La Liberazione non è retorica, il fascismo si ferma con le lotte!

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    Sta volgendo al termine una campagna elettorale che, come era facile prevedere, ha trovato nella sicurezza e nei migranti due dei principali temi catalizzatori del dibattito pubblico. Quello che forse sorprende è che, agli onori della cronaca, sarebbero tornati in maniera insistente termini quale fascismo e antifascismo, come è stato, invece, nelle ultime settimane. Ciò non è avvenuto certamente nel modo che avremmo desiderato.

    Guardando agli ultimi due mesi, dobbiamo rilevare innanzitutto un pesante schiacciamento del dibattito su posizioni razziste: i leader delle diverse formazioni politiche, dal centrodestra al PD, passando per Movimento 5 Stelle ed i neofascisti, non hanno fatto altro che rincorrersi nell’affermare di dover fermare gli sbarchi, bloccare l’immaginaria “invasione”, rimpatriare i migranti – poco importa a questi politici se sono di più gli italiani che scappano dall’Italia per l’assenza di diritti sociali. Oltre l’ormai palese razzismo nel dibattito partitico degli ultimi mesi, la novità è stata la visibilità mediatica che ha legittimato e favorisce le forze neofasciste.

    In televisione, sui giornali, sul web, e fisicamente nelle piazze, nelle strade, negli spazi delle nostre città, soggetti che continuano ad essere minoritari, hanno ricevuto un’attenzione esagerata che ha consentito loro di parlare ad un pubblico molto più ampio di quello cui solitamente si rivolgono, facendo leva sul disagio sociale e sulle condizioni materiali disastrose nelle quali versa una fetta sempre più ampia di popolazione per propagandare odio per il diverso, razzismo e sessismo. Sulle TV nazionali ha trovato spazio ed attenzione chi afferma di voler invadere la Libia con l’esercito – a spese dei lavoratori e in violazione della Costituzione – per fermare i disperati in fuga dalla fame e dalle guerre, ma addirittura chi difende l’attentatore fascista Traini assicurandogli supporto legale.

    Ai talkshow e alle interviste sono seguite le conferenze stampa e i comizi in piazza, non di rado teatro di violenze come nel caso di Piazza Vittorio Emanuele a Roma, dove tre studentesse e uno studente sono state aggredite dai manifestanti neofascisti; oppure nel caso dell’accoltellamento di un candidato antifascista al Parlamento a Perugia. Di questo non parlano i media, occupati a presentare i fascisti come vittime delle manifestazioni antifasciste, che rivendicano il rispetto della Costituzione e dei valori della Resistenza. Si dice che far parlare i fascisti è una questione di libertà di espressione, dimenticando che tale libertà può essere garantita solamente privando il nazifascismo dell’agibilità politica: la storia insegna che questi soggetti si appellano alle libertà finché non hanno ottenuto il potere di negarla a tutte e tutti.

    La legittimazione del sistema mediatico si aggiunge a quella garantita dal Ministero dell’Interno: anziché vietare le iniziative pubbliche di queste organizzazioni criminali, il Governo schiera in ogni città un esercito di poliziotti a loro difesa. Così lo Stato difende gli stragisti neri e manganella i cittadini che scendono in piazza contro la barbarie fascista. Gli idranti, i lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, sono pratiche da regime dittatoriale che il nostro Governo sta impiegando per generare una percezione di caos e insicurezza tra i cittadini: la narrazione degli “opposti estremismi” serve a Minniti e Gentiloni per presentarsi a pochi giorni dal voto come l’unica speranza di pacificazione del Paese. Peccato che siano proprio loro a fomentare gli scontri dando spazio e protezione ad organizzazioni criminali che promuovono stragi e pulizia etnica.

    Oltre l’emergenza: pratichiamo l’antifascismo popolare in scuole, università, quartieri

    La crisi economica e sociale che il nostro Paese continua ad attraversare apre delle profonde ferite nella nostra società. Sono sempre meno i luoghi di organizzazione collettiva, di discussione, incontro e riconoscimento tra pari, tra diversi che vivono condizioni comuni. L’impoverimento della popolazione avanza insieme alla frustrazione per la propria condizione, insieme all’odio indiscriminato. I fascisti, come sempre, sono avvoltoi che cercano di orientare questo odio verso i più poveri e disperati, per lasciare indisturbati gli sfruttatori ed i veri responsabili della miseria in cui viviamo: sono sempre pronti ad attaccare gli immigrati, ma non si azzardano a dire una parola contro la grande imprenditoria e la finanza che gli paga palestre, sedi, aziende con cui mantenersi. La galassia neofascista è uno strumento in mano ai nostri carnefici, ai ricchi e potenti che hanno causato la crisi e ne hanno approfittato per gonfiarsi le tasche di soldi. Il sostegno del clan mafioso degli Spada ai neofascisti di Ostia, così come la complicità tra neofascisti e mafie al Sud Italia sono chiari esempi di questo legame.

