Inceppiamo l’ingranaggio: spezziamo le catene dello sfruttamento

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Nell’ultimo anno abbiamo vissuto una fase estremamente mutevole: dalla disfatta del governo Renzi sul Referendum costituzionale, alla disattesa di quell’espressione democratica che è stata il 4 Dicembre.

Assistiamo a continui attacchi alle politiche del lavoro, dalla reintroduzione sotto un altro nome dei voucher, su cui era stato proposto un referendum con più di un milione di firme, fino all’approvazione delle deleghe della legge 107. Questo processo in atto è in piena continuità con le politiche di destrutturazione della scuola pubblica, di precarizzazione del lavoro e disintegrazione ulteriore del welfare, ma non solo.

Il governo “tecnico” di Gentiloni ha diretto gran parte della sua azione dell’ultimo anno attraverso le politiche securitarie e delle migrazioni con emanazione di leggi e direttive da parte del ministero dell’interno volte a eliminare il degrado e aumentare una presunta sicurezza fatta di respingimenti di massa, chiusura delle frontiera e militarizzazione delle città e delle scuole. Questo è quanto avviene con i decreti Minniti- Orlando, provvedimenti autoritari e dal sapore dittatoriale che colpiscono migranti, studenti, tutti i più poveri e tutti coloro che sono in lotta per i loro diritti; è così che il governo Gentiloni non solo si astiene dall’individuare delle politiche sociali e di welfare volte a migliorare le condizioni materiali delle persone, ma colpevolizza i poveri, stigmatizzandoli e rendendoli carnefici di una presunta instabilità.

Il pericolo diventa così il migrante, il senzatetto, come avvenuto in Viale Masini a Bologna: si utilizzano tali provvedimenti per riportare “ordine” all’interno delle città, allontanando l’opinione pubblica dalla presa di coscienza dei problemi materiali e deresponsabilizzando la politica.

Allo stesso modo ciò avviene con le politiche sociali in ambito lavorativo e pensionistico: a fronte del 35,1% di disoccupazione giovanile, si risponde con il lavoro povero; con la proposta di servizio civile obbligatorio pur di innalzare le percentuali di occupazione, non importa con quale salario, si risponde con l’innalzamento dell’età pensionabile, come evidenziato dalla mobilitazione del 2 Dicembre, senza garantire un futuro previdenziale ai giovani e spremendo fino all’ultima goccia ogni singolo lavoratore. La nostra, dunque, è una battaglia intergenerazionale, che parte dalla necessità di studiare senza barriere di accesso e potendo guardare oltre, senza vivere il ricatto di un lavoro sfruttato e di una pensione in bilico.

 

 

VERSO UNA NUOVA FASE POLITICA DI CONFLITTUALITA’ SOCIALE

Il lavoro gratuito si sta imponendo come modello, avallando una condizione di precarietà sempre più espansiva. Expo 2015, infatti, è l’esempio emblematico di come in Italia si è assistito al definitivo sdoganamento del lavoro volontario, che si è poi diffuso sempre più legittimandosi come una “normale” relazione di lavoro. Relazione di lavoro nella quale la “retribuzione” è costituita, a seconda del contesto, da una nuova esperienza da poter aggiungere al curriculum e dalla promessa di un’assunzione futura: questo è ciò che raccontano.

Questo è quanto avviene, attraverso la retorica delle competenze, anche in scuole e università che, snaturate del loro ruolo sociale, non hanno più come obiettivo quello di formare cittadini consapevoli, ma piuttosto lavoratori in grado di svolgere specifiche mansioni apprese tramite il processo di parcellizzazione e meccanizzazione della formazione cui stiamo assistendo.

Secondo questo schema il sapere non dovrebbe rappresentare più uno strumento di emancipazione della collettività, bensì uno strumento del suo disciplinamento.

L’idea di un “self made student” che, con ansia, colleziona esperienze lavorative pur di avere una prospettiva di futuro a partire dai banchi di scuola, sta pervadendo le nostre vite, relegando il tema della formazione e del ruolo sociale dei saperi, tanto quanto del lavoro stesso, ad una chimera da rincorrere. È l’economia della promessa, quella che spinge tanti ad accettare qualsiasi condizione di lavoro, addirittura l’assenza di un salario, reggendosi sul bisogno di lavorare per avere la possibilità di pagarsi gli studi, un affitto, di scegliere cosa fare, emanciparsi. Una necessità che interessa decine di migliaia di studenti in un Paese nel quale a scuola si spendono più di mille euro l’anno fra libri, contributo, trasporti; all’università si può arrivare ai diecimila per uno studente fuorisede, nella totale insufficienza di misure per il diritto allo studio (meno di una borsa di studio ogni dieci studenti e l’assenza di una legge quadro nazionale, per citare due esempi emblematici) e nella mancanza di qualsiasi forma di reddito slegato dall’attività lavorativa. La trasversalità di questo attacco è ormai sotto gli occhi di tutti, riguarda chi lavora e chi no, chi ha delle tutele e chi non le ha mai avute.

