Conoscere è resistere!

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    «Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine.»

    Il 25 aprile 1945 veniva proclamata l’insurrezione generale che avrebbe portato nel giro di pochi giorni alla Liberazione dei territori ancora occupati dai nazifascisti. A 73 anni da quel giorno è fondamentale interrogarsi su quale sia il portato di quella storia, guardando al passato per cogliere le contraddizioni del presente.

    Quale presente? Fra esclusione da combattere e muri da abbattere

    L’avanzata della cosiddetta “onda nera” non trova, in Italia, l’espressione in termini di consenso elettorale che trova, invece, in altri Paesi europei. Nonostante gli exploit elettorali di partiti più o meno espressamente xenofobi quali la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle, non possiamo non prendere atto dell’ancora quasi inesistente (anche se in crescita) consenso ai partiti della destra sociale che, seppur non trovando una diretta rappresentanza istituzionale, riescono tuttavia oggi a ricoprire un ruolo egemonico all’interno del dibattito pubblico e mediatico. Infatti, ad oggi, queste forze non trovano una reale rappresentanza politica all’interno del Parlamento, e solo di rado sono presenti nelle amministrazioni locali, ma riescono ugualmente a dettare priorità e soluzioni all’agenda politica del Paese. La vera svolta a destra non è infatti impersonata né da Roberto Fiore né da Simone Di Stefano, quanto piuttosto da personaggi pubblici paladini della lotta per il decoro, quali l’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha rappresentato la vera espressione dell’anima ultraconservatrice italiana.
    E’ impossibile non notare un cambiamento radicale anche nelle linee politiche e nella retorica delle forze neofasciste e conservatrici: se dieci anni fa il nemico era l’immigrato in quanto culturalmente ed etnicamente diverso e pericoloso, oggi l’immigrato rappresenta esclusivamente una nuova forma di marginalità sociale che dev’essere combattuta come tutte le altre. L’immigrato non ruba più il lavoro, viene respinto perché intrinsecamente povero. Non a caso le recenti misure repressive antidegrado fanno parte, politicamente e mediaticamente, di un unico “pacchetto” che comprende anche le scellerate politiche migratorie, costruite sulla base di respingimenti e guerra ai poveri. I neofascisti oggi tornano ad essere il braccio armato degli interessi delle élite, e con metodi squadristi divorano le periferie del nostro Paese. Non possiamo pensare di combattere i fascismi del nuovo millennio differentemente da come combattiamo il securitarismo, la militarizzazione dei nostri territori e, più in generale, le politiche della “Fortezza Europa”.
    Politiche che non fanno altro che legittimare atti come quello del gruppo neofascista europeo Generazione Identitaria, che pochi giorni fa con un blitz sulle Alpi ha sottolineato la presunta invalicabilità del confine italo-francese annunciando il blocco di qualsiasi tentativo di passaggio da parte dei migranti. La dimensione europea del fenomeno deve far riflettere su un ciclo reazionario nel quale non solo il nostro paese si trova: la commistione fra violenza delle istituzioni e della normativa e violenza di gruppi eversivi sono profondamente legate, e costruiscono reciprocamente le condizioni di esistenza di una e dell’altra. La visibilità mediatica concessa a gruppi più o meno dichiaratamente neofascisti non solo incrementa, ma si fonda su un dibattito pubblico il cui spostamento a destra è costruito anche dalle politiche sopracitate, dalla narrazione istituzionale, da provvedimenti che fanno delle diseguaglianze non qualcosa da abbattere ma un proprio punto di forza. L’asticella della “radicalità” a destra si è abbassata, facendo percepire come accettabili posizioni che in un contesto democratico non dovrebbero avere nè spazio né legittimità.

    E’ proprio all’interno di questo panorama che le ideologie e le pratiche portate avanti da soggetti neofascisti inaspriscono la frammentazione sociale, costruendo stereotipi e alimentando le disuguaglianze, tentando di mettere ai margini della società non solo i migranti, ma anche soggetti LGBT+ e donne. Una dimostrazione emblematica di ciò è la retorica costruita dai neofascisti attorno al genere: l’immagine della donna che elaborano è quella tipica del fascismo storico, femminile, riservata, destinata ai lavori domestici, alla cura della prole. In contemporanea si assiste ad una costruzione della figura del “maschio alpha”, emblema della forza bruta e di una posizione di superiorità fisica e sociale. Queste categorie sono quelle a cui i neofascismi ambiscono, andando verso la costruzione di un modello di società fortemente patriarcale, oltre che repressiva nei confronti di chi non riesce a rientrare nei suddetti schemi.  E’ dal ribaltamento di tale retorica retrograda e prevaricatrice che è necessario partire per immaginare l’emancipazione dei subalterni e il contrasto reale alla legittimazione dei nuovi fascismi.

