Siria, contro la guerra dei potenti sosteniamo la liberazione dei popoli

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    Negli ultimi giorni nel nostro Paese si è riacceso il dibattito pubblico in merito alla questione siriana, in seguito all’utilizzo di armi chimiche in un quartiere di Damasco – la cui responsabilità non è ancora chiara – e al bombardamento di rappresaglia contro il regime di Bashar Al Assad da parte di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Questa nuovo dibattito ha riproposto una divisione tra sostenitori del regime dittatoriale siriano, considerato il legittimo Governo sovrano della Siria, e sostenitori degli alleati occidentali che continuano a svolgere operazioni militari in territorio siriano senza autorizzazione da parte dell’ONU, motivandole come difesa dei diritti umani. In questa contrapposizione che assume i toni della tifoseria, ci sembra che emergano due elementi da cui si deve partire: innanzitutto nel nostro Paese l’opinione pubblica viene condizionata da un dibattito schizofrenico che prosegue dal 2011, in cui i fatti e le ragioni del conflitto sono distorte dall’agenda-setting imposta dai media e dalla retorica delle forze politiche che in Italia si fanno portavoce delle due tifoserie prevalenti, senza che si costruisca una riflessione oltre le contingenze del conflitto e che supporti una strategia politica da imporre alle nostre istituzioni con il fine di contribuire alla soluzione del conflitto piuttosto che alla legittimazione di questo o quell’attore che opera sul territorio siriano; l’altro elemento fondamentale è la semplificazione che si è diffusa rispetto agli attori coinvolti, poiché é assurdo presentare Assad come legittimo rappresentante del potere sovrano in Siria dal momento in cui nel 2011 una rivolta popolare ne ha denunciato i soprusi e la tirannia odiata dal popolo, ma anche perché é altrettanto ingiusto descrivere una fantomatica “opposizione siriana” omogenea e virtuosa, in quanto le opposizioni siriane al regime vedono attori diversi e spesso in conflitto tra loro, che vanno dai jihadisti dell’ISIS alle milizie al soldo dei ricchi siriani e occidentali oppositori di Assad fino ai curdi delle YPG e YPJ che lottano per l’autodeterminazione delle comunità locali. Crediamo sia quindi fondamentale ripartire da un quadro generale coerente con la realtà e la complessità di quel conflitto. Non esiste più un potere sovrano sul territorio che abbia una legittimazione popolare, poiché già allo scoppio del conflitto nel 2011 il regime di Assad è stato sfiduciato da una rivolta popolare che denunciava le discriminazioni religiose, le condizioni di vita insostenibili e i privilegi della minoranza del Paese. E’ necessario mettere al centro dell’attenzione la solidarietà con il popolo siriano e con le istanze che ha espresso e continua ad esprimere con le sue lotte per la democrazia. La retorica della Russia – di cui la Lega si fa portatrice in Italia – che nel tentativo di acquisire un ruolo egemonico in una parte del Medio Oriente si pone come tutore dell’autodeterminazione siriana, é quindi una narrazione che dobbiamo rifiutare e contestare. Allo stesso tempo di fronte alle potenze occidentali che sostengono le proprie azioni militari, tra stragi di civili e occupazioni militari di interi territori siriani, come supporto alle opposizioni “democratiche”, é necessario rivendicare la fine dei bombardamenti e dell’invasione di truppe, poiché queste iniziative continuano a seguire l’interesse occidentale nel controllo del Medio Oriente dietro la maschera del sostegno alla democrazia. Vi è una grande contraddizione tra l’attivismo contro Assad e il silenzio verso la Turchia – membro della NATO – che bombarda e invade Afrin, città siriana liberata e governata democraticamente dai curdi, una delle componenti dell’opposizione siriana che rivendica l’indipendenza tanto verso Assad quanto verso gli occidentali. Noi cittadini dell’Occidente abbiamo la responsabilità di  opporci ad una strategia generale degli Occidentali che strumentalizza le lotte di autodeterminazione e le mette da parte non appena siano in contrasto con gli interessi economici e imperialisti della nostra classe dirigente.

    Nel caso del bombardamento occidentale del 14 aprile è successo che alcuni stati occidentali, senza attendere le verifiche necessarie da parte delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni responsabili, abbiamo avviato un bombardamento sul territorio siriano per contrastare il vantaggio della Russia e di Assad acquisito negli ultimi sviluppi del conflitto. Non si tratta qui di stare al gioco delle parti e decidere chi è il buono e chi è il cattivo, perché noi sappiamo bene da che parte stare: dalla parte del popolo siriano, stremato da anni per decisioni prese sulle loro spalle a chilometri e chilometri di distanza dalle loro abitazioni, esclusi e ignorati da un dibattito che vede come protagonisti Donald Trump e Vladimir Putin, ovvero i soliti ricchi e potenti che usano le vita di intere popolazioni come scacchiere per i propri interessi geopolitici. La reazione all’utilizzo di armi chimiche é una grandissima ipocrisia da parte di Stati come USA, Francia e Gran Bretagna che hanno utilizzato ogni mezzo, infischiandosene della sicurezza dei civili, per trasformare la rivolta di popolo del 2011 in una occasione per consolidare il controllo occidentale sulla regione. Le armi chimiche sono strumenti odiosi che vanno banditi dalla faccia della terra, ma anche le bombe che i nostri Stati lanciano sulle case, sugli ospedali, sulle scuole mediorientali non sono meno odiose e inaccettabili. Vogliamo quindi rivendicare una politica estera dei nostri Paesi che si opponga all’impiego degli eserciti nella soluzione dei conflitti, mettendo al primo posto il supporto alle lotte popolari piuttosto che le ambizioni neo-colonialiste.

