Riflessioni sovversive verso il 25 Novembre

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Alle porte del 25 novembre – giornata internazionale contro la violenza sulle donne – quest’anno il Movimento NON UNA DI MENO, a cui aderiamo e che facciamo vivere nei nostri territori, ha un piano.

Per questo ha rilanciato a Roma una grande mobilitazione nazionale per la presentazione del “Piano femminista contro la violenza” sulle donne e di genere (qui il link al pdf scaricabile e consultabile: https://drive.google.com/open?id=1r_YsRopDAqxCCvyKd4icBqbMhHVNEcNI), un manifesto scritto dal basso con la straordinaria pratica del consenso durante un anno di assemblee e tavoli di lavoro.

Considerando centrali i luoghi della formazione per il contrasto e la prevenzione alla violenza di genere e del genere, come studentesse e studenti, donne, uomini, persone non-binarie, transgender e cisgender allora non possiamo non mettere su carta alcune riflessioni frutto di un lavoro interno e sui territori che si è svolto nell’ultimo anno.

  • Un approccio intersezionale, non autoreferenziale, contro ogni dinamica di potere

In questi mesi abbiamo detto chiaramente che oggi costruire un piano contro la violenza sulle donne, di genere e del genere vuol dire costruire un piano che non abbia come unico punto focale di attacco gli uomini in quanto uomini, quanto piuttosto il maschile come elemento socializzato di violenza e sopraffazione. Non vogliamo più soltanto riconoscere dove pende la bilancia, per combattere il problema noi vogliamo riconoscerne la matrice. Questa matrice, noi crediamo, è il patriarcato.
Il patriarcato determina le aspettative e perciò le condotte di genere, costruisce una differenza di potere tra uomo e donna, attribuisce però un destino segnato ad entrambi, arriva ad attribuire abitudini, mansioni e hobby, addirittura colori e vestiario. Questa è la violenza del patriarcato che diventa molestie, stupro, morte. Che si abbatte su tutte le soggettività non conformi.

Sulla base di queste riflessioni la nostra organizzazione ha deciso di interrogarsi: non esiste organizzazione politica immune dalle conseguenze del patriarcato. Non abbiamo paura nell’ammettere che abbiamo deciso di affrontare il patriarcato dentro di noi, provando a cambiare le nostre pratiche assembleari, i nostri linguaggi, le forme cioè dell’agire politico e delle sue riflessioni. Questo percorso auto-trasformativo non tocca solo i singoli territori ma sta cercando di tenere dentro la nostra realtà nazionale nel suo insieme, dirsi del resto che siamo perfetti e liberi dal patriarcato sarebbe ammettere di aver costruito un’oasi felice dentro una società fortemente contaminata, ammettere cioè di non essere riusciti a trasformare nient’altro fuori da noi. Abbiamo detto che non vogliamo “una scuola o un’università d’oro in un mondo di merda”, la stessa cosa deve valere per la nostra organizzazione, non abbiamo paura di interrogarci e sporcarci le mani pur di mantenere una purezza irraggiungibile e che spesso è macismo nascosto da femminismo, come accade anche nel movimento femminista.

Il problema è, ancora una volta, il patriarcato dentro di noi.

Non è facile non cedere al mansplaining quando una collettività di compagn* – che non è nata per discutere di transfemminismo ma che negli anni ha, però, riconosciuto la profondità delle connessioni tra patriarcato, capitalismo e postcolonialismo  -riflette sulle diverse modalità con cui i rapporti di potere, la subalternità e l’esclusione si articolano. Questo perché ad oggi molt* di noi sono uomini, perché molt* di noi sono cisgender, perché molt* di noi sono eterosessuali, perché la maggior parte di noi è bianca. Partendo da questo punto di vista situato e dalla volontà di costruire insieme un’analisi che però non neghi l’esistenza di differenze e bisogni radicali anche tra noi, non possiamo che ritenere la pratica e la riflessione politica intersezionale il presupposto politico per la nostra discussione interna e per la nostra azione programmatica nei territori, nelle scuole e nelle università in cui agiamo, riconoscendo le modalità con cui il patriarcato interagisce con le altre condizioni e dunque riconoscendo i diversi punti di vista e bisogni, ma anche la necessità che non tutti i punti di vista siano sintetizzabili nella nostra analisi.

