FREE PALESTINE! Gerusalemme non è di Trump, né di Israele: una riflessione

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    Da diversi giorni ormai, dopo le dichiarazioni del Presidente USA Trump di spostare la propria ambasciata a Gerusalemme, è stata annunciata e messa in atto in Palestina una serie di proteste e manifestazioni che stanno sfociando in scontri e tafferugli e che stanno causando morti e feriti. La tensione però continua ad aumentare e in tutto il mondo, compresa l’Italia, si stanno articolando diverse iniziative a sostegno del popolo palestinese. Tante donne, studenti, vecchi e giovani, stanno continuando a protestare contro questa unilaterale decisione che non aiuterà di certo nella risoluzione del conflitto decennale. Proviamo a ricostruire un’analisi storica della questione israelo-palestinese per comprendere meglio la frattura all’interno della quale si inseriscono le dichiarazioni di Trump.

    Gerusalemme è un simbolo, un luogo che in tanti si contendono da tempo e che si trova al centro di una lotta fra popoli che va avanti da decenni.

    Pubblicato da Nena NewsAgency su Sabato 9 dicembre 2017

    Gerusalemme è sempre stata un luogo di passaggio per molti: popoli diversi, di religioni differenti, che si sono spesso anche reciprocamente influenzati. Nel 1948, però, con la nascita dello Stato di Israele per mano delle risoluzioni dell’ONU, queste differenze sono diventate fondamentali e motivo di divisioni e contrasti.

    L’idea di una spartizione tra due Stati, uno ebraico, l’altro arabo, non riguardò Gerusalemme, proprio perché tutti la volevano e nessuno era disposto a cedere un centimetro di terra a quello che prima era un vicino di casa e poi divenne un nemico.

    Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, in Palestina iniziò a crearsi una resistenza popolare appoggiata timidamente dai paesi arabi sia secolarizzati e progressisti che religiosi. Da questa resistenza nacque una rappresentanza palestinese che aveva lo scopo di trovare una mediazione con l’entità sionista. Queste trattative erano mediate dall’ONU e dagli Stati Uniti, che sarebbero dovuti rimanere soggetti super partes per dare forza e credibilità al processo di pace. Questo atteggiamento mancò spesso, però, per questioni economiche e strategiche che vedevano Israele e l’entità sionista come un baluardo dell’Occidente nel fermento del mondo medio-orientale.

    Tuttavia, in queste trattative ed in particolare negli accordi di Oslo del 1993, non si affrontarono mai questioni annose come quelle dei rifugiati palestinesi e del loro eventuale diritto al ritorno; mancò anche la trattazione della questione Gerusalemme.

    La città, infatti, per palestinesi ed israeliani è sempre stata la terra promessa, il luogo da cui partì la diaspora, il luogo del tempio di Salomone, il luogo da cui il profeta Maometto cominciò la sua ascesa al cielo, il luogo dove Abramo fu sul punto di sacrificare suo figlio Giacobbe. Da un punto di vista più politico, essa è sempre stata contesa come capitale sia da Israele sia dalla Palestina: capitale ideologica, accanto a quelle politiche di Tel Aviv e Ramallah.

    Nel 2000, il capo dell’opposizione Sharon marciò sulla spianata delle moschee; il gesto scatenò l’ira del popolo palestinese che diede vita all’Intifada di Al-Aqsa, una vera e propria sollevazione popolare, con attentati sia su obiettivi militari che civili. L’esito fu un bagno di sangue inutile, ma rappresentò un segnale e un precedente da non ripetere, il segno che la questione Gerusalemme si sarebbe dovuta affrontare a viso aperto con accordi bilaterali da proseguire attraverso il processo di pace iniziato con Oslo.

    Oggi, invece, il programma di politica estera di Trump assume una chiara posizione nel rapporto con Israele, facendo cadere la maschera degli Stati Uniti come soggetto super partes negli accordi di pace. Fin dall’inizio della sua propaganda per le elezioni presidenziali, Trump parlava di Israele come primo alleato degli USA e di Gerusalemme come sede dell’ambasciata americana.

    La strategia è chiara: favorire Israele e i Paesi Arabi e contrastare il popolo palestinese, prendendo una posizione apertamente in conflitto con il processo di pace e rinunciando al ruolo di mediazione che, sotto mentite spoglie, gli USA avevano sempre cercato di nascondere. L’ufficializzazione dello spostamento dell’ambasciata è una dichiarazione di guerra al popolo palestinese e, nello scenario politico medio-orientale, non farà che creare altro disordine e versare altro sangue, mettendo anche in difficoltà le autorità palestinesi.

    Da troppi anni il processo di pace in Palestina viene gestito per occultare l’occupazione da parte di Israele; da troppi anni l’ONU ha dimostrato la propria incapacità a gestire questi processi; da troppi anni, Israele, con le sue ingerenze in ogni campo in diversi Paesi del mondo, governa il mondo e tiene sotto scacco le potenze mondiali.

    La decisione di Trump non è altro che la caduta della maschera che ora metterà in difficoltà anche diversi Paesi sia della zona medio-orientale, sia dell’Occidente, ma forse permetterà al popolo palestinese di riunirsi sotto una nuova luce.

    Il primo passo dovrebbe essere quello di riaprire i negoziati e mettere fine una volta per tutte all’occupazione militare di Israele. Il processo di autodeterminazione del popolo palestinese passa da qui, non uno Stato-nazione riconosciuto dall’alto che di fatto non esiste, ma la fine dei crimini e l’avvio di un processo di costruzione di uno Stato palestinese laico e democratico con capitale Gerusalemme, come d’altronde scrivono tante risoluzioni ONU.

    FREE PALESTINE!

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