     

    Altrettanto discutibili sono le prese di posizione nel nostro Paese in seguito a queste ultime vicende. Le dichiarazioni del Presidente Gentiloni – sostenute, tra l’altro, dal Partito Democratico – ci sono  sembrate molto gravi. Il presidente ha affermato che il nostro paese disconosce l’uso della forza come strumento utile alla risoluzione dei conflitti, salvo poi chiarire che ciò non significa criminalizzare le bombe, anzi: le dichiarazioni sono state schiacciate sulla denuncia dei crimini di Assad, utili a legittimare l’attacco occidentale. L’Italia avrebbe fatto dunque una “scelta di campo” abbracciando le decisioni prese dalla Francia, dall’Inghilterra e dagli Stati uniti. Pensiamo che il Presidente Gentiloni e tutti suoi sostenitori debbano rileggere la Costituzione e ricordare che il nostro Paese “ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti” senza ambiguità, senza eccezioni stabilite da una minoranza di governanti che impiegano le nostre risorse pubbliche e strumentalizzano le nostre istituzioni per supportare iniziative belliche inaccettabili e tutt’altro che orientate a supportare la democrazia. Sulle altre sponde politiche, il movimento 5 stelle rimane ambiguo, affermando semplicemente di dover far tornare protagonista il nostro paese, in una evidente difficoltà data dai rapidi cambi di posizione del movimento stesso, prima critico rispetto agli organi internazionali occidentali e più recentemente pacifico e rispettoso dei rapporti costituiti. Il protagonismo dell’Italia non può essere neutro, ma nettamente a sostegno dell’antimilitarismo nella gestione dei conflitti, secondo i principi costituzionali e secondo la volontà più volte espressa dai movimenti contro la guerra che hanno animato il nostro Paese.

     

    Nonostante sia sempre rimasta attiva nel nostro Paese una galassia di soggetti sociali impegnati nella critica al militarismo e nella proposta di soluzioni che realmente puntassero alla pace, negli ultimi quindici anni non vi sono state esplosioni di partecipazione dal basso per il pacifismo e l’antimilitarismo, come invece avvenne in passato. La nostra generazione ha di quelle lotte solamente qualche ricordo frammentato, portato con sé dalla propria infanzia o dai racconti altrui. Occorre oggi rivalorizzare l’antimilitarismo e il pacifismo, declinandoli in prese di posizione dei cittadini sulle questioni storiche che si sviluppano nel nostro presente. A tal fine siamo impegnati da sempre nel denunciare come i conflitti, in particolare quelli relativi al Medio Oriente, sono stati sostenuti in gran parte per il controllo di fonti energetiche fossili e quindi per la riproduzione di un modello di sviluppo insostenibile: la rivendicazione di una rivoluzione ecologica per uno sviluppo sostenibile è parte integrante della lotta contro la guerra. Ma altrettanto fondamentale è la rivendicazione di una reale democrazia nel nostro Paese e in tutto il mondo, poiché le guerre sono sempre sostenute con la strumentalizzazione o la soppressione delle procedure democratiche. Proprio in questi giorni, la Commissione Speciale del parlamento ha permesso lo stanziamento 766 milioni di euro per l’acquisto entro il 2032 di dieci sistemi di aeromobili a pilotaggio remoto, che porterebbe l’Italia ad essere il terzo paese per possesso di droni. Sono 766 milioni sottratti ad un possibile investimento nella spesa sociale in un paese in cui la spesa militare nel 2018, invece, è in crescita e vale già l’1,4% del PIL, pari a 25 miliardi. Vogliamo che la politica estera e di difesa del nostro Paese sia realmente coerente con la volontà dei cittadini, che non hanno alcun interesse nel generare o prolungare la guerra. Questo obiettivo include necessariamente che nelle nostre scuole e università sia dato spazio ad una riflessione e uno studio critico dei conflitti, troppo spesso focalizzati sulle dinamiche tra governi piuttosto che sulle istanze dei popoli che subiscono le guerre. L’istruzione ha la funzione di garantirci gli strumenti per determinare realmente la direzione verso cui tendono le politiche, anche rispetto al ruolo che assumono le nostre istituzioni nei conflitti.

    Come studentesse e studenti italiani esprimiamo la nostra piena solidarietà a chi in questo momento è costretto a subire le decisioni dei potenti, impegnandoci per quanto ci è possibile, nei nostri luoghi della formazione come nelle nostre città, a lottare contro la prevaricazione e in sostegno dell’autodeterminazione dei nostri fratelli e sorelle che non abbiamo mai conosciuto, ma con cui condividiamo la rabbia verso l’ingiustizia. Non dimentichiamo, anche nei momenti più bui e quando sembra che saranno sempre i soliti privilegiati a determinare il nostro futuro, che sono i popoli a scrivere la storia.

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