Riguarda soprattutto il nuovo esercito di riserva: gli studenti in alternanza scuola- lavoro o in tirocinio universitario utilizzati come manodopera gratuita per lo svolgimento di mansioni di lavoratori dipendenti, per ridurre il costo del lavoro per le aziende e creare sin dalle scuole superiori e dalle università delle palestre di sfruttamento.

Così come riguarda quelle tante figure che vivono il loro presente in equilibrio tra i periodi di formazione e l’accesso al lavoro, in un limbo dove vanno a tutti gli effetti a ingrossare le fila di quella sacca di riserva, dove il ricatto continuo porta da un lato i giovani a dover accettare tutto, a qualsiasi condizione, e dall’altro i segmenti del lavoro dipendente a sottostare a riduzioni salariali e in termini di tutele, pena il licenziamento. E’ quello che avviene a Venezia in questi giorni dove centinaia di lavoratori del settore dei beni culturali vivono questo ricatto, minacciati di essere sostituiti da giovani volontari.

Una sostituzione che proprio nel settore del pubblico vede alcune delle situazioni più dure, se pensiamo alle migliaia di tirocinanti forensi che oggi reggono il sistema giudiziario nel nostro Paese, costretti/e a lavorare gratuitamente, senza poter accedere ad alcun tipo di rimborso, pur di proseguire nel loro percorso professionale.

Un meccanismo che troviamo in ogni settore del nostro Paese, messo in crisi dal perpetrarsi dei blocchi del turn over, fino ad intaccare i diritti più fondamentali della popolazione, se pensiamo alla situazione che colpisce tantissimi giovani medici, costretti a reggere il Servizio Sanitario Nazionale per via della riduzione continua di personale.

Il 13 Ottobre, con il primo sciopero degli studenti in alternanza scuola-lavoro, abbiamo messo in crisi una narrazione che, a partire dall’approvazione della Buona Scuola, ha cercato di imporsi nelle scuole: quella di una riforma qualitativa, che avrebbe rivoluzionato la formazione, quella di un collegamento tra scuole e mondo del lavoro. Una narrazione che si presenta, oggi più che mai, come una dichiarazione di guerra alla scuola pubblica statale e che torna dirompente attraverso un’alternanza scuola-lavoro pensata in funzione di Confindustria e delle multinazionali.

Abbiamo denunciato come a pagare i costi dell’alternanza scuola-lavoro siano sempre e solo gli studenti, mentre le aziende e le grandi imprese traggono profitto dalla legittimazione del lavoro gratuito e dagli sgravi decontributivi, ormai fissati al 100% dalla Legge di stabilità 2018 per 36 mesi a fronte di una clausola anti-licenziamento di 6.

Di fronte a tutto questo, però, contrastare il modello aziendalistico non basta, bisogna partire dalle contraddizioni per far emergere la necessità dell’abolizione della 107. Garantire diritti e tutele per gli studenti in alternanza, abolire gli accordi con le multinazionali e gli spazi di legittimazione per le aziende che inquinano, che sono colluse con la mafia, che sfruttano e licenziano i lavoratori, e, soprattutto, sottrarre lo spazio della creazione di plusvalore dall’alternanza scuola-lavoro.

Liberare l’alternanza dalla catena di produzione significa impedire la creazione di un nuovo esercito di riserva e la sostituzione della manodopera, eliminando la competizione a ribasso tra lavoratori e studenti che alla lunga produce la contrazione di diritti e salari. Accettere che gli studenti vengano inseriti nella catena produttiva significa attaccare frontalmente i lavoratori. Non ci stiamo. Siamo studenti, vogliamo formazione: l’alternanza non deve essere fonte di estrazione di plusvalore e non deve in alcun modo costituire un rapporto di lavoro.