Parlare di intersezionalità vuol dire, per noi, innanzi tutto rendere politico il personale (o quantomeno tendere sempre verso il tentativo costante) costruendo uno spazio sicuro per tutte le differenze – siano esse legate al genere, agli orientamenti sessuali, alla provenienza, alla situazione socioeconomica – in cui costruire e praticare la lotta, ma anche riconoscere la necessità di contaminare e contaminarsi con altri movimenti, siano questi quelli femministi, LGBTQIA+, dei migranti, di lavoratrici e lavoratori, contro povertà e disuguaglianze, e questo perché non pretendiamo di contenere in noi stessi la totalità delle condizioni e delle rappresentazioni. La Women’s March dello scorso anno – chiamata a cui, oltre ai movimenti delle donne, hanno risposto tante altre soggettivitá – è un esempio di come, a partire dalle istanze delle donne, sia possibile costruire spazi di reciproco riconoscimento senza però costruire “gerarchie dell’esclusione” ma anzi un’alleanza di “corpi”. Il lavoro dell’ultimo anno, dal 26 novembre a Roma e dalle mobilitazioni dell’8 marzo fino a tutto il percorso quotidiano a cui tante studentesse e studenti hanno dato vita sul panorama nazionale e che ha portato all’apertura dei collettivi femministi ed LGBTQIA+ a Padova, Avellino, Roma, Bologna, ci ha fatto molto riflettere su come provare a mettere in pratica nelle scuole, nelle università, nei territori delle forme diverse di relazione, tanto esterna quanto interna. E così, abbiamo provato a decostruire gli stereotipi di genere e le dinamiche di potere insite anche dentro la nostra organizzazione, abbiamo costruito safe-zone resistenti ma consapevoli delle contraddizioni, abbiamo voluto sfidare – senza la pretesa di riuscire, quanto piuttosto impegnandosi nello sforzo collettivo – le assurde, machiste e stantie dinamiche muscolari o da ansia da prestazione tipiche di questa societá e neoliberale, abbiamo avviato piani programmatici e vertenziali a partire dai bisogni e dai desideri di ciascun* di noi, abbiamo voluto immaginare sperimentazioni collettive – anche al nostro campeggio estivo Riot Village – di autocoscienza maschile per la messa in discussione dell’eteropatrarcato a partire da sé: abbiamo gettato le basi per la costruzione dal basso e in ottica femminista di futuri momenti di liberazione collettiva.

Tutto questo perché sentiamo la necessità di uno spazio di pensieri e saperi transfemministi in cui ribaltare le dinamiche di potere, che ci rendono tutt* vittime e carnefici in diverso modo, proprio a partire dalle esperienze di ogni persona. Ed é da questa necessitá che nasce il lancio di un nuovo spazio di confronto digitale ed anonimo, aperto a tutt* le soggettivitá in formazione che subiscono o riconoscono di praticare forme di violenza o discriminazione di genere; uno spazio tramite il quale sovvertire le identità, liberare i saperi, rivoluzionare la società, contaminarsi fuori dall’opinionismo. Da qui nasce “Sovversioni – saperi femministi”.

“Perché abbiamo, costruiti dentro di noi, vecchi tracciati di aspettative e risposte, vecchie strutture di oppressione, e queste devono essere modificate nello stesso momento in cui modifichiamo le condizioni di vissuto che sono un risultato di quelle strutture. Perché gli strumenti del padrone non potranno mai smantellare la casa del padrone.

Come mostra così bene Paulo Freire in “La pedagogia degli oppressi”, il vero obiettivo del cambiamento rivoluzionario non è mai semplicemente la situazione oppressiva da cui cerchiamo di scappare, ma quel pezzo di oppressore che è piantato in profondità dentro ognun* di noi, e che conosce le tattiche dell’oppressore, le relazioni dell’oppressore.”

E’ dunque arrivato il momento, per la nostra comunità, di immaginare nuove sovversioni e saperi femministi.

  • Contri i saperi maschilisti, etnocentrici ed eteronormati. Ben oltre l’educazione al rispetto.

