradosso di un sistema economico in cui si preferisce lo sfruttamento esasperato per il profitto di pochi piuttosto che lo sviluppo sostenibile e al benessere collettivo.

In questo quadro, la conoscenza abdica del tutto al suo ruolo trasformativo della società, configurandosi invece come un’ulteriore arma nell’arsenale di chi da anni incoraggia le privatizzazioni e lo smantellamento dei diritti dei subalterni. L’educazione si conferma un dispositivo essenziale nella trasmissione di logiche di sottomissione alla miseria del presente. Non ci interessa, quindi, chiederci come migliorare questo rapporto fra formazione e lavoro. Vogliamo piuttosto domandarci: qual è il ruolo sociale dei saperi? Possiamo immaginare qualcosa di radicalmente diverso a partire dalla messa al centro della conoscenza – fuori dalle logiche di accumulazione, in un’ottica di crescita della collettività invece che del profitto?

Risulta fondamentale, nel nostro paese, ridare centralità e importanza  alla conoscenza e al al ruolo dei saperi, dentro e fuori i luoghi della formazione. Questo perché crediamo che i saperi siano uno strumento per trasformare questa società. Per perseguire questo obiettivo la prima esigenza che riscontriamo è permettere a tutti e tutte di studiare. Ad oggi l’accesso all’istruzione non è così scontato, i luoghi della formazione, in Italia, continuano a riprodurre le disuguaglianze presenti nel nostro paese: numero dei NEET (i giovani che non studiano e non cercano lavoro) supera i tre milioni, la dispersione scolastica è del 14.7% (a fronte di una media europea dell’11%); tutti questi dati inoltre sono vistosamente più alti nel Sud Italia, evidenziando come nel nostro paese sia ancora attuale la questione meridionale.
Considerato questo quadro drammatico, riteniamo che sia imprescindibile riconsiderare le priorità di questo Paese tornando ad investire nell’istruzione, garantendone la gratuità e l’accesso per tutte e tutti senza condizioni. Vogliamo un reddito di formazione (un’erogazione monetaria mensile per chi affronta un percorso formativo) così da permettere a chiunque di poter decidere autonomamente e senza vincoli quale percorso scolastico o universitario intraprendere, in quali tempi e con quali obiettivi, durante tutto l’arco della vita. Inoltre, rivendichiamo una rivoluzione della didattica, che parta da una nuova idea di rapporto tra luoghi della formazione e società del tutto alternativa. Innanzitutto vogliamo percorsi formativi democratici, in cui non siano le imprese a imporre le forme e i contenuti dell’apprendimento. Se l’istruzione deve tornare ad essere un mezzo di autodeterminazione, allora vogliamo poter decidere cosa si studia e in che modo. Se il sistema di istruzione ci impone una formazione pratica svolta in pieno regime di sfruttamento, vogliamo poter decidere un modello diverso, in cui i luoghi della formazione e le studentesse e gli studenti possano utilizzare le proprie conoscenze e capacità per soddisfare i bisogni sociali e porre le basi per uno sviluppo sostenibile, fuori da ogni processo di produzione di profitto privato.

La lotta per la liberazione dei saperi é sempre più urgente per abolire lo sfruttamento, per questo siamo e saremo al fianco di chi, a partire dai luoghi del lavoro, dalle nostre città, metterà in discussione l’ingiustizia e l’oppressione e rivendicherà i propri diritti di fronte agli sfruttatori. In questo Primo Maggio di festa, rilanciamo la lotta per liberare le nostre vite: sul nostro futuro decidiamo noi!

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