    Resistere, oggi, a partire dai luoghi della formazione

    Già nei primi anni del fascismo ci fu chi rispose all’oppressione con le armi della conoscenza.
    All’indomani della prima Guerra Mondiale negli odierni Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia fu avviato un processo di italianizzazione delle minoranze, un processo che continuò in forma ancora più radicale sotto il fascismo, con un crescente numero di divieti e di norme che riguardavano le minoranze tedesche e slave. Il fascismo non poteva accettare che nelle “terre irredente” potessero vivere persone di lingua e cultura diversa da quella italiana. I cognomi dovevano essere italianizzati, la stampa doveva essere in italiano, per le strade si doveva parlare italiano. A Trieste nel 1920 gli squadristi bruciarono il Narodni Dom, il centro culturale degli slavi della città. Quando la riforma Gentile proibì le scuole con lingua di insegnamento diversa da quella italiana in Alto Adige nacquero alcune scuole clandestine in cui si continuava a insegnare il tedesco. In Venezia Giulia venivano diffusi illegalmente libri in lingua slovena, il cui possesso era stato proibito dalle autorità fasciste. Proprio qui si colloca ancora oggi la battaglia per la valorizzazione delle diverse culture che passa anche, ad esempio, dalla possibilità per gli studenti delle scuole medie di Trieste di scegliere di studiare lo sloveno come seconda lingua comunitaria, al pari del francese e del tedesco. Dopo decenni di retorica nazionalista, indicativi della difficoltà di fare i conti con il passato, questo è un primo passo verso il riconoscimento della dimensione multiculturale di quella città.

    Se già negli anni ‘20 la conoscenza era un’arma per contrastare il fascismo, la riflessione che ci poniamo è dunque: in questa fase, quale può essere il nostro ruolo, come studentesse e studenti, come cittadini, come soggetti a cui questa situazione sta stretta e non va giù?
    In primo luogo, guardare a quello che avviene nelle scuole e nelle università: l’autoritarismo pervade tutti questi luoghi, articolandosi nelle maniere più diverse: dall’utilizzo punitivo della valutazione al classismo legittimato dalle classifiche e dagli strumenti di standardizzazione, dall’impostazione cattedratica delle lezioni alla sottrazione di spazi di discussione e partecipazione. La divisione gentiliana ancora in auge fra sapere e saper fare, fra luoghi in cui si forma la classe dirigente e altri in cui si forma invece la manodopera non qualificata, per quanto in parte mutata, continua a caratterizzare il mondo della formazione: all’autoritarismo e alla competizione veniamo educati fin dai banchi di scuola.

    In secondo luogo, comprendere come le relazioni umane mutano conseguentemente all’inasprirsi delle diseguaglianze: non si tratta solo di vedere in chi sta peggio il responsabile della propria condizione, ma anche nel chiudersi in spazi di isolamento nei quali il confronto esiste solo fra persone con la stessa opinione, nel vedere intorno a sè solo potenziali avversari e nemici con i quali non è possibile alcun rapporto di condivisione ed empatia, nel cedere ad una solitudine perfettamente funzionale a chi, delle diseguaglianze, è il vero responsabile.
    Stringere connessioni e legami non è un obiettivo rimandabile: ripartire dalla solidarietà oggi significa anche costruire le condizioni perché questa sia possibile, costruire rapporti di fiducia, conoscersi e riconoscersi, nelle reciproche differenze e nelle battaglie e sogni comuni.

    Oggi l’antifascismo non può che passare da qui, legando alla memoria storica non già una riattualizzazione cristallizzata di quello che la lotta contro il fascismo significa oggi, ma un processo fatto di conoscenza reciproca e costruzione di consapevolezza, di pratica del dubbio e crescita collettiva, che porti a definire l’antifascismo come un valore ancora profondamente attuale non a priori, ma a partire dalla dimensione di bisogno di ciascuno di noi.
    Per combattere la concezione sempre più diffusa di anacronismo dell’antifascismo non possono essere sufficienti lezioni, comizi o sterile memoria: serve ripartire dal nesso che questo ha con la questione migratoria, riallacciando legami con “il diverso”, con la questione di genere, riflettendo sul ruolo della donna oggi, con le lotte LGBT, con i conflitti ambientali e le battaglie per la decisionalità sul proprio territorio, con una questione democratica tutta da risignificare a partire dalla partecipazione. Non ci serve continuare soltanto a ripetere che è necessario “praticare l’antifascismo”: dobbiamo iniziare a farlo per davvero, facendolo vivere nelle lotte sociali e nel nostro agire quotidiano.

    I luoghi di formazione possono dunque avere un ruolo centrale nella costruzione di una società diversa: antisessista, antirazzista e, in generale, più inclusiva.
    Qui sta dunque il significato profondo dell’antifascismo oggi, che non deve essere letto come semplice memoria storica ma deve permeare la nostra società, divenendo un elemento cardine su cui costruire comunità diverse, che abbattano le disuguaglianze e siano inclusive.
    La centralità di scuole e università come luoghi di costruzione di una comunità e lo sviluppo di un pensiero critico è un punto di partenza imprescindibile, per la loro possibilità di mettere in relazione la memoria storica con la coscienza del presente, e da lì dobbiamo ripartire.

    Buon 25 aprile, che sia una giornata di memoria e di lotta!

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