L’aborto in Italia – Verso il #25N riprendiamoci i nostri corpi!

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    Traduzione dell’articolo di Ilaria Maria Salanov apparso sul New York Times il 13 Novembre (https://www.nytimes.com/2017/11/13/opinion/abortion-italy-conscientious-objectors.html)

    Lo scorso mese, Cosimo Borraccino, un membro dell’ala sinistra del consiglio regionale della Puglia, nel sud Italia, ha proposto l’approvazione di una legge locale che richiede l’applicazione di una legislazione nazionale che garantisca l’accesso alle donne all’aborto. (La Rete della Conoscenza Puglia si è espressa nel merito qui: http://bari.repubblica.it/cronaca/2017/10/30/news/bari_protesta_al_policlinico_su_194-179755984/)
    L’opposizione all’interno del Conglio, in maggioranza del centro destra hanno sostenuto che tale atto non fosse necessario e che il signor Borraccino “sbatte contro il muro dell’evidenza!.
    Ancora, quando ci si approccia ai diritti riproduttivi in Italia si incontra un’evidente problema di mancanza di corrispondenza con la legge, infatti 9 su 10 ginecologi nella regione Puglia, sono obiettori di coscienza, nonostante il diritto di ottenere un medico che pratichi l’aborto sia stato riconosciuto con legge sin dal 1978.
    Statistiche nazionali riscontrano che 7 su 10 ginecologi sono obiettori di coscienza e questo diritto è loro riconosciuto dalla stessa legge che 40 anni fa ha riconosciuto la legalità dell’aborto prevedendo quindi la possibilità ai medici, di opporre le proprie obiezioni di coscienza purché in anticipo.

    Sempre più obiettori di coscienza ritroviamo tra i reparti di ginecologia e farmacie e questo rende l’aborto in Italia così difficile quasi quanto lo è in paesi dove gli aborti sono illegali.
    Alcuni dei 20.000 illegali e non protetti aborti si narra siano praticati in Italia ogni anno, contro i 100.000 praticati a livello mondiale.
    Il numero delle procedure abortive illegali sta crescendo, ed i sostenitori dei diritti delle donne affermano tale crescita va di pari passo con il decremento di quelli legali.
    Stando ai dati più recenti del 2015, riscontrati dal Ministero della salute, meno del 60% degli ospedali pubblici in Italia provvede a garantire l’aborto.
    All’inizio di quest’anno, una donna nella città di Padova, una città del nord est Italia, si è dovuta recare in 23 ospedali prima di trovarne uno che potesse garantirle l’aborto.
    Per questo motivo l’Italia è stata più volte sollecitata dal Consiglio d’Europa e dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a provvedere a tali mancanze.
    Il Governo ha pudicamente affermato che il numero di personale medico che non è ricorso all’obiezione di coscienza, è rimasto stabile negli ultimi 30 anni.
    Inoltre, sempre stando ai dati ufficiali, il numero di obiettori di coscienza tra i ginecologi, è passato dal 59 % nel 2005 al 70% nel 2013( il Governo ha smesso di elaborare questi dati negli ultimi anni).
    And, Noemi di Iorio, un’attivista del collettivo femminista La Mala Educaciòon, durante la manifestazione del 28 Settembre tenutasi a Bologna lo scorso 28 Settembre in occasione della giornata internazionale per l’aborto sicuro, mi ha raccontato la drammatica situazione italiana ribadendo che “la presenza degli obiettori di coscienza per motivi religiosi all’interno delle cliniche ospedaliere ha raggiunto l’apice”.
    Una battaglia di certi toni sembra ora sulla via, tanto negli ospedali quanto nelle strade, nelle assemblee locali e nei tribunali del paese.

    Sempre ad inizio anno, il più grande ed importante ospedale di Roma ha offerto assunzioni a ginecologi precisando che si stavano cercando candidati non obiettori e a ciò è seguita la denuncia della conferenza episcopale che ha ritenuto tale ricerca di candidati discriminatoria, ma, nonostante ciò il tribunale ne ha affermato la legalità.

