Contro odio e terrore nero, il 10 tutti/e a Macerata!

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    La mattina del 3 febbraio, a Macerata, si è consumato un attentato terroristico fascista contro innocenti. L’odio razzista contro gli immigrati è passato dalle parole alle pallottole. Impossibile vederla come una novità assoluta, se pensiamo ai numerosi attacchi degli ultimi mesi, alle barricate nere contro le comunità migranti, alle continue aggressioni verificatesi nei luoghi della formazione, agli omicidi di Firenze del 2011. Un escalation partorita in vitro all’interno di una più ampia e complessiva strategia degli ambienti della destra xenofoba nostrana, studiata a tavolino. Si è parlato molto di una presunta “bomba sociale” in questi giorni di dibattito, in particolare per bocca degli esponenti delle varie formazioni di destra che in svariate forme hanno costruito i distinguo di cui nutrirsi in questo periodo di campagna elettorale.

    L’unica bomba sociale che abbiamo visto colpire il nostro paese, e non solo, sono stati gli anni di politiche antisociali, di violenza istituzionale, la forma in cui si è sviluppato un processo di impoverimento generale della società, mosso dai fili dell’establishment neoliberista che ha aggravato indiscriminatamente le condizioni materiali della popolazione, autoctona o migrante che fosse. Tra le macerie di questa esplosione si è sviluppato poi un altro tipo di dinamica, legato alla ricerca di un capro espiatorio che favorisse un conflitto orizzontale piuttosto che la verticalizzazione dello stesso verso i reali responsabili del deserto sociale nel quale oggi ci troviamo ad agire.

    Davanti ai fatti di Macerata pensiamo che non sia più possibile, sarebbe anzi un errore imperdonabile da parte nostra, parlare di “guerra tra poveri”. Se da un lato “guerra tra poveri” è una semplificazione che nasconde il ruolo degli attori politici che stanno fomentando una guerra razziale contro i più poveri, dall’altro questo concetto rischia di minimizzare il razzismo che si manifesta nelle classi popolari e subalterne. Di fronte ad un’ideologia razzista che è passata con violenza dalle parole alle pallottole, abbiamo innanzitutto bisogno di stare incondizionatamente dalla parte delle e dei migranti. E, in secondo luogo, abbiamo il dovere di smascherare con forza i presupposti su cui si basano queste narrazioni che vogliono fomentare una vera e propria guerra razziale contro i più deboli della società.

    Sono i migranti il capro espiatorio di cui prima, la cui ricerca ha visto un elemento centrale nella copertura costruita da una propaganda fondata su falsi dati sbandierati a reti unificate, con la rottura di ogni tabù, che ha riempito le bocche e i post dei vari Salvini di turno. Di fronte a questa copertura è impossibile ignorare il ruolo che il mondo dei media mainstream ha giocato, che ne hanno hanno garantito la crescente esposizione e legittimazione a livello pubblico.

    Giornalisti di tutti i tipi in questi mesi hanno accettato inviti e dialogo con le organizzazioni neofasciste che oggi risultano responsabili del clima di odio e violenza che invade il Paese. Con la scusa della loro istituzionalizzazione e accettazione di facciata delle “regole democratiche”, con la legittimazione dell’idea per la quale ad ogni soggetto deve essere concessa libertà di espressione, anche per chi professa e pratica odio e violenza, è avvenuto un processo di normalizzazione completa della presenza legittima di queste organizzazioni all’interno del Paese e nel dibattito pubblico. È stato così permesso di legittimare il fascismo come opinione, come parte in gioco, e a queste stesse organizzazioni di raccontarsi come la manifestazione e rappresentanza del Paese. Tutto ciò senza concedere alcuno spazio a chi è stato vittima di queste aggressioni, esattamente come avvenuto nel caso dei feriti nell’attentato di Macerata, o a chi ogni giorno si continua a opporre alla violenza razzista e fascista.