I nostri saperi, infatti, non sono di certo femministi. I luoghi della formazione, secondo i rapporti OCSE, alimentano gli stereotipi di genere nella scelta del percorso di studio e, consequentemente, del lavoro. Una segregazione occupazionale nota come “soffitto di cristallo” costituita da universitá quasi esclusivamente governante da rettori e docenti uomini, mentre una scuola – ad oggi identificata socialmente più come lavoro di cura e che come terreno di status e ruolo di potere – costituita prevalentemente dalle donne. Una segregazione che si riflette anche orizzontalmente – processo noto come “muro di cristallo” – gerarchizzando i saperi e distribuendoli in ottica discriminante in base al genere (materie scientifiche e maggiormente considerate di rilievo sono molto più nelle mani di docenti uomini che di docenti donne). Questa é, inoltre, veicolata da una didattica e, a partire dai nostri libri di testo, è spesso etnocentrica, machista ed eteronormata, spariscono le filosofe, le storie dei movimenti, le differenze, ma si ingabbiano i saperi in stereotipi ed in punti di vista ben definiti: quelli dell’uomo bianco, ricco, occidentale.

Per questo è necessario far partire, come proposto da NON UNA DI MENO, la revisione dal basso dei libri di testo e procedere, come da anni rivendichiamo, con le integrazioni scuola per scuola della didattica in termini interdisciplinari e di definizione di un’educazione sessuale ed alle differenze.

Viviamo in una società ancora fortemente bigotta, in cui si preferisce ricorrere a misure emergenziali di argine della violenza di genere ed al bullismo, piuttosto che prevenirla con una educazione sessuale ed alle differenze nelle scuole, oltre che tramite una totale consapevolezza dei propri corpi. Ancora oggi si cresce affidandosi alla famiglia, quando si è fortunat*, conoscendo prima il corpo di altr* piuttosto che il proprio, non sapendo nulla di contraccezione e salute; ancora oggi si affida al porno, che oggettifica la donna, l’educazione al sesso de* ragazz*, si promuove la violenza e si oscura la liberazione dei corpi. Per questo riteniamo inadeguate le linee guida dell’“Educazione al Rispetto” presentate dal Ministero dell’Istruzione – come previsto dalla legge 107 – in cui la riflessione sul contrasto al bullismo, nel timore di innescare le polemiche delle solite associazioni oscurantiste che inneggiano alla fantomatica teoria gender, dimentica totalmente la riflessione sul bullismo omolesbobitransfobico, la necessità di una vera educazione sessuale ed alle differenze e di un vero e interdisciplinare cambio della didattica svolto fattivamente e non scritto solo come desiderata su un documento. La scuola pubblica ha un ruolo sociale che è anche quello del contrasto alla violenza con particolare riferimento a chi subisce forme di violenza multiple per via della propria identità, orientamento sessuale, provenienza etnica, condizione sociale. Nelle scuole, grazie al progetto “Che cos’è l’amor” sperimenteremo per la prima volta, con il contributo di tante altre associazioni, una forma di costruzione di un progetto di educazione sessuale dal basso, con particolare riferimento alla necessità di ricostruire una visione diversa dell’amore romantico e delle relazioni sentimentali. Il caso di Noemi, infatti, ci ha fatto riflettere ancor più su quanto siano stereotipati anche i sentimenti, sulle modalità con cui le emozioni sono narrate e su quanto le relazioni sentimentali siano sempre più fondate sul possesso e sul monopolio affettivo. C’è bisogno di ricostruire una idea diversa di amore che dal “Ti amo da morire” passi al “Ti amo da vivere” contro ogni stereotipo di forza e debolezza, contro ogni forma relazionale imposta.

Pretendiamo che nei luoghi della formazione siano presenti sportelli anti-violenza e consultori, che siano costruiti asili nido accessibili alle studentesse, che siano favorite le forme di diritto allo studio per ragazze madri e ragazzi padri anche nelle residenze universitarie, che siano implementati i centri studi di genere.

  • Contro la femminilizzazione del lavoro

Il 24 novembre scenderemo in piazza come student* contro l’alternanza scuola lavoro, una delle più deleterie proposte della legge 107, ed i tirocini-sfruttamento. Di qualche mese fa è la notizia delle studentesse molestate durante la propria esperienza di alternanza, mentre tutti i giorni assistiamo alla modalità con cui questi strumenti insegnano fin dai banchi di scuola la messa a valore di ogni aspetto della nostra vita compreso il genere. Molte di noi come studentesse dei turistici e degli alberghieri si sono trovate in uniforme con gonne e tacchi, a sorridere con i rossetti durante le conferenze, e per questo stiamo approvando scuola per scuola uno statuto delle studentesse e degli studenti che contenga anche questo tipo di riflessione.

