Medicina e sessualità: oltre il progress test, una questione aperta

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La domanda presente ieri nel Progress Test somministrato agli studenti di Medicina, riguardo la percentuale di omosessualità negli uomini, ha scatenato un vortice di affermazioni e risposte non di scarsa entità.

Abbiamo purtroppo letto diversi commenti che collegavano la necessità della domanda all’incidenza dell’HIV e al suo trattamento e cura: affermazioni pesanti che danno la percezione di quanta strada vada ancora percorsa su questi temi e che dimostrano quanto la didattica dei corsi di studio non fornisca gli strumenti adatti ad approcciarsi a queste questioni. Anzi il caso di ieri dimostra come l’approccio tenuto da parte degli stessi docenti si rifletta in una domanda incapace di affrontare la complessità del tema, non riducibile a statistica, e che ha invece dato spazio ad interpretazioni offensive nei riguardi di determinate esistenze.

Secondo le odierne dichiarazioni di Lenzi, i nostri corsi di medicina sono assolutamente liberi da qualsiasi condizionamento sociale, politico e religioso, oltre che da razzismo e omofobia. Ma siamo sicuri sia così? In tal caso non sapremmo spiegarci infatti il motivo per cui nei corsi di medicina, così come nelle strutture sanitarie, molto spesso non si faccia un reale lavoro di informazione rispetto a tematiche “scomode” quali, ad esempio, l’interruzione di gravidanza o le malattie sessualmente trasmissibili.

Aprire una discussione approfondita e concreta sui nostri piani di studio, alla luce del dibattito instauratosi ieri, risulta necessario. Ci vuole un confronto serio su come la sessualità si intersechi con il tema della salute e sul rapporto medico-paziente rispetto alla sfera sessuale. Parlare di sessualità ed omosessualità non deve essere un tabù, ma, se così non è, non se ne deve parlare solo al momento in cui compare una domanda controversa in un test: se ne deve parlare ogni giorno per provare a sviscerare tutti gli aspetti più importanti di questo tema, primo fra tutti il fatto che non serva la statistica per ridurre la complessità delle sfaccettature delle nostre identità sessuali.

La Ministra Fedeli, alla luce di questo e al di là delle inutili “sanzioni”, dovrebbe essere propositiva nel costruire una riflessione su come inserire nei nostri curriculum formativi il tema dell’educazione alla sessualità. Dobbiamo tutti essere consapevoli che l’omosessualità non ha a che fare con la predisposizione o meno a determinate malattie, che non esistono cure o terapie, che l’approccio alle malattie sessualmente trasmissibili non deve essere legato alle categorie a rischio, ma ai comportamenti a rischio.

Bisogna dare gli strumenti agli studenti e alle studentesse di medicina per un approccio alla prevenzione e alla contraccezione completo e inclusivo, ed accanto a questo è necessario costruire un approccio inclusivo anche nei confronti delle identità sessuali e delle differenze di ciascuno e ciascuna di noi.

Il diritto alla salute deve necessariamente passare da un’attenzione specifica per le situazioni e le condizioni di maggiore subalternità per alcuni specifici soggetti, che evidentemente, oltre al trattamento sanitario, hanno necessità di essere seguiti e di trovare un ambiente accogliente e inclusivo e del personale medico che abbia in mente che cosa significhi trovarsi in una determinata condizione.

Approfondendo in questi anni le tematiche LGBTQIA+ ci siamo resi conto che esiste uno stigma vero e proprio che determina l’interiorizzazione di diversi luoghi comuni e pregiudizi. Ciò provoca una diversa interazione, da parte di questa comunità, anche con il presidio sanitario e con il personale medico, perché si acuirà un senso di colpa che provoca non solo la paura a dichiarare il proprio orientamento sessuale (quasi dunque come fosse una colpa o la causa della malattia stessa), ma anche una riduzione dell’accesso ai servizi sanitari, oltre, ancora, al senso di discriminazione percepita, che porta l’individuo a pensare che altri possano avere un determinato tipo di atteggiamento discriminatorio e che un ambiente sia necessariamente escludente a priori. L’esposizione e l’interiorizzazione del disprezzo sociale, la discriminazione e lo stigma provocano disistima, conflittualità interiore, fino a problemi di salute individuale e sviluppo di disturbi mentali. Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla percezione dell’ambiente sanitario e di cura, che sarà necessariamente inteso come escludente e giudicante della propria individualità. E’ questo che dovrebbe essere insegnato e valutato durante le lezioni dei nostri corsi di medicina. Non parliamo di trattamenti preferenziali, ma solo di un supporto adeguato e consono.

Essere formati e consapevoli dei pregiudizi e delle barriere che esistono nella società è sicuramente un primo passo per combattere parte dell’esclusione che governa i presidi ospedalieri. Non è un caso che molti degli sportelli o dei servizi rivolti specificamente alla salute delle persone LGBTQIA+ o gli eventi di promozione della salute siano realizzati quasi esclusivamente dall’associazionismo e non da organismi istituzionali, che non finanziano progetti di studio su queste tematiche ed anzi, in tempo di crisi, hanno tagliato proprio nel campo della sportellistica rivolta alle soggettività di questa comunità.

E’ su questi temi che vorremmo focalizzare la nostra analisi e le analisi che verranno, non sulle polemiche e quelle sanzioni che somigliano tanto a specchietti per le allodole, ma su un ripensamento generale della didattica dei nostri corsi di studio, su un lavoro nei confronti della Conferenza dei Presidenti di Corso affinché non si ripetano più episodi del genere. Con questo spirito intendiamo quindi continuare il nostro impegno, dentro e fuori gli organi di rappresentanza, per una Medicina più inclusiva e libera da omo-lesbo-bi-transfobia.

Rete della Conoscenza
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Coordinamento “Chi si cura di te?”

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