    Anche di fronte all’attentato consumatosi qualche giorno fa, le maggiori testate giornalistiche del Paese hanno definito l’accaduto, nella peggiore delle ipotesi, come il gesto di un folle, e in quelle di poco più realistiche, un attacco a sfondo razziale, senza che mai fosse chiamato per quello che è stato.

    Le responsabilità non si fermano qui e vedono in prima linea anche le politiche adottate nel nostro Paese in tema di gestione dell’ordine pubblico. Una gestione dell’ordine pubblico che non solo vede città militarizzate, la repressione di ogni forma di dissenso, misure preventive prima di ogni manifestazione, daspo e fogli di via, ma che riflette anche ciò che è avvenuto per anni nel dibattito pubblico. La narrazione dei due opposti estremismi, la pericolosità di entrambi allo stesso modo, l’idea per la quale manifestare per l’oppressione e la violenza sia la stessa cosa di manifestare per i diritti di tutti e tutte.  Una narrazione che tenta di riscrivere la storia: fascismo e antifascismo come due facce della stessa medaglia, come due storie dall’eguale dignità, come qualcosa di passato, fuori dal tempo; fascismo e antifascismo come due forme diverse di intolleranza, oppure, come due opinioni entrambe legittime, giustificate dalla necessaria tolleranza. Invece è necessario dirsi che non esiste tolleranza, nè spazio, nè legittimità o dignità per il fascismo, e che al contrario l’antifascismo resta un valore imprescindibile e fondante.

    E anche dopo un attentato fascista, esattamente identico nelle sue forme ad un attentato del fondamentalismo islamico, proprio mentre Di Stefano, leader di Casapound, si trova a Macerata per una conferenza stampa, arriva dal ministro Minniti la comunicazione del divieto di svolgere qualsiasi tipo di manifestazione in città per motivi di ordine pubblico e per non implementare il clima di paura e tensione. Comunicazione prontamente ripresa dal sindaco PD, che appellandosi alla volontà di “evitare violenze” fa cadere definitivamente la maschera dell’antifascismo di facciata di un partito che a parole ricorda la resistenza e, nei fatti, si fa promotore di politiche e ordinanze (dai decreti Minniti-Orlando, ai daspo urbani, alla lotta ai poveri raccontata come contrasto al degrado) che non abbiamo timore a definire neofasciste.

    Vietata la manifestazione di Forza Nuova prevista per mercoledì, ma vietata anche la grande mobilitazione antifascista lanciata dai centri sociali del territorio che aveva visto in poche ore numerosissime adesioni da tutta Italia.

    Lo diciamo con chiarezza: non siamo disposti ad accettare in alcun modo nessuna forma di accostamento delle due mobilitazioni, tanto nei contenuti quanto nelle intenzioni. Cosa c’è in comune fra una parata di neofascisti volta a celebrare un attentato razzista e la risposta antifascista e solidale della cittadinanza intera, e non solo? Niente. Non siamo disposti ad accettare l’ennesimo caso di repressione non solo del dissenso, ma della solidarietà, non possiamo esserlo in una fase in cui risposte come quella rappresentata dalla piazza di sabato sono davvero urgenti ed essenziali. Alla paura, al clima di smarrimento che sicuramente Macerata sta conoscendo in questi giorni, l’unica risposta possibile è quella collettiva, popolare, inclusiva, antifascista.

    Saremo a Macerata, Sabato 10, con tanti e tante da tutta Italia, perchè sentiamo sia necessario dare lì una risposta antifascista e antirazzista di massa, contro l’odio e quello che ribadiamo essere un atto di terrorismo nero. Per liberare le strade della città dal terrore, tutti e tutte insieme. Per Jennifer, per Mahamadou, per Wilson, Festus, Gideon, Omar, per Samb Modou e Diop Mor, per Emmanuel, per Renato, per Dax, per Valerio, per Auro e Marco, per tutti e tutte noi.

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