Perché Christian Greco non è il nostro eroe e quali sono i reali problemi del mondo culturale torinese.

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Negli ultimi giorni abbiamo assistito, dopo l’improvvisata di Giorgia Meloni di fronte al Museo Egizio di Torino e il video del suo confronto con Christian Greco diventato ormai virale, allo schieramento delle varie forze politiche in piena campagna elettorale. Da una parte Fratelli d’Italia minaccia il licenziamento del Direttore una volta vinte le elezioni – promessa irrealizzabile perché non di nomina governativa ma selezionato attraverso bando – dall’altra parte molti candidati che mostrano la propria solidarietà al Direttore.

Quel che è certo è che le dichiarazioni di Giorgia Meloni e del suo partito sono gravissime: la cultura è di tutti e per tutti,  la mistificazione di un presunto diritto di nascita degli italiani rispetto alle persone di lingua araba è solo l’ennesima riprova del razzismo intrinseco al partito di Fratelli d’Italia. Parlare di “razzismo al contrario” è una provocazione  inaccettabile, soprattutto davanti a un museo esempio dell’appropriazione di reperti storici da parte dell’occidente verso l’oriente.

Ma non ci possiamo fermare qui. Qual è il vero problema del Museo Egizio? Cos’è la fondazione CRT, rappresentata dal Direttore Christian Greco? Se la bagarre è passata agli onori della cronaca nazionale, forse pochi sanno che dal 2002 la gestione del patrimonio artistico-culturale della città di Torino è stata affidata a una fondazione privata (La Fondazione Torino Musei) a cui fanno capo quattro musei: la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna, il MAO – Museo d’Arte Orientale, Palazzo Madama- Museo Civico d’Arte Antica e la Rocca e il Borgo Medievale.

In seguito, nel 2004 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha conferito in uso per trent’anni i beni del Museo Egizio ad una apposita fondazione, la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo – che con varie fondazioni tiene in mano il mondo culturale torinese –  e la Fondazione CRT, una di queste per l’appunto, un passo importante verso una graduale privatizzazione dei beni culturali della città di Torino.

Per visitare i musei che rendono famosa la nostra città come “Città della cultura” i prezzi dei biglietti interi variano tra i 10 e i 15 euro, inaccessibili per gran parte della popolazione.

Il Comune di Torino attua diversi sconti per le cosiddette “fasce protette”: sconto giovani (under 18), sconto universitari (fino a 26 anni), sconto over 65. Come al solito, è facile dimenticare chi non fa parte di alcuna fascia protetta ma che, semplicemente, non se li può permettere.

Solo qualche anno fa il Forum Europeo dei Giovani (YFJ – Youth Forum Jeunesse) ha dichiarato Torino Capitale europea dei giovani, eppure, a quanto pare, per accedere ai musei e agli spazi di cultura torinese si è considerati giovani solo fino a 18 anni; dopo si ha accesso alla cultura solo se universitari. Perchè chi non studia, magari perché escluso dal mondo della formazione per barriere di tipo economico, non dovrebbe essere ugualmente interessato da avere accesso ad agevolazioni?

Ad un primo sguardo, si possono notare alcuni tentativi da parte della pubblica amministrazione per dare, anche se solo per un giorno al mese, l’accesso alla cultura gratuito a tutti i cittadini.

Ci riferiamo al programma “Domenica al museo” che da gennaio 2015 è stato proposto per stare al passo con diversi altri paesi europei dove l’iniziativa è in atto già da alcuni anni.

Peccato che solo 6 dei 60 musei presenti a Torino abbiano effettivamente aderito al programma; programma per altro già critico di per sé: visitare un museo o un sito archeologico non significa entrare in un tempio, in cui la tua presenza vale solo per se stessa: significa vivere un’esperienza che deve essere anzitutto piacevole, cosa che non può succedere se la ressa dei visitatori sovrasta qualsiasi godibilità del percorso di visita, mettendo anche a rischio le opere stesse e, quindi, sconfessando il ruolo più importante del museo: conservare e tutelare le opere che custodisce.

Un altro interessante tentativo di rendere accessibile la cultura ai torinesi è stata la “Torino + Piemonte Card”, la tessera che consente l’accesso gratuito a circa 60 musei e spazi espositivi in Torino valida per due persone, un adulto e un minore di 12 anni. Con la tessera si ha diritto anche ad uno sconto sui mezzi di trasporto pubblico.

Peccato che i costi siano di nuovo evidentemente insostenibili per gran parte della popolazione: la card ha costo variabile sulla base del numero di giorni di durata, da 23 euro per un giorno (nel quale non è possibile effettuare più di 3 ingressi) a 51 euro per 5 giorni.

Stesso discorso si può fare per quanto riguarda la tessera Abbonamento Musei. Differente dalla Torino + Piemonte Card per la durata annuale e il numero di ingressi illimitato, è equivalente però nei costi: 52 euro per l’intero e sconti fino al 30% circa per le solite fasce protette.

Un altro grande tema del mondo culturale e museale torinese, così come in tutta Italia, è quello del lavoro volontario, sfruttato e sottopagato.
Lavorare nei Beni Culturali significa accettare una lunga serie di compromessi al ribasso e concorrenze sleali, promosse dallo Stato e da quei grandi enti, fra cui FAI, Fondazione Torino Musei e la Fondazione CRT, che con una mano si gloriano dei grandi monumenti e dei grandi musei, dall’altra impiegano torme di “volontari”, (leggi: lavoro gratuito), mettendo a rischio sia la tutela che la valorizzazione di quei Beni, ma soprattutto mettendo chi dovrebbe lavorare in questo settore nella posizione di vedersi scavalcare da un “volontario”, non adeguatamente formato per operare nel settore. Oppure, forse ancora più preoccupante, molti neolaureati del settore prestano la propria  competenza e professionalità a titolo gratuito, nella speranza, di solito vana, di poter essere un giorno assunti. Un elegante metodo per mettere in ginocchio intere generazioni di lavoratori, privarli facilmente di quei pochissimi diritti conquistati, togliere qualsiasi sicurezza economica e mettere uno contro l’altro chi accetta e chi resiste.

In questo quadro le promozioni spot fatte dal Museo Egizio, difese da Christian Greco nel famoso video, sono tutte agevolazioni temporali e promozionali atte ad attirare più pubblico, non a rendere il museo accessibile a tutti i cittadini.

Servono più investimenti, strutturali e stabili, da parte del Comune e del Ministero dei Beni Culturali, per l’abbattimento dei costi per l’accesso alla cultura fino alla sua completa gratuità e non saranno due esternazioni sulla differenza tra credo religioso e lingua a farci dimenticare cosa rappresentino CRT e fondazione musei per la nostra città.

Il Museo Egizio di Torino non è dunque un’eccellenza italiana, esempio di inclusione sociale e accesso alla cultura, semmai un lampante esempio del processo di privatizzazione e costruzione di una cultura d’élite.

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