Così come l’alternanza scuola lavoro, i tirocini curriculari, in quasi tutti i casi, vedono stravolta la loro valenza formativa e vengono utilizzati come strumenti di sfruttamento a disposizione di enti e aziende. Oggi, infatti, attraverso la riduzione a retorica della formazione che deve coniugare sapere e saper fare, anche il tirocinio curriculare viene utilizzato dalle aziende come strumento per ridurre il costo del lavoro, utilizzando la manodopera a basso costo degli studenti per sostituire mansioni che dovrebbero essere svolte da veri lavoratori. In questo modo si annienta completamente il valore formativo che il tirocinio curriculare dovrebbe assumere all’interno del percorso universitario di studenti e studentesse, rendendolo una forma di lavoro costituito da mansioni di basso livello e primo anello della catena dello sfruttamento. L’uso distorsivo del tirocinio si inserisce in un contesto di svilimento della formazione che vede le università trasformarsi in palestre di sfruttamento, creando manodopera fortemente subalterna e senza tutele.

Ma ormai il re è nudo. Attraverso le mobilitazioni di piazza, le mobilitazioni nei segmenti lavorativi, le occupazioni che si stanno moltiplicando nelle scuole, nelle università tanto quanto presso i CNR è chiara a tutti la direzione in cui si sta andando ed anche le possibilità di resistenza. Ci vogliono mettere contro i nostri genitori, creando una guerra generazionale senza precedenti in cui, noi studenti, utilizzati come nuovo esercito di riserva siamo contrapposti ai lavoratori, che sempre più spesso vengono licenziati.

Non glielo permetteremo, il riscatto è ora!

 

 

CONTESTARE GLI STATI GENERALI DELL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO, PER I DIRITTI E LA DIGNITA’ DEGLI STUDENTI E DELLE STUDENTESSE IN ALTERNANZA

Per questo lo scorso 24 novembre siamo scesi in piazza con tanti altri soggetti sfruttati, costruendo connessioni e solidarietà proprio lì dove ci vogliono divisi.

Il processo iniziato con gli Stati generali dello sfruttamento non si ferma a novembre: in tutto il paese stiamo continuando a confrontarci, discutere e mobilitarci, ed è arrivato il momento di alzare la testa insieme per il riscatto dei soggetti sfruttati, dai pensionati, ai lavoratori, dai tirocinanti agli studenti in alternanza.

Proprio mentre il MIUR organizzerà a Roma gli Stati Generali dell’Alternanza del 16 dicembre, noi tutti torneremo a mobilitarci.

Passando per il 15 Dicembre vogliamo esprimere la nostra contrarietà ad un modello decisionale che esclude chi in primis vive i percorsi di alternanza scuola- lavoro e restituisce la parola alle grandi aziende. E’ necessario costruire questa opposizione a partire dalle scuole e dalle università, per arrivare al 16 dicembre con la volontà di prenderci quanto ci spetta, contestando gli Stati Generali dell’Alternanza e rivendicando con forza diritti e dignità per gli studenti. Come studenti siamo l’ultimo anello della lunghissima catena dello sfruttamento, che è ora di spezzare insieme: la battaglia contro l’alternanza sfruttamento non è che un tassello della lotta per la giustizia sociale e l’emancipazione di tutte e tutti.  

La convinzione che la lotta contro le diseguaglianze e per la giustizia sociale costituisca l’alternativa radicale all’esclusione e allo sfruttamento ci porta a condividere ed aderire convintamente al corteo  Fight/Right – Diritti senza confini che nel pomeriggio del 16 dicembre attraverserà la città di Roma. La lotta contro le misure repressive e di controllo, contro il razzismo e la militarizzazione, per l’accoglienza, i diritti, il reddito, ci vede tutte e tutti coinvolti: diritti senza confini significa anche saperi senza frontiere e senza barriere, lavoro dignitoso per tutti, possibilità di scegliere e autodeterminarsi. Significa ancora una volta spezzare le catene e liberarci.

Le prossime date rappresenteranno, quindi, le giornate di mobilitazione che pongano le parole d’ordine necessarie a invertire la rotta su tutto: scuola e università, lavoro, reddito, welfare e diritti senza confini.

