Niente Deneuve sul fronte patriarcale

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    Se provassimo a leggere la lettera firmata delle “100 donne francesi per il diritto a ‘importunare’ ” a partire dalla metà del testo, si direbbe che le femministe e quelle 100 parlino la stessa lingua. Parlano della libertà di dire NO, del non rinchiudersi dietro il ruolo impotente di “preda”, parlano di aver deciso di avere figli e figlie e di volerle educare per vivere pienamente la loro vita senza lasciarsi intimidire o colpevolizzare. Concludendo infine che non siamo riconducibili al nostro corpo e che la nostra libertà interiore è inviolabile.

    Su qualcosa, quindi, siamo d’accordo.

    Eppure allora quel preludio iniziale non quadra: perchè, se hanno queste idee, criticano il movimento che le rivendica?

    Ciò che appare mancare per sentire pienamente condivisibili le rivendicazioni delle favolose 100 è quel passettino oltre, ovvero inserirle in una visione d’insieme che renda davvero possibile il passaggio fondamentale per cui “il personale diventa politico”. Per farlo, le 100 firmatarie avrebbero dovuto chiedersi da dove nascesse quell’astio, quella rabbia che hanno invece fallacemente interpretato come odio verso gli uomini, puritanesimo e vittimismo.

    Il fatto che alcune donne dichiarino di non aver subito violenza non rende irreali o inesistenti le violenze subite da altre, come invece tenta di convincerci anche la Bardot nelle sue ultime dichiarazioni sulla cresta dell’onda delle polemiche di qualche giorni fa.

    C’è da chiedersi, allora, come e perché queste 100 donne non riconoscano che tutte possono distinguere un corteggiamento maldestro da uno stupro o da una molestia, ma che non tutte – o almeno non tutte con gli stessi mezzi – possono difendendersi dalle avance inopportune. C’é da chiederci come e perché l’erotismo e la sensualità  vengono associati e confusi, strumentalmente, con “ il selvaggio e offensivo rimorchiare” machista, con l’autogratificazione megalomane dell’importunare.

    Nella visione, parziale e autoreferenziale, delle 100 firmatarie viene completamente dimenticato, sotto la patina della galanteria, che il sesso è sempre più uno strumento di contrattazione. E come in ogni contrattazione sindacale che si rispetti, le parti non sono uguali, i rapporti di forza non sono equi. In tal senso, é particolarmente inaccettabile confondere la seduzione con il ricatto, perché acuisce la differenze tra le due parti, una è totalmente irrilevante: il consenso non è contemplato né necessario.

    Sempre ritornando all’esempio della contrattazione sindacale, infatti, anche nella subalternità delle parti non tutt* hanno lo stesso potere contrattuale, per cui chi nella società è più socialmente “debole” subisce la violenza in maniera più marcata. La lettera dimostra, quindi, l’assenza di conoscenza – o peggio di accettazione – di un’altra realtà, lontana dai salotti letterari e dalle cene di gala della classe alta, una realtà che quelle 100 donne forse non hanno mai intravisto o voluto intravedere, quella dei centri antiviolenza, quella delle ragazze molestate e stuprate che non parlano per vergogna o impossibilità, quella delle studentesse e delle lavoratrici oggetto di confidenze inopportune da collaboratori e superiori, quella delle impiegate costrette perfino dal tribunali  – notizia di Vicenza di qualche giorno fa – a subire asservirmente le sculacciate dai colleghi o capi “goliardi”: perché la loro competenza, la loro professionalità non importa in questo regime di contrattazione, l’unico dato importante è che possano soddisfare quel bisogno “selvaggio e offensivo”.

    Il problema che si evidenzia, dunque, non é la pretestusa preannunciata “fine della seduzione”, così come paventato a sproposito dalla Deneuve e ripreso – non a caso – anche da Berlusconi, ma il dovere “sociale” di accettare dei meccanismi di una fantoccia seduzione che potremmo definire unilaterali, in cui la donna che soggiace a queste dinamiche ne è sempre vittima, in maniera più o meno grave, più o meno consapevole, in base a tutta una serie di fattori condizionanti esterni.

    E, così, leggiamo questa lettera e notiamo l’assenza della comprensione di quella visione politica che è invece l’elemento chiave dei movimenti femministi. Quello che le 100 non sanno o non hanno capito è che tutti questi avvenimenti e atteggiamenti “naturalizzati” sono collegati, e dobbiamo cominciare a interpretarli e dare loro un senso a partire da una matrice comune: quella dell’educazione. Quell’educazione che ci insegna fin dall’infanzia che la donna è un oggetto sessuale funzionale, perfino nella propria realizzazione, al soddisfacimento dello stereotipata “maschilità”; che ci insegna che se sei una donna per comparire in un film devi essere innanzitutto carina. Quella stessa educazione che ci insegna – vedi il documentario Il corpo delle Donne – che la femmina è un soprammobile, che il suo corpo è terreno pubblico a disposizione di tutti. Quell’educazione che crea delle dinamiche, anche interiori, di “ dovere” nel soddisfacimento sessuale altrui, che si traspone in un generalizzata inconsapevolezza dei proprio bisogni e desideri sessuali.