Ci opponiamo però a queste forme di sfruttamento mascherato da formazione, perché riteniamo siano paradigma del lavoro gratuito e di un processo di femminilizzazione del lavoro che va ormai estendendosi verso tutte le forme di lavoro a causa del JobsAct, della precarietà e dell’estensione del lavoro povero, a prestazione e di cura.

Riteniamo fondamentale la rivendicazione per un reddito di autodeterminazione che sia una forma di reddito di base declinabile sui bisogni delle donne nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, che necessitano di un reddito per potersi allontanare dal marito, per potersi sottrarre alla tratta o a qualsiasi sfruttamento, ma che sappia anche rispondere ai bisogni formativi di autonomia di studentesse e studenti, o di rifiuto dei ricatti per tutt*, senza limiti di cittadinanza.

Riteniamo altresì fondamentale opporsi ad ogni forma di molestia nei percorsi di studio-lavoro e di lavoro, come il caso Weinstein ha sollevato e che si sono rilevati presenti non solo nel settore cinematografico, grazie allo scoperchiamento delle dinamiche patriarcali e di potere che l’hashtag #metoo ha globalmente costruito. Passare dal #metoo al #wetoogether, sfida lanciata da NUDM, non è cosa facile e necessita della lotta di tutti contro ogni forma di polemica sterile e di giudizio delle scelte delle donne.

  • Per un nuovo welfare e diritto alla salute

Accedere alle cure è sempre più dispendioso. I contraccettivi costano sempre di più, per non parlare delle operazioni di transizione sessuale. Non è tutelata alcuna forma di prevenzione, se non in alcune Regioni come ad esempio l’Emilia Romagna, e per questo pretendiamo la costruzione di una legge sulla contraccezione gratuita sul modello Colorado.

Oltre alla prevenzione, però, in Italia è sempre più in campo una guerra sui corpi delle donne. Di obiezione di coscienza ancora si muore, come accaduto a Catania, non è possibile abortire in tantissime città o prendere perfino la pillola del giorno dopo nelle farmacie. I manifesti dei movimenti pro-life apparsi a Roma, contenenti il numero di bambini morti a causa dell’aborto, fanno capire quanto siamo in guerra e dobbiamo difenderci. Mentre ogni giorno la 194 è messa in discussione, dobbiamo gridare che vogliamo molto più che 194, che la violenza sulle donne in questo momento la praticano perfino le istituzioni che dovrebbero curarci e che invece ci lasciano morire sui letti di ospedale pur di non fare un raschiamento. Il caso della proposta di legge Bonaccino in Puglia è l’esempio lampante del clima politico sui corpi delle donne, specialmente nel sud Italia (http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2017/11/19/laborto-italia-verso-25n-riprendiamoci-nostri-corpi/ ).

  • Terra, corpi, territori

Riteniamo centrale contrapporci alla retorica del “decoro” e della sicurezza che ci stanno imponendo giorno dopo giorno. I nostri corpi dentro o fuori norma che siano, non possono essere costruiti sulla base dei canoni con cui viene pensato, progettato e manipolato sempre più ogni spazio cittadino. A Napoli il daspo comminato alle due ragazze transessuali quest’estate è l’esempio lampante di una guerra a colpi di esclusione che si porta in campo da parte di questo Governo.

Inoltre riteniamo necessario ricostruire dal basso un’idea di sicurezza. Riteniamo ipocrita e sloganistico non ammettere di avere spesso paura, quando torniamo per strada di notte, quando veniamo fischiate, molestate sugli autobus, seguite.

La risposta della militarizzazione non è sensata per costruire una risposta ad un fenomeno ormai strutturale come quello della violenza – insito peraltro anche nelle forze dell’ordine come dimostra il caso di Firenze; serve ricostruire la nostra geografia urbana contrapponendo ai quartieri dormitorio e isolati la socialità, alle molestie la solidarietà ed il controllo collettivo, ad una cultura dello stupro una cultura del consenso con strumenti ben più radicali e rivoluzionari.

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