 

 

IL MONDO CHE CAMBIA, TRA NUOVE FORME DEL LAVORO E DI SOVVERSIONE DELLO SFRUTTAMENTO 

Mentre noi rilanciamo i nostri stati generali di sfruttamento, la modalità con cui esso profondamente si diffonde ed articola è sempre più visibile. Sono molte le voci che in forme diverse si stanno alzando contro le più barbare pratiche di sfruttamento, in tutti i settori. Sperimentazioni di sciopero per chi non ha mai conosciuto questo diritto, numerosissime denunce e segnalazioni che provano a svelare un quadro che ciascuno singolarmente ha dovuto subire nella sua individualità per anni, ma che non siamo più disposti/e ad accettare. In questa settimana visibilità la hanno avuta anche le lotte in alcuni segmenti significativi delle nuove forme di lavoro: è l’esempio dello sciopero dei lavoratori della logistica  di Amazon a Piacenza durante il Black Friday, uno sciopero che ha avuto un valore profondamente politico perchè costruito sulla solidarietà tra lavoratori con diverse caratteristiche contrattuali e perchè apre enormi contraddizioni sulla distribuzione della ricchezza nel giorno in cui Bezos diviene l’uomo più ricco al mondo. La scelta dell’azienda che, pur di delegittimare l’organizzazione collettiva, intende incontrare singolarmente i lavoratori per renderli più deboli e vulnerabili, fa aprire una riflessione sulle modalità in cui il rafforzamento del capitale ed il cambiamento delle forme dell’organizzazione del lavoro e della politica siano strettamente collegati.

Ulteriormente importante quanto sta accadendo all’Ikea con gli scioperi in solidarietà alla lavoratrice ed ai lavoratori – entrambi genitori – licenziati per il mancato rispetto degli orari di lavoro. Uno sciopero che fa emergere quanto pane e rose, diritti e welfare, rivendicazioni tanto salariali quanto legate ai tempi di lavoro ed all’autodeterminazione delle scelte di vita siano estremamente collegate. Continuano in giro per tutta Italia le occupazioni dei centri di ricerca ad opera dei precari del CNR, che, anche qui, rivendica diritti ma ha anche investimenti diretti che rilancino una idea di sviluppo del Paese. In ultimo le prime forme di organizzazione di riders che tra Bologna, Torino e Milano si oppongono alla platform economy e costruiscono sperimentazioni collettive di organizzazione dal basso contro chi neppure li riconosce come dipendenti o lavoratori. Ad emergere è una volontà di riscatto collettivo ed una necessità di costruire una connessione tra le lotte, che ci permetta di costruire una azione di risposta collettiva alla modalità con cui il capitale si riorganizza. Se infatti è complesso per un giovane, sfruttato in alternanza o in tirocinio o in lavoro a nero nei weekend, interrogarsi sul proprio futuro, figuriamoci sulla pensione. Questo sforzo di connessione però va costruito, per interrompere la catena dello sfruttamento a partire da una narrazione delle congiunture molteplici, che costruisca una opposizione alla retorica dell’occupazione in aumento sostanziata da salari più bassi, meno diritti e più lavoro povero e dalla guerra intergenerazionale ed intercategoriale che il Governo stesso promuove spacciando l’innalzamento dell’età pensionabile come necessaria per investire contro la disoccupazione giovanile. Bisogna invece ricostruire il quadro della filiera dello sfruttamento: dall’alternanza scuola lavoro, ai tirocini, al lavoro spacciato per volontariato, allo sfruttamento al lavoro, alla riduzione dei salari, fino all’assenza del diritto alla pensione, per unire ciò che anni di queste politiche diseguali hanno diviso.

Emerge pertanto la necessità di costruire un blocco sociale che non si limiti a esprimere opposizione sociale verso un Governo con poca agibilità politica, ma esprima anzi potenza trasformativa della realtà. Se, infatti, nella transizione economica del capitalismo digitale è più la deregolamentazione e l’assenza di tutele dei diritti a cui fare riferimento, è necessario aprire una fase sperimentale in cui costruire spazi di azione politica, connessione, distruzione creatrice, intelligenza collettiva. Dalla solidarietà all’azione collettiva, dalla micro-attivazione alla costruzione di modalità nuove con cui articolare forme di solidarietà, attivazione politica, decisione collettiva, modifica dell’esistente, dobbiamo iniziare a darci da fare perchè le condizioni vi sono tutte. Partiamo dal 16 Dicembre ed apriamo una nuova fase di avanzamento sociale nel nostro paese! E’ arrivato il momento di liberarsi e spezzare le nostre catene, è arrivato il momento di pretendere il pane ma anche le rose, è arrivato il momento di ideare, con tutta l’immaginazione del mondo, modalità nuove con cui aprire crepe e inceppare gli ingranaggi dentro un sistema che è sempre più violento e pervasivo nelle nostre vite.

Iniziamo insieme!

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