    Denunciare individualmente e collettivamente la mancanza di un tessuto sociale, politico e giuridico che tuteli le donne, la mancanza dell’educazione alle relazioni e all’affettività,  soffrire il prodotto di questa educazione e di questa cultura non è “fare le vittime”. Siamo tutte e tutti vittime di una società che agisce per stereotipi e condizionamenti socioeconomicoculturali, e che in ciò pone le basi per il perpetuarsi delle violenze. La violenza di genere, quindi, non solo non viene disincentivata e sradicata dalle proprie radici patriarcali, ma anzi è digerita dal sistema nella riproduzione dello status quo.

    E se solo sporgessimo il naso fuori dai soliti schemi conservatori, ci si renderebbe conto che questa violenza è ovunque, che ha colpito nostra sorella, le nostre amiche di infanzia, le nostre figlie, le nostre colleghe, le nostre madri, le mogli. Ci accorgeremmo che non sono eccezioni, ma che purtroppo  vengono considerate tali perché nessuna (o quasi) parla e denuncia. Ci accorgeremmo che questi episodi non sono “incidenti” come spesso vengono assunti o narrati dai media, ma fenomeni strutturali della nostra società.

    Ma di una cosa non possiamo che essere sicur*: è finito il tempo per accettare in silenzio. Che è tempo invece di ripensare, ancora una volta, i rapporti tra e dei generi, di costruire le basi per rendere effettiva l’autodeterminazione del proprio corpo e delle proprie vite, di decostruire i ruoli sociali che ci sono imposti e di rivalutare il significato di libertà sessuale, senza banalizzarlo.

    E il mondo della formazione ha un ruolo determinante in questo.

    Siamo il prodotto di una serie di modelli che ci vengono propinati e alla quale dobbiamo adeguarci, modelli che oltre che essere neutralizzatii sono anche sterili e fallocentrici. Manca una vera educazione (e una consapevolezza) della sessualità intesa come eros, piuttosto che come soddisfacimento di appetiti dell’ego a scapito di un altro essere umano.

    Proponiamo invece un nuovo modello, che ampli le direzioni possibili del desiderio e del bisogno, un superamento dei tabù storici che lo negativizzano, una decostruzione di sovrastrutture e limitazioni antiche di secoli, perché non esiste libertà che non passi attraverso la libertà sessuale e libertà sessuale non significa accondiscendere passivamente a un flirt, ma vuol dire molto di più. Significa iniziare a parlare di educazione alle differenze nelle nostre scuole e nelle nostre università, fare educazione sessuale, educazione alle relazioni, all’affettività, alla conoscenza del proprio corpo ed ad un’autoerotismo alternativi ai modelli porno-circolanti o delegati al bigottismo familiare.

    Ma non basta. Se da un lato l’azione deve essere formativa ed educativa, e dunque a lungo termine, dall’altro dobbiamo agire sul presente: le istituzioni scolastiche e universitarie devono agire ora, ascoltando le donne che hanno subito violenza. Perché su questo non ci sono dubbi: la violenza, l’abuso di potere nelle scuole e nelle università ci sono.

    L’ istituzione Università deve impegnarsi concretamente nella tutela delle proprie lavoratrici e studentesse: istituendo CAV di Ateneo, individuando personale competente e specifico. E’ un passo fondamentale per dimostrare alle persone che hanno subito queste violenze che non sono sole, che sono ascoltate, che possono superare la vergogna e la paura del giudizio.

    È fondamentale, però, che tale educazione non sia paternalista o emergenziale, cadendo – come avviene purtroppo spesso nelle poche volte in cui se ne parla a scuola – nella dicotomia securitaria “forte-debole” degli stereotipi sessuali e che, quindi, sia immaginata come di utilità alle sole giovani studentesse: soltanto attraverso una didattica trasversale e contaminante che metta al centro le studentesse e gli studenti i luoghi della formazione sono in grado di restituire attivamente alla comunità una cultura collettiva che metta in discussione dinamicamente l’intero sistema patriarcale, sovvertendo non solo il ruolo di genere femminile ma anche quello maschile egemone. In fondo, se si trasmettesse fin dai banchi di suola agli studenti che anche loro possono essere ciò che vogliono fuori da obblighi sociali, senza essere tenuti a mostrare virilità, determinazione monolitica e insensibilità (tutti ingredienti magici per la ricetta della prevaricazione!), crescerebbero con la capacità di mettersi in discussione in ottica femminista e uscire dalla propria posizione di privilegio nel dal gioco della violenza come unico approccio possibile.

    Tutto questo e molto altro vuol dire creare le condizioni, fisiche e non, per quell’autodeterminazione cantata dalle 100 donne francesi firmatarie. Solo allora non saranno più necessari i tanti #metoo, ma – come portato avanti dalla campagna del movimento Non una di meno – solo un sovversivo, collettivo e femminista #wetogether.

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