    Ad Agosto, il tribunale amministrativo del Lazio, ha sancito che il personale medico non potrebbe invocare l’obiezione di coscienza per evitare di prescrivere la pillola anticoncezionale o negare certificati che prescrivano l’aborto.
    I media locali hanno definito la sentenza una Rivoluzione!
    Quasi subito dopo l’approvazione della legge 194/1978 , la Chiesa e la sua delegazione politica della Democrazia Cristiana, ha tentato di appellarsi a tale decisione e ne seguì un referendum che si tenne nel 1981 con il quale si chiese l’abrogazione della legge ma l’esito fu negativo con un marigine del 2 a 1.
    Avendo fallito nel cambiare la legge, la Chiesa ha continuato a far valere le proprie contraddizioni e nonostante come afferma la legge 194, il diritto all’aborto è riconosciuto anche il diritto alla maternità .
    Secondo Angela Balzano, ricercatrice in filosofia e bioetica all’università di Bologna, questo costruisce una costruzione precaria ricorrendo alla scappatoia rappresentata dell’obiezione di coscienza , intento di mediazione tra due inconciliabili posizioni verso la fine degli anni 70 tra i radicali della sinistra italiana ed i cattolici contrari all’aborto. Lo definisce un chiaro caso di antinomia giudiziaria.
    Quarant’anni dopo l’approvazione della legge 194, è evidente chi ha beneficiato di quella debolezza e questo non è un semplice incidente di percorso.
    Papa Francesco stesso, parlando al raduno dei fisici cattolici italiani nel 2014, ha incoraggiato i medici a fare una scelta coraggiosa opposta alla situazione attuale riferendosi all’obiezione di coscienza e all’aborto.
    Nonostante il tramonto della democrazia cristiana, i cattolici rimangono la maggior forza politica.
    Il movimento religioso Comunione e Liberazione la cui missione è promuovere l’educazione alla fede Cristiana e che risponde direttamente all’autorità del papa, raccoglie milioni di sostenitori e vi rientrano ospedali, università e cliniche femminili. Anche tra i politici è massiccia la loro presenza (centro destra), come quelli che si sono opposti alla legge regionale proposta da Borraccino in Puglia.
    Oltre alla legalizzazione dell’aborto, la legge 194 è richiamata per l’istituzione di cliniche che offrono servizi alle donne ma dopo anni di tagli statali alla sanità pubblica sono sorte diverse cliniche cattoliche che rifiutano le pratiche abortive e addirittura di fornire informazioni su queste.
    Inoltre, questi sono parzialmente finanziati dalle tasse dei contribuenti: lo 0.8 per cento delle tasse personali sono direttamente destinate alla Chiesa, a meno che il contribuente non specifichi di non volerlo fare.
    La legge , garantendo l’accesso all’aborto è stato affrontato in maniera analitica da Assunta Sarlo, giornalista e attivista con il gruppo femminista Usciamo dal Silenzio, e nel farlo mi ha raccontato che le forze religiose sono state in grado di trovare alleati politici nel difendere la cultura cattolica del paese.
    Ma si dice anche che a causa della reputazione dell’aborto in Italia, praticare l’aborto e quindi rifiutare l’obiezione di coscienza equivalga in molti casi ad un suicidio professionale in termini di carriera.
    I sondaggi suggeriscono che la maggioranza di italiani sostiene ancora l’accesso all’aborto ma i ¾ della popolazione si definisce cattolica e nonostante ci siano italiani che sostengono il diritto all’aborto  questo rappresenta ancora uno stigma. E questo è il tipo di tensione che la Chiesa è stata in grado di sfruttare e che ha causato un pesante costo pagato dai corpi delle donne così’ come dalla legge e dallo stato di Diritto.

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