Piazza Verdi, Bologna: it’s a dress, not a yes!

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“Chi SCEGLIE la cultura dello SBALLO lasci che si ‘divertano’ anche gli altri….”

Con queste dichiarazioni, Don Lorenzo Guidotti si è espresso alla fine di un vergognoso post su facebook che si riferiva alla grave vicenda finita con lo stupro di una ragazza lo scorso 6 novembre. Il parroco di San Domenico Savio, nel quartiere San Donato, è solito commentare sui propri account social gli articoli su ciò che succede in città, spesso con opinioni e toni misogini, razzisti e omobitransfobici.
Come non dimenticare l’uscita fatta lo scorso anno a proposito dello stupro di un giovane da parte di un villeggiante riminese, su cui il clericale accusò la comunitá lgbt* di essere in parte colpevole dell’accaduto per le proprie rivendicazioni sulla libertá e la legittimitá di scelta sulla propria sessualitá. Questa volta i commenti del parroco si sono scagliati contro una ragazza, secondo lui corresponsabile dello stupro subito, in quanto colpevole di essere parte della cosiddetta “cultura dello sballo”. Il pensiero che la responsabilità della violenza subita è da addossare alla vittima, è il prodotto di una concezione del consenso deviata, per cui il fare uso di alcolici o stupefacenti, l’attraversamento di luoghi considerati a rischio o un determinato vestiario sono equiparabili a una forma di consenso. Assistiamo ogni giorno a continui processi pubblici nei confronti di tutte le donne che decidono di denunciare. Il più delle volte, proprio per sottrarsi alla gogna pubblica, molte di noi evitano di raccontare pubblicamente le violenze di cui sono state vittime. Il vero colpevole, soprattutto se bianco e italiano, viene invece più volte definito come un caso eccezionale e finisce per essere posto in secondo piano rispetto alla vittima, sia nel dibattito pubblico che in quello legale. Sessismo e razzismo, come più volte abbiamo avuto modo di dire, sono facce della stessa medaglia. Non sono la donna, il suo stile di vita, il suo modo di vestire né tanto meno il “magrebino” di Piazza Verdi il vero problema. Non ci stancheremo mai dirlo: non ci sono stupri di sera A e stupri di serie B. Il nostro corpo non è disponibile ai rigurgiti razzisti di nessun*.

E siccome le parole sono importanti, ci piace chiamare le cose con il proprio nome. La vera causa di tutto questo altro non è che il patriarcato, la cultura del dominio e della sopraffazione che alimenta e le differenze di potere che produce. È non riconoscendo la vera matrice della violenza che si pone quindi il problema del consenso. Un tema complesso e dibattuto, e perciò attraversato da incertezze e criticità tanto sul piano legale che sul quello culturale.

Solo negli anni Ottanta, ad esempio, i reati sessuali erano classificati ancora dal codice Rocco del ventennio fascista, che li considerava «delitti contro la moralità pubblica e il buon costume». Si sarà voluto riferire a questa ormai abrogata legislazione il nostro paladino di facebook? Solo nel 1996, dopo circa vent’anni di iter legislativo, la legge italiana contro la violenza sessuale classificò questo reato come crimine contro la persona. Oltre alle falle del sistema legislativo esiste però una precisa razionalità politica che stenta a riconoscere la violenza di genere per quello che realmente è o addirittura la giustifica addossando la responsabilità, e con ciò ammettendo un consenso implicito, a condizioni irrilevanti ed anzi aggravanti della violenza, quali l’uso di alcolici, sostanze stupefacenti, vestiario ritenuto provocante o persino i luoghi frequentati da una donna. Ed è proprio contro queste strumentalizzazioni misogine e securitarie, che pochi giorni fa il movimento Non Una di Meno è sceso in piazza, in tutta Italia e proprio qui a Bologna. Lo scorso 8 novembre, infatti il movimento femminista di cui facciamo parte, si è riappropriato della notte, delle strade – quelle che lo stigma culturale o squallide applicazioni pseudofemministe ci vietano di percorrere – e della città tutta, attraversando collettivamente e rinominando le vie e le piazze della città, ribaltando così quel concetto malsano di sicurezza che cercano incessantemente di imporci attraverso la cultura della paura. Quando pretendiamo sicurezza, non ci riferiamo al controllo delle forze dell’ordine, alla delega al santo-protettore, o ai consigli paternalisti di chi ci vorrebbe rassegnate al nostro destino di angeli e focolare o marginalizzate negli spazi pubblici e nei rapporti sociali.
Anzi, è proprio a partire da quei luoghi che attraversiamo ogni giorno che vogliamo ri-immaginare un’idea diversa di sicurezza e di vivibilitá: mercoledí la zona universitaria ed il suo tanto stigmatizzato degrado si sono “vestitii” di fuxia, di cartelli e di grucce per ribadire che non esiste alcuna giustificazione alla violenza: non un vestito, non un cocktail, non una risata, non l’ora tarda, non una canna sono un “sí”!Tutto ciò non rappresenta un assenso alla violenza, ma l’autodeterminazione di ogni persona sulle proprie scelte e stili di vita.

Per questo proprio ieri abbiamo voluto tempestivamente rispondere alle vergognose parole del parroco come Non Una di Meno di Bologna “Noi riteniamo che la responsabilità della violenza maschile sulle donne e la violenza di genere sia sempre da attribuire a chi la compie e non a chi la subisce. La cultura che combattiamo è quella dello stupro, che permea la mascolinità e la società più in generale, e di cui non sembra scevra la comunità ecclesiastica”.
Non ci bastano, infatti, le frettolose ed impacciate scuse di don Lorenzo, il nostro nemico é ben più grande: è una cultura machista e patriarcale, definita “cultura dello stupro” ma di cui questo è solo la piú esplicita manifestazione; una cultura che vive e incarna in tutti i luoghi che quotidianamente attraversiamo, fisici e virtuali – come dimostrato da questa vicenda in cui i social network sono esasperazione di questo processo – incluse le scuole, le università e i luoghi della formazione in toto dove si costruisce la societá del domani. Ripensare ad un sistema formativo alternativo che si basi sull’educazione alle differenze sulla produzione e riproduzione di saperi femministi è la lotta principale per la decostruzione della cultura dello stupro di cui le parole di don Lorenzo sono sintomo.

È per questo che – verso questo 25 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne, di genere e del genere, e soprattutto oltre la mobilitazione che ci chiama nella capitale – vogliamo partire dalle nostre aule e dai nostri spazi per urlare a gran voce:
It’s a dress not a yes!

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