    In questa situazione non possiamo permetterci di rincorrere le divisioni del fronte antifascista imposte dai nostri avversari. L’antifascismo è uno solo, quello coerente con i valori della Resistenza – uguaglianza, liberazione, pacifismo e solidarietà. Non dobbiamo farci dividere dalla retorica di alcune forze sedicenti “democratiche” – come il PD – che si appellano all’antifascismo mentre fanno pestare i giovani che occupano le piazze per impedire comizi neofascisti. L’unico antifascismo che riconosciamo è quello che parla agli sfruttati, ai lavoratori, agli studenti, alle donne che vogliono ribellarsi al sessismo, ai migranti che vogliono una vita dignitosa. Senza il riconoscimento da parte di questi soggetti non esiste antifascismo, esiste solo testimonianza di un tempo che è passato e non ritornerà. Non tornerà Pertini in piazza a Genova nel ‘60, perché non esiste più quel mondo. Dobbiamo riempire nuove piazze, oggi come allora, facendo leva sulla realtà sociale del nostro presente, rivendicando la cacciata dei fascisti come rotta verso una società più giusta e democratica. I discorsi e le pratiche antifascisti devono tornare ad essere largamente partecipate perché viste da ciascuno come un percorso di Liberazione dalla miseria, dallo sfruttamento e dalla sottomissione ai potenti. Ciò significa ricostruire un blocco sociale che dimostri l’opposizione della maggioranza della popolazione ai fascismi, significa che tutte le organizzazioni sociali hanno questa responsabilità. Il tema non è una divisione tra “violenti” e “non-violenti” imposta dai responsabili di questa situazione, ma ridare un senso alla parola stessa di “antifascismo”, un senso che ad oggi non è più largamente riconosciuto.

    E’ necessario svelare quindi la realtà dietro la finzione: le organizzazioni fasciste cavalcano la disperazione imposta dal PD e dai suoi alleati con le politiche antisociali degli ultimi Governi. Allo stesso tempo i fascisti sfruttano la rabbia sacrosanta della popolazione e la indirizzano contro altre vittime. Chi ci guadagna in questo circolo vizioso? I ricchi e i potenti che guardano questa guerra ai poveri dall’alto dei palazzi del potere, al sicuro e indisturbati.

    Se la via è chiara non è altrettanto scontato percorrerla. Non è scontato infatti riuscire a coniugare la lotta contro le disuguaglianze e l’opposizione ai fascisti, perché nella nostra società la memoria è stata svuotata e confusa, non è più riconosciuto il nesso tra queste. Non possiamo quindi limitarci a rincorrere le iniziative dei vigliacchi fascisti, non possiamo farci dettare le regole dello scontro dai nostri avversari. Dobbiamo affrontare la fase attuale con prontezza alla luce delle provocazioni che si moltiplicano, ma anche avviare un lavoro strutturale nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro e nei nostri quartieri. Un lavoro che tramite momenti di socialità, mutualismo e battaglie per i diritti ricostruisca il legame indissolubile tra Liberazione dallo sfruttamento e Resistenza al nazifascismo. Se le nostre città vengono trasformate in grandi centri commerciali in cui siamo isolati in qualità di consumatori piuttosto che riuniti come cittadini, dobbiamo costruire spazi non commerciali in cui permettere l’incontro, il divertimento, il dialogo tra diversi: sono queste le pratiche che tolgono al fascismo il terreno su cui avanza, l’individualismo e l’odio verso il diverso. Inoltre dobbiamo estendere la portata delle battaglie per i diritti, i beni comuni, la partecipazione dei cittadini alle scelte che li riguardano: democrazia e uguaglianza sono incompatibili con il fascismo, quindi più saremo in grado di alzare il livello del conflitto in questo senso, minore sarà la forza dei fascisti. Lo scioglimento delle organizzazioni fasciste è giusto, ma sicuramente non è sufficiente senza l’attivazione di un movimento reale di Liberazione.

    Insomma la situazione attuale non è una novità, nonostante alcuni si siano accorti solo adesso che esiste ancora il fascismo, dopo aver passato decenni a dichiarare il contrario. La risposta a questa crisi non può essere quindi una novità. Ma ciò che sta cambiando è la posta in gioco, in un momento di grandi trasformazioni sul piano sociale e su quello politico. La capacità delle forze sociali di rispondere alla fase con la più ampia partecipazione e radicalità possibili sarà determinante per evitare che gli esiti della crisi siano il trionfo della pacificazione sociale e una piena libertà di azione delle forze neofasciste. Oggi saremo in piazza a Roma, come a Macerata, Milano, Bologna, Torino, Brescia, come in ogni altro luogo in cui i fascisti provano ad alzare la testa. Noi ci saremo ogni volta che sarà necessario prendere parte, essere partigiani, direttamente contro le iniziative nazifasciste. E la nostra lotta antifascista vivrà in ogni luogo in cui ci uniremo tra pari per lottare contro l’impoverimento e il controllo sulle nostre vite. In altre parole, per